Parole in gioco

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Le Parole si mettono in gioco

A Urbino tre giorni di incontri. Per non parlare a caso

di Luigi Luminati

Stefano Bartezzaghi che cos’è un gioco di parole?

“Può essere un modo intelligente di affrontare il linguaggio”

E’ quello che farete a “Parole in gioco”, tre giorni per parlare di parole, in programma a Urbino da domani?

“Diciamo che l’idea di Maria Perosino è stata quella di indicare – dice l’esperto di enigmistica, consulente dell’evento – un luogo in cui incontrarsi con le parole. Come accade per la poesia, per la letteratura in genere. Con un’impostazione che predilige il gioco”.

Non è un raduno di esperti di enigmistica o di rebus?

“Ovviamente no, perché quello è un approccio specialistico di gioco sulle parole. L’idea è quella di aprire il gioco delle parole a tutti, perché è un gioco che si può fare in ogni luogo ed in ogni momento”.

Ma non viviamo in un mondo in cui c’è un eccesso di parole? Non è rischioso aggiungerne delle altre?

“Credo che non sia un problema quantitativo, bensì qualitativo. In realtà siamo circondati da parole dette a caso, a ruota libera. Non governate dal pensiero. Il gioco di parole invece può servire a governare le parole”.

Si dice anche che gli italiani abbiano un vocabolario molto limitato…

“Sicuramente c’è un po’ di povertà nel linguaggio diffuso, di ripetitività di termini. Ma non è il problema principale della nostra società. E’ molto più grave l’altro: il parlare a caso”.

Giocare con le parole vuol dire anche sfuggire all’omologazione, in particolare quella televisiva?

“Quando si usa un termine pasoliniano come omologazione, il pensiero va naturalmente alla televisione. Invece le responsabilità sono più distribuite, non dimenticando un concetto di base. Noi siamo la seconda o la terza generazione che ha imparato l’italiano come prima lingua e non come alternativa al proprio dialetto”.

Merito, questo, della televisione?

“E’ un concetto che è stato espresso e non mi pare lontano dal vero. C’è chi dice che la lingua italiana diventa patrimonio di tutti dal 1954, dall’affermarsi della televisione. Se la diffusione di una lingua è recente, può avere anche un numero ridotto di termini”.

Eppure, in gioco, nella tre giorni urbinate, di parole ce ne saranno molte.

“Cercheremo di coprire uno spettro ampio. Dalle parole filosofiche alle parole della poesia con il tentativo di una grande poetessa come Patrizia Valduga di dimostrare che la parola scritta non potrebbe vivere senza la parola detta. C’è poi Andrea Bajani che parlerà delle parole del lavoro”.

Del tipo: cosa scrivere in un curriculum e come buttare giù una lettera di licenziamento?

“Proprio così. Il tema dei curricula, poi, offre molte occasioni da gioco, visto il ruolo che hanno nella ricerca del lavoro per i giovani, soprattutto laureati”.

(Da La Nazione, 5/10/2006).

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