Parole

Posted on in Politica e lingue 36 vedi

NUOVI VOCABOLI

Dal «paninaro» di ieri al «kebabbaro» di oggi Il morso della Treccani

di Luca Mastrantonio

Poiché l’uomo è ciò che mangia, le scelte di gusto vincono naturalmente su pregiudizi etnici e ideologie alimentari. Così il «kebabbaro» è stato accolto nel Vocabolario online dell’Istituto della Enciclopedia Italiana (www.treccani.it). La parola deriva dal sostantivo maschile «kebab» (dall’arabo «kabab», «carne arrostita») con l’aggiunta del suffisso -aro (assai usato a Roma). Il lemma indica il venditore di «kebab» (che è stato inserito anche nel paniere dell’Istat). Cibo popolare presso varie tribù di italiani e stranieri: dai nottambuli che, per tamponare la fame, sono attirati dalle insegne al neon del «kebabbaro» come falene, a chi semplicemente vuole mangiare qualcosa che sazi, spendendo poco, durante il giorno. L’adozione linguistica è una sconfitta per tutto il fronte anti-kebab che, in questi anni, si è allargato: dagli arcitaliani rural chic di Slow food alla destra sociale, passando per i leghisti che, ovviamente, osteggiano l’«hamburger turco» – ben visto, invece, dalla sinistra più pop. La Treccani segnala come prima «attestazione della parola» un articolo di «Liberazione» del 2 marzo 2006, da Sassuolo. Ma il termine fu usato prima, in un servizio di «ViviMilano» del 15 ottobre 2003. Non a caso, la città dei «paninari».
(Dal Corriere della Sera, 4/6/2012).




14 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Parole tossiche di ieri e di oggi <br />
<br />
Tra censura, autocensura e appelli ai valori del passato, le molte analogie tra la retorica berlusconiana e la lingua del ventennio fascista. Anticipiamo stralci da un saggio di prossima uscita <br />
<br />
di Susanne Kolb <br />
<br />
Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo- ecco rivelarsi l’effetto tossico», annotava Viktor Klemperer nel suo Taccuino di un filologo del 1947 (riedito nel 2008 dalla Giuntina) in cui indagava, come pochi hanno saputo fare, la natura delle distorsioni operate dal nazismo sulla lingua. Perché è proprio attraverso lo stillicidio, la somministrazione omeopatica, ma reiterata e continua di certe formule - la repetitio ossessiva, una costante retorica dei linguaggi totalitari di cui si servono però anche la propaganda politica e la pubblicità - che determinate parole, espressioni e immagini si annidano nella mente delle persone, divenendo parte delle loro consuetudini linguistiche. <br />
Del resto, sia Hitler sia Mussolini conoscevano a fondo La psychologie des foules di Gustave le Bon (1895), dalle cui pagine attinsero a piene mani per creare attorno a loro l`ampio consenso popolare. Da allora le intuizioni di Le Bon (per esempio: «Il vero manipolatore comincia col sedurre, e colui che è sedotto, folla o donna, non ha più che un’opinione, quella del seduttore, e una volontà, la sua») sono state approfondite sia dalla psicologia sfa nell’ambito delle strategie della comunicazione e della pubblicità. <br />
Proprio queste ultime rappresentano oggi la chiave per entrare nella mente, nelle idee e nelle parole della gente. Poiché la storia ciclicamente riemerge, e con essa anche le idee, i concetti, le parole. E pure quelle che credevamo scomparse, sradicate, definitivamente estinte possono rinascere ammantate di modernità e nascoste dentro le pieghe del linguaggio contemporaneo della pubblicità, della propaganda politica e della comunicazione. Ciò avviene anche perché il mondo politico, e con esso gran parte della popolazione, non ha memoria storica, non ricorda che certe espressioni erano già in uso nel passato, non ricorda il loro valore e i loro echi. Un fenomeno che i politologi chiamano criptomnesia. Nella campagna elettorale 2006 il centrosinistra iniziò a parlare di listone e il centrodestra di partito unico, entrambi termini legati all’epoca fascista e connotatili assai negativamente se esiste la necessaria vigilanza linguistica. Anche Berlusconi, alla fine del 2009, lanciò il partito dell’amore incurante o forse dimentico della presenza di un suo illustre precedente. <br />
La realtà riscritta <br />
È evidente che non siamo più ai tempi della rigida censura sulla stampa e sulla radio operata dal Minculpop e delle sue veline (a proposito di velina, colpisce l’evoluzione semantica della parola: da atto censorio, con cui il Minculpop impartiva le sue indicazioni ai giornali, è diventata sinonimo di soubrette, essendo il denominatore comune la distrazione di massa). <br />
Tuttavia, nell’ultimo quindicennio abbiamo dovuto assistere a veri e propri atti di censura dall’alto o a bizzarre forme di «autocensura preventiva» che un certo giornalismo si infliggeva pur di compiacere o non entrare in conflitto con i rispettivi politici potenti. <br />
Notizie importanti venivano sottaciute o solo accennate, se non perfino presentate sotto un’altra luce fino a fabbricare talvolta dei falsi. <br />
Cito un esempio molto noto che ben illustra il modo di procedere: il 26 febbraio 2010i1 Tg1 ha riferito della assoluzione in Cassazione dell’avvocato inglese Mills nel processo che lo vedeva imputato e condannato per corruzione nel 1° e 2° grado di giudizio (Mills corrotto da Berlusconi, all’epoca non giudicabile per la carica istituzionale che ricopriva). In verità, la Corte di Cassazione ha dichiarato l’estinzione del reato perché caduto in prescrizione. Quindi le persone implicate sono state sì riconosciute colpevoli da tutte e tre le istanze giudiziarie, ma la condanna è nulla esclusivamente per decorrenza dei termini. Siamo di fronte a una grave manipolazione, una riscrittura della realtà che intende suggerire l’innocenza delle persone coinvolte dove invece innocenza non vi è. Il trattamento a cui è stata sottoposta la notizia fa sì che due nozioni come «assoluzione» e «prescrizione», ben distinte nella terminologia giuridica, si confondano fino a sovrapporsi nel già incerto orizzonte linguistico dell’opinione pubblica. <br />
Famiglia e libertà<br />
Una delle strategie comunicative più efficaci è quella di fare appello a valori ben radicali nel tessuto sociale attraverso l’evocazione di formule e immagini del passato. Parole dal sapore e dal suono familiare - per non dire archetipici - come famiglia, religione, amor patrio, libertà, nazione che fanno scattare il meccanismo sociale del «conformismo». Tali concetti, gli endoxa aristotelici, sono facilmente attivabili nella memoria collettiva. Nella retorica berlusconiana, ad esempio, una delle parole chiave è «libertà»: «Questa libertà si manifesta in molte forme, come libertà di pensiero, di opinione, di associazione, ma anche come libertà contro l’oppressione dello Stato, contro l’oppressione fiscale, contro l’oppressione burocratica, la libertà di essere giudicati da giudici che non siano parziali, la concreta libertà economica che ha a sua volta un valore civile e spirituale, come la libertà religiosa, o politica» (Convegno dei giovani del PPE, Bilbao, 25 febbraio 2001). Una libertà declinata in tanti modi che alla fine o si diluisce e perde la sua forza o si contrappone alla nozione di Stato e rischia di assumere il significato di «libertà dalle regole e dagli obblighi dei cittadini». <br />
Insieme a «libertà» un’altra parola chiave del recente quindicennio politico è «famiglia» che in un paese cattolico come l’Italia ha un suo forte peso specifico: nel 2007 i partiti di governo, insieme con ambienti vicini alla chiesa, promossero il family day - non giornata della famiglia ma un ben più intrigante e moderno family day (sulla falsariga di fax day, election day, security day...). La manifestazione era stata indetta in difesa dei valori della tradizionale famiglia cattolica per ribadire la contrarietà alle coppie di fatto, a quelle omosessuali, alla fecondazione assistita e, in ultima ratio, alla concezione laica dello Stato sancita dalla costituzione italiana. (Da notare che l’Italia, contrariamente ad altri paesi europei, di recente non ha varato alcuna misura importante a sostegno delle famiglie). <br />
Sia il linguaggio della Lega, sia quello di Forza Italia prima e del Popolo della Libertà poi, è<br />
stato dominato dalle consuetudini retoriche dei due leader carismatici, Bossi e Berlusconi che, al fine di conquistare il massimo consenso, miravano a interagire direttamente con l’elettorato in modo da generare un processo di identificazione, definito da Giuseppe Antonelli «paradigma di rispecchiamento». Nei discorsi pubblici e nei talk show i politici si rivolgono a un presunto «cittadino medio» parlando una lingua semplificata, il gentese, dal registro spesso informale e dal tono colloquiale, con una sintassi semplice e un lessico in apparenza chiaro e univoco. <br />
Maestri di «ars retorica» <br />
Il «paradigma del rispecchiamento» si contrappone al «paradigma della superiorità», tipico dei politici della prima Repubblica, noti per il loro ermetico politichese; mentre i politici di oggi sono per lo più economisti o tecnici, quelli di allora possedevano una formazione umanistico-giuridica e la loro retorica complessa e fumosa - che era anche sfoggio di cultura marcava una netta distanza rispetto agli elettori, era destinata solo ai loro pari e alle élite del paese. Basti pensare al maestro di questa ars retorica, Aldo Moro, con le sue convergenze parallele e gli equilibri bilanciati. <br />
Craxi fu l’ultimo rappresentante di questa categoria, ma anche l’anello di congiunzione con la seconda Repubblica perché negli anni ’80 fu lui, insieme a Pannella, a inaugurare la politica-spettacolo di ispirazione statunitense poi raffinata da Berlusconi. In questa ottica si spiega l’uso consapevole della battuta e della barzelletta in cui si è distinto Berlusconi e che ha permesso da un lato, di accattivarsi le simpatie del pubblico, dall’altro di esprimere opinioni altrimenti indicibili - il principio del «dire e non dire» - e di adottare un registro colloquiale che spesso scivolava nell’offensivo e nell’osceno . <br />
Nei talk show molti politici privilegiano il discorso di tipo persuasivo ed emotivo a scapito della funzione cognitivo-informativa come se fossero costantemente in campagna elettorale. <br />
Sempre più spesso rinunciano a un linguaggio che possa ancora qualificarsi come `politico’ mescolando temi di interesse pubblico con questioni personali sfruttando il mezzo televisivo come palcoscenico e il pubblico come specchio del proprio narcisismo. Il pubblico, a sua volta, viene ridotto alla funzione di <br />
consumatore. Risultato: realtà e finzione si sovrappongono. <br />
Non a caso, fin dai suoi esordi in politica, Berlusconi faceva largo uso dei videomessaggi alla nazione a reti (quasi) unificate, una comunicazione sapientemente preparata, inserita in una cornice sempre suggestiva, una comunicazione unilaterale e monodirezionale perché priva di ogni possibilità di dialogo o contraddittorio coni giornalisti, o costruita grazie al sostegno di giornalisti compiacenti, <br />
`amici’ . <br />
Il mito dell’uomo nuovo <br />
Tornando più indietro con la memoria, colpiscono le analogie tra la retorica berlusconiana e quella del ventennio fascista. Ad esempio, il tentativo di Berlusconi di cavalcare l’onda ormai lunga della disaffezione ai partiti definendo la propria creatura inizialmente un movimento ha un precedente storico: «Insomma, un `movimento’, ma non un partito. Movimento sanamente italiano, rivoluzionario (...) fortemente innovatore» (Mussolini, voce fascismo, Enciclopedia Italiana). In seguito il movimento degli inizi subirà diverse trasformazioni approdando pure alla Casa delle Libertà. Da sottolineare l’immagine della casa - o in un altro discorso Berlusconi paragonava l’elettorato a un condominio - entrambi termini centrali nella vita quotidiana degli italiani. Strettamente collegato all’idea del movimento era il concetto dell’uomo nuovo e l’opposizione nuovo-vecchio per suggerire la necessità di una rottura e di un cambiamento radicale in cui gli italiani potessero riporre aspettative e speranze. Sentiamo prima Berlusconi - «Ciò che vogliamo offrire agli italiani è una forza politica fatta di uomini totalmente nuovi» (Il discorso della discesa in campo, 26/1/1994) - e poi Mussolini - «Creeremo l’italiano nuovo, un italiano che non rassomiglierà a quello di ieri» (Discorso del 30/11/1926, Reggio Emilia). <br />
La stessa scelta del primo nome Forza Italia - forte richiamo alla passione sportiva nazionale - era un modo per colpire l’immaginario collettivo degli italiani. Come colore ufficiale fu scelto l’azzurro, il colore dell’Italia e delle squadre nazionali, poi fu perfino creato l’inno di Forza Italia, e già nella scelta della parola «inno» cogliamo l’associazione alla patria. Si tratta quindi di un sistema ben congegnato di simboli che ruotano tutti intorno ai concetti di «nazione», «identità nazionale», «patria», benché richiamati in accezioni vaghe. <br />
Uno dei motivi principali addotti da Berlusconi per giustificare la discesa in campo fu la volontà di salvare l’Italia dal pericolo comunista. <br />
Sentiamolo: «C’era nell’aria una grande paura, un grande timore, si pensava che il futuro dell’Italia potesse essere un futuro illiberale e soffocante se i comunisti di prima e di dopo fossero andati al governo» (Congresso nazionale di Forza Italia, Milano, 16/4/1998). Agitare lo spettro comunista serviva a fare leva sulle paure ancestrali della borghesia e ergersi a baluardo di libertà, anche contrapponendosi frontalmente alle istituzioni, in particolare alla magistratura, forse l’organismo avvertito come maggiore antagonista. Attacchi inauditi e inaccettabili per una democrazia occidentale: «Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana» («La Repubblica», 5/9/2003) e «Serve un chiarimento sulla Costituzione. Rifletteremo e vedremo se dovremo arrivare a quella riforme della Carta Costituzionale che sono necessarie, perché è una legge fatta molti anni fa, sotto l’influenza di una fine della dittatura con la presenza al tavolo di forze ideologizzate, che hanno guardato alla Costituzione russa come a un modello da cui prendere molte indicazioni»(«La Repubblica», 7/2/2009). Mussolini dixit: «Di che male abbiamo sofferto noi? Di un prepotere del Parlamento. Quale il rimedio? Ridurre il prepotere del Parlamento» (Discorso del 28/10/1925, Anniversario Marcia su Roma). <br />
La violenza degli attributi ascritti alle istituzioni democratiche è tale da minare profondamente <br />
la fiducia dei cittadini nello Stato. Per sferrare le sue aggressioni verbali Berlusconi sovente si è armato della metafora, che non è solo figura retorica di abbellimento, ma - co- me ci hanno insegnato Lakoff e Johnson – svolge un’importante funzione cognitiva perché ci aiuta a concettualizzare esperienze nuove e nozioni astratte. La metafora può assumere una forte valenza ideologica dato che tende a mettere in luce un preciso aspetto dell’immagine celandone altri. Per questa ragione il linguaggio metaforico gioca un ruolo determinante in politica come in pubblicità. <br />
Pressione e oppressione <br />
Un esempio lampante è la metafora pressione fiscale, entrata in italiano in tempi non sospetti come calco dell’inglese tax relief coniato dai conservatori americani. Questa metafora, da una parte, fa sentire tutto il peso fisico delle tasse, dall’altra nasconde quanto il pagamento delle imposte sia un obbligo del cittadino e necessario per il buon funzionamento di uno stato sociale, ormai chiamato solo welfare. Da lì all’oppressione fiscale il passo è breve. «Noi siamo l’Italia umile e tenace, operosa e positiva, che è la maggioranza del Paese, che non accetta l’oppressione fiscale, l’oppressione burocratica, l’oppressione giudiziaria ...»(Berlusconi, piazza San Giovanni a Roma, 2/12/2006). <br />
Di grande suggestività anche le numerose metafore mutuate dal linguaggio religioso che costituiscono <br />
un ulteriore tassello della narrazione berlusconiana. Gustavo Zagrebelsky, nel saggio Sulla lingua del tempo presente, ha magistralmente illustrato la retorica imperniata sull`espressione scendere in politica. Si scende dall’alto verso il basso, da una sfera superiore a una sfera inferiore per offrirsi come salvatore e redentore: l’imprenditore che si sacrifica sull’altare della patria. <br />
Ma questi esempi sono solo la punta dell’iceberg, gli interventi deliberati sulla lingua e dunque sui processi mentali sono stati innumerevoli in questi armi e hanno lasciato il segno nel nostro vocabolario interiore. Non, ci aveva del resto già avvertiti Primo Levi nel maggio del 1974 che «ogni tempo ha il suo fascismo»? <br />
«Se ne notano - scriveva l’autore di Se questo è un uomo - i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando e distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola...». <br />
(Da Il Manifesto, 13/7/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

La Parola <br />
di Carlo Galli<br />
<br />
Rating<br />
<br />
Dall'inglese to rate, valutare, classificare; derivante dal latino ratio, nel senso di 'misura', 'proporzione'. La valutazione di titoli obbligazionari pubblici e privati, di Stati e di imprese, a opera di agenzie specializzate, che ne misurano l'affidabilità o la rischiosità, per il presente e per il futuro.<br />
Fra le agenzie di rating più importanti si annoverano Standard & Poor's, Moody's, Fitch, attive a partire dagli inizi del XX secolo con lo scopo di fornire informazioni attendibili agli investitori finanziari. I soggetti economici che vogliono essere valutati (a pagamento) devono rendere accessibili i bilanci e tutte le notizie sui loro fondamentali economici e finanziari; per quanto riguarda gli Stati, la valutazione calcola anche le evoluzioni del sistema politico. <br />
Un titolo obbligazionario che ottenga un buon rating ha un livello di rischio modesto o nullo; quindi, risulta appetibile dagli investitori, e chi lo emette può pagare tassi di interesse bassi; al contrario, se un titolo ha una cattiva valutazione, non verrà comperato a meno che chi lo emette non sia disposto a pagare alti tassi di interesse. <br />
Il rating implica che la conoscenza e le informazioni abbiano un valore economico, e possano essere rese note agli operatori perché il mercato, le Borse e le aste dei titoli di Stato, funzioni in modo razionale e trasparente. Quindi è evidente che il rating è credibile se lo è l'agenzia che lo produce; ovvero se questa riesce a sottrarsi alle tentazioni di fornire agli investitori notizie e valutazioni incomplete, distorte, o intempestive, che abbassino o alzino artificialmente il prezzo dei titoli valutati, e che offrano ai pochi bene informati occasioni di guadagno speculativo. E poiché le agenzie di rating sono pagate appunto dalle imprese e dagli enti che esse valutano, non è esclusa la possibilità di conflitti d'interessi, ovvero che le agenzie siano sensibili alle sollecitazioni dei soggetti valutati, o addirittura vogliano guadagnare in proprio dalle loro analisi. Non soltanto, quindi, le agenzie di rating hanno tanto potere (anche se lo stanno lentamente perdendo) che si è parlato di una loro "dittatura", ma di quel potere possono fare anche cattivo uso - com'è appunto avvenuto in alcuni casi clamorosi (i titoli tossici dei casi Parmalat, Enron, Lehman Brothers, e in occasione del downgrading di molti Stati europei agli inizi del 2012), che hanno suscitato azioni penali in Usa e anche in Italia. <br />
Insomma, le agenzie anziché essere giudici informati e imparziali possono anche essere protagoniste dirette o indirette delle guerre economiche globali; nel mondo dominato dalla finanza non solo esprimono l'utopia che esistano algoritmi universali di valutazione che rendano razionale il reale, che trasformino le informazioni in opportunità per tutti, ossia che rendano calcolabile il mercato - e tutto ciò che nel mercato viene fatto rientrare, compresa, arbitrariamente, la politica e le sue evoluzioni - , ma soprattutto anziché contribuire alla stabilità e alla trasparenza del sistema finanziario mondiale lo possono turbare e inquinare. Rischiando così di risultare non 'saperè ma 'potere'; e neppure un potere limpido e controllato, democratico, ma - paradossalmente, data l'ideologia liberista e mercatista che le permea - una forma aggiornata dei vecchi arcana imperii, di manipolazione occulta dell'agire economico. <br />
(Da Repubblica.it, 15/7/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

CULTURA DI GENERE<br />
<br />
Le parole sono importanti<br />
<br />
Come urlava Nanni Moretti in Palombella Rossa a una giornalista inesperta, "Le parole sono importanti". "Ma spesso sono improprie e sembrano non comprendere il mondo femminile. Il linguaggio apparentemente neutro è maschile: secondo me c'è un'incapacità a parlare del mondo delle donne" spiega Titti Carrano, avvocata, presidente dell’Associazione D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza (www.direcontrolaviolenza.it).<br />
<br />
MASCHILE E FEMMINILE<br />
Sono passati 25 anni da quando Alma Sabatini, componente dell'allora Commissione governativa Pari Opportunità, pubblicò con il Ministero "Il sessismo nella lingua italiana", augurandosi, nei suggerimenti iniziali, di "dare sensibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico ai termini riferiti al sesso femminile". Frutto di ricerca e analisi scientifica e pensato come strumento per aprire una discussione sul tema, il suo testo di "raccomandazioni" (presenti oggi sul sito del Ministero delle Pari Opportunità ma mai applicate) è di fatto ancora lettera morta.<br />
Eppure "la lingua dell'Alma" nasce da osservazioni scontate. Il femminile di "sostituto procuratore" è "sostituta procuratrice", quello di "consigliere" è "consigliera", il femminile di "notaio" è "notaia", è così via per ministra, sindaca, prefetta, magistrata, assessora, arbitra, ingegnera, medica, carabiniera. Perché allora non cominciare a scrivere e a parlare nominando il femminile e il maschile nel discorso di ogni giorno? "Basta con il "neutro" (che non esiste in italiano) e cominciamo a dire che nella lingua del Belpaese chi dice uomo e poi aggiunge "inteso come genere umano" sceglie di usare un maschile che ingloba e annulla il femminile" sottolinea Monica Lanfranco, giornalista e formatrice sui temi della differenza di genere e sul conflitto.<br />
Proposte forse fin troppo "rivoluzionarie", alle quali il Paese purtroppo non è pronto. Fa eccezione il Comune di Firenze che, dopo due anni di lavoro in collaborazione con l'Accademia della Crusca, ha "costretto" i 5 mila dipendenti di Palazzo Vecchio a uniformarsi alla grammatica e ad usare il più possibile un linguaggio che prenda in considerazione uomini e donne in ogni pratica o documento. Trentotto pagine lucide e determinate: "Chiedere ai dipendenti di impegnarsi a realizzare l’obiettivo del progetto rasenta forse l’utopia, ma vale la pena provare, se si pensa che vogliamo produrre un cambiamento culturale che andrà a vantaggio di tutte le persone".<br />
<br />
FEMMINE, FEMMINICIDIO E ABUSO<br />
L'incapacità della lingua e della società italiana di parlare in modo appropriato al femminile si riflette anche in ciò che leggiamo ogni giorno sui giornali. "Femminicidio" è il termine che definisce l'uccisione delle donne da parte degli uomini. Secondo la direttora di Noidonne (www.noidonne.org) Tiziana Bartolini, questa parola è stata utilizzata per prima dalla stampa nel 2005, associata alle violenze e alle uccisioni subìte dalle donne di Ciudad Juárez, al confine con il Texas. Oggi è usata di rado nei pezzi di cronaca: perché?<br />
"La sua formulazione" spiega Titti Carrano, "non nasce da un'operazione solo mentale ma dalla conoscenza di una realtà, una realtà che solo le donne sanno leggere ed interpretare. La realtà di un fenomeno sociale esteso e diffuso su tutto il pianeta, che vede la violenza maschile, quasi sempre per mano del partner, prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne nel mondo".<br />
Il primo rapporto sulla morte delle donne per mano maschile è stato pubblicato nel 2001 dal Consiglio d’Europa. Sono trascorsi 11 anni da allora ma il mondo e attualmente la politica sembrano ignorarne la gravità. "Il termine Femminicidio" spiega Carrano, "non è riportato dal dizionario della lingua italiana. Esiste "omicidio", "uccisione dell’uomo". L'uccisione delle donne non conta, non è rilevante, è compresa nel termine omicidio. La cultura maschile non ritiene opportuno distinguerla e significarla. Io sono anche d'accordo sull'uso del termine "femmina", perché la violenza di genere non colpisce solo le donne ma anche le bambine, le adolescenti. I loro corpi sessuati al femminile sono l'unico movente". Dalle stragi di neonate in Cina a quelle in Iran fino ai feti femminili abortiti in tutte le parti del mondo dove si preferiscono i figli maschi, "Femminicidio" è un termine che racconta il massacro di milioni di donne da parte degli uomini. E che quindi merita di entrare nel vocabolario e nel linguaggio giuridico.<br />
Altra parola usata impropriamente è abuso. Esiste infatti un "uso" corretto del corpo da parte di un'altra persona? "Contesto il termine di abuso riferito alle violenze sessuali" continua Carrano, "nei confronti di donne e bambini. Va sostituito con stupro di bambine/i o stupro di donne".<br />
<br />
FEMMINISMO<br />
Il termine che però più di tutti fatica a far breccia nel lessico quotidiano è "Femminismo". Definito nel 1994 dalla filosofa Rosi Braidotti, in "Soggetto Nomade", "Una passione politica affermativa, un desiderio ontologico delle donne di liberarsi, di autorealizzarsi, un desiderio di giustizia", viene spesso considerato anche dalle stesse donne inutile e anacronistico. "Ma non è il termine a dover essere rivalutato" spiega Carrano, "perché contiene intatto tutto il suo significato di potenza rivoluzionaria non violenta. È la cultura di genere che deve essere diffusa e impregnare i gangli strutturali e vitali della nostra società". Cultura di genere che il movimento delle donne ha prodotto dagli anni ’70 in poi, scaturita da una nuova coscienza collettiva femminile che ha prodotto elaborazioni di pensiero, di sapere e di pratiche, dirette a smantellare la dimensione gerarchica insita nella relazione tra i sessi come causa prima della violenza maschile sulle donne.<br />
"Il termine Femminismo (e anche il movimento e quello che ha significato per la crescita della nostra società) andrebbe semplicemente ricondotto al suo senso proprio" aggiunge Bartolini: un movimento di donne, non omogeneo, che contestando gli schemi del patriarcato e del maschilismo ha contribuito a migliorare la posizione delle donne. Attribuire un significato negativo, come talvolta accade, a questa parola è davvero incomprensibile. Meno dirompente è invece il termine "emancipazione", movimento delle donne che non è stato meno forte sul piano culturale e della messa in discussione dei ruoli". La cultura di genere, spiega tuttavia Carrano, va oltre la dimensione emancipazionistica: "Pur considerando il processo di emancipazione femminile un percorso importante al quale nessuna donna può rinunciare, l'obiettivo finale non è l'omologazione all'uomo, ma il raggiungimento della libertà della donna, quale soggetto differente ma non secondo in una relazione pari con l'uomo". <br />
<br />
GELOSIA, RAPTUS, MALATTIA<br />
Anche il termine "gelosia" è usato impropriamente. Donne uccise per "gelosia" o "troppo amore" dai propri partner o ex sono in realtà vittime di una violenza di genere. E quasi sempre si giustifica con la parola "raptus" il comportamento violento maschile. "Malattia" è un altro termine usato a sproposito quando si parla di uomini "malati" che invece sono semplicemente violenti, e basta dare un'occhiata ai giornali o accendere la tv per notare che le definizioni usate in riferimento alle donne sono solitamente casalinga, prostituta, escort, velina. "Non esiste il maschile di queste parole nel linguaggio comune", precisa Carrano. "Per le donne che hanno un ruolo pubblico istituzionale, professionale, le parole si mascolinizzano e diventano: il ministro, il Presidente, l'avvocato, il medico, il sociologo, lo psicologo e spesso il termine, anche se mascolinizzato, viene occultato dalla parola "signora". Questo è un esempio emblematico". <br />
<br />
LA DONNA, LE DONNE<br />
Nel saggio "L'infinito singolare. Considerazioni sulla differenza sessuale nel linguaggio", pubblicato nel 1986 la semiologa Patrizia Violi si chiede: "In che misura le donne parlano diversamente dagli uomini?" e smaschera la falsa neutralità del sistema delle parole, ancora imprigionato nello schema della differenza sessuale. La donna, dice Violi, sembra infatti essere sempre colta attraverso una rappresentazione che la fa esistere o come immediatamente universale o come immediatamente particolare. Mai come singolare specifico. "In che modo allora la differenza, la differenza sessuale, si manifesta nel linguaggio?".<br />
<br />
MOGLIE, MADRE, ESCORT<br />
I media, in tutto ciò, giocano un ruolo fondamentale. Non compiendo, salvo rari casi, nessuno sforzo per discostarsi dalla cultura corrente, i mezzi di comunicazione influenzano negativamente l'atteggiamento psicologico della società. Il periodo storico in cui viviamo segue il mantra "appaio quindi sono". E la terminologia utilizzata oscura la soggettività femminile, identificando le donne nei ruoli tradizionali (moglie, madre e ora "escort"). "La tv, quale riflesso della cultura dominante" continua Carrano, "impone modelli comportamentali femminili caratterizzati da stereotipi e pregiudizi, e impedisce alle donne che rifiutano le modalità e le logiche della politica e della cultura maschile di avere una visibilità. Bloccando la diffusione di una cultura diversa, che affermi il diritto all’inviolabilità del corpo femminile". <br />
Ecco perché è così importante partire dall'uso corretto delle parole, radice che nutre ogni cosa. Potendone modificare 10 a scelta dal vocabolario italiano a favore delle donne, Titti Carrano cancellerebbe proprio la definizione che questi dà di Femminista: "Seguace, sostenitore, fautore del femminismo". Aggiungendo, al suo posto, "Libertà femminile". Quella che si nomina e si realizza nelle relazioni. <br />
(d.repubblica.it, 12/7/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

È l’obiettivo di certi M5S. Non l’usavano già nemmeno i presidenti Pivetti e Bertinotti <br />
<br />
Abbattere la parola onorevole <br />
<br />
Battaglia linguistica di retroguardia: il passato insegna <br />
<br />
di CESARE MAFFI <br />
<br />
Fa le annunciate (e minori) novità grilline da introdursi nel mondo politico pare rientrare il rifiuto dell’appellativo di «onorevole» in favore del semplice «cittadino». Qualche chiarimento sarà utile, per evitare che crescano inusitate aspettative per il gesto che qualche fervente cultore del M5S potrebbe intendere come rivoluzionario. <br />
Il titolo di «onorevole» in Italia spetta, per più che secolare tradizione, ai deputati e ai senatori. Esso venne esteso dapprima ai deputati regionali della Sicilia, poi ai consiglieri regionali della Sardegna. Con la costituzione delle regioni a statuto ordinario, è stato assegnato ai consiglieri regionali da Roma <br />
in giù, in verità più per uso e pressione dei diretti interessati che per qualche obiettiva ragione (infatti nessuno, da Roma in su, si sogna di appellare «onorevole» un semplice consigliere regionale). <br />
Tradizionalmente si autodefiniscono «onorevoli» i consiglieri comunali di Roma e, sulla loro spia, pure quelli provinciali, sempre con riferimento alla capitale. Di fatto, da appellativo la parola «onorevole» <br />
si è quasi mutata, nel parlar comune, nella carica stessa, diventando sinonimo di deputato. Così, mentre i senatori sono di solito interpellati «senatori» e solo in solenni occasioni «onorevoli senatori» (al plurale, in uso nelle sedute di palazzo Madama), i deputati sono chiamati preferibilmente «onorevoli». <br />
Storicamente, vi fu un’eccezione con la trentesima e ultima legislatura regia (1939-`43): la Camera dei deputati era stata soppressa, sostituita dalla Camera dei fasci e delle corporazioni, composta di «consiglieri nazionali» cui non spettava l’appellativo di «onorevole». <br />
Di fatto, vi sono presidenti e vicepresidenti delle Camere che evitano spesso l’appellativo di «onorevole»: sotto tale aspetto l’eventuale proposta grillina sfonda una porta aperta. Sia Irene Pivetti sia Fausto Bertinotti prediligevano rivolgersi ai propri sottoposti chiamandoli «deputato» e «deputata». Svariati vicepresidenti, sia a palazzo Madama sia a Montecitorio, da Alfredo Biondi a Emma Bonino, hanno sempre preferito rivolgersi ai «colleghi e colleghe» e al (o alla) «collega». Nulla vieterà ai parlamentari grillini di rivolgersi ai colleghi come meglio preferiranno: usando il «signor», il titolo di studio, quello onorifico, il «collega» e finanche il «cittadino», pur se quest’ultimo termine puzza alquanto di giacobino. Piena libertà per i singoli. Non potranno però pretendere che i parlamentari degli altri partiti, partendo da chi presiede l’assemblea, s’indirizzino loro evitando l’uso del termine «onorevole». Il galateo parlamentare ha le sue consuetudini, che non è lecito nemmeno ai presidenti violare. <br />
Quanto, infine, all’eguaglianza pretesamente sottesa all’uso di termini come «cittadino», sarà bene <br />
ricordare che, nel passato, la storia si è incaricata di vanificare le espressioni allocutive imposte per forza. Tutti «cittadini», dopo la Rivoluzione Francese, sì; ma il «cittadino presidente» o il «cittadino <br />
sindaco» finiva col prevalere sul «cittadino» punto e basta, tant`è che il «cittadino primo console» divenne in breve volgere d’anni «Sua Maestà l’Imperatore». Dopo la Rivoluzione d’Ottobre il termine «compagno» agguagliava tutti, ma spuntarono presto il «compagno segretario», il «compagno commissario», il «compagno presidente», sicché alla fine il «compagno compagno» rimase in evidente disparità. Analogo discorso si può fare per il «camerata»: basterà citare l’uso di «onorevoli <br />
camerati» nelle Camere fasciste per accertarsene. <br />
(Da Italia Oggi, 9/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

LA PAROLA «LOMBARD» È UN PATRIMONIO SAREBBE SAGGIO IMPARARE A RISPETTARLO <br />
<br />
di Gian Arturo Ferrari<br />
<br />
Ci sono tre buone ragioni per cui val la pena stare a Milano. Nell’ordine, il teatro alla Scala, lo stadio di San Siro e l’Antica Barberia Colla, oasi di civiltà. Adesso però ce n’è anche una buona se non proprio per abiurare la cittadinanza, quantomeno per non farsi immediatamente riconoscere come milanesi. Ed è l’introduzione -ventilata? probabile? verosimile? prossima? auspicata? imminente? - del lombard, moneta sussidiaria padana di oscura funzione, incerto statuto e opinabile valore, anche propagandistico. Qualcosa di simile, par di capire, alle banconote del Monopoli. Il governatore Maroni - uomo, pareva, non incline alle fantasie - ne ha fatto pudicamente cenno come di una moneta di complemento, uno strumento che, in tempi calamitosi quali i presenti, servirebbe per «agevolare lo scambio di beni e servizi». Il che, anche per gli ignari d’economia, è più o meno quel che ogni moneta fa. <br />
Quel che in tutto questo dispiace è il troppo disinvolto uso di un gran termine, lombard. Di una grande parola della lingua europea, fin dal Medioevo. Che significava intraprendenza e abilità, ma soprattutto correttezza e affidabilità, specie nella trattazione di quell’oggetto ambiguo e pericoloso che è il denaro. Come di precursori - ma con meno rigidezza visionaria - di un’etica degli affari <br />
calvinista. I lombardi erano stati baciati dalla fortuna, avevano avuto in sorte la terra più ricca d’Europa, per il cui possesso le grandi potenze si sarebbero scannate per secoli. Dalla loro terra felice i lombardi si erano sparsi ovunque seguendo opportunità, affari, ricchezza. Certo, quelli che nel Duecento diedero il nome, che tuttora resiste, a Lombard Street, nella City di Londra, non erano, a rigor di termini, lombardi. Come puntualizzò, con un tocco di campanilismo, il toscano Montanelli fin da11964, «erano in maggioranza setaioli di Lucca, lanaioli e banchieri di Firenze». «Ma - aggiungeva lealmente - siccome trattavano affari in grande e con esemplare serietà, rispettando gli impegni e onorando la firma, gli inglesi li consideravano lombardi». «Fin d’allora - concludeva in gloria - in nessuna parte del mondo si riusciva a immaginare che dall`Italia venisse qualcosa di buono che non fosse lombardo». Anche le parole sono un patrimonio. Anche le parole sono, per usare un termine burocratico, un bene culturale. In ogni caso meritano rispetto. Chiamare lombard i soldi buoni per comperare il Vicolo Stretto o il Parco delle Vittorie non è una gran trovata. <br />
(Dal Corriere della Sera, 15/4/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

IL COMMENTO <br />
<br />
QUELLA PAROLA ANTICA FINITA FUORI CORSO (SENZA RIMPIANTI) <br />
<br />
di PAOLO DI STEFANO <br />
<br />
Zitella» è una parola fuori corso. Colorata « com’è di connotazione scherzosa o addirittura spregiativa, non appartiene alla nostra cultura politicamente corretta. Un pontefice italiano forse non l’avrebbe pronunciata, ma è possibile che per Francesco emerga da lontane reminiscenze del frasario familiare di emigranti italo-argentini. Proveniente da «zita», che in toscano significava «bambina, fanciulla» e che rimane in uso nei dialetti meridionali come «fidanzata», il vezzeggiativo «zitella» assume presto l’accezione di «donna in età da marito»: ed è quindi semanticamente corretto che Francesco alla «zitella» opponga la «madre». Ci siamo felicemente lasciati alle spalle l’epoca in cui la «zitellonaggine» era di uso comune nel maschilismo linguistico imperante, e Cesare Pavese poteva tranquillamente scrivere di «una zitella quarantenne, accollata e ossuta», centrando, nella scelta degli aggettivi, lo stereotipo estetico diffuso. E ancora prima il macho Mussolini poteva permettersi di disprezzare gli «uomini d’arme con pudori di zitellone inacidite». Sta di fatto che, diversi secoli prima, il poeta siciliano Cielo d’Alcamo si mostrava molto più femminista se metteva in scena una ragazza che alle profferte amorose di un giovane rispondeva: «prezzo le tue parabole meno che d’un zitello». A «Due zitelle» (sin dal titolo), Tommaso Landolfi dedicò invece un memorabile racconto in cui due sorelle rimaste nubili, dopo la morte della vecchia madre, ricevono in dono, per colmare il vuoto, nientemeno che uno scimmione piuttosto turbolento, destinato a fare la parte dell’uomo di casa. Ne nasceranno vari trambusti in cui saranno coinvolte le monache (ovviamente «zitelle» pure loro) del vicino convento. Tempi remoti, in cui lo «zitellismo» era moneta corrente come il pennino, il sigaretto, le Esportazioni, le braghe, il gettone per il telefono. Senza rimpianti. <br />
(Dal Corriere della Sera, 9/5/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

SALUTO DEL PAPA <br />
<br />
Significato di cerea <br />
<br />
Il saluto piemontese rivolto dal Papa a Emma Bonino con la parola «cerea», deriva non tanto da una contrazione dell’espressione «vostra signoria» ma, secondo un’altra interpretazione linguistica, dal greco «caireo», cioè «buon giorno». Si tratterebbe di una sopravvivenza dell’influenza greco-bizantina in Italia dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente. Francesco Mezzalama, Roma <br />
(Dal Corriere della Sera, 11/6/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

LA PAROLA<br />
<br />
Base jumping<br />
<br />
di Giorgio De Rienzo <br />
<br />
Consiste nel lanciarsi nel vuoto da varie superfici - rilievi naturali, edifici o ponti - e atterrare con l'aiuto di un paracadute. Il termine «Base» è l'acronimo in inglese di «buildings» (edifici), «antennas» (torri), «span» (ponti) ed «earth» (rocce, scogliere o formazioni naturali), ed è stato usato per la prima volta nel 1978 da Carl Boenish, professionista dei balzi nel vuoto, mentre si stava preparando a saltare da «El Capitan» (una formazione rocciosa californiana). Nel base jumping si usa un solo paracadute: il volo dura pochi secondi e non ci sarebbero né il tempo, né lo spazio minimo per usare un paracadute di emergenza. Secondo il «Base fatality list», un elenco non ufficiale di persone morte facendo base jumping, dall'11 aprile 1981 al 21 giugno 2013 le vittime sono almeno 206.<br />
(Dal Corriere della Sera, 5/7/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Le parole sono importanti e allora aboliamo "cancro" <br />
<br />
di UMBERTO VERONESI <br />
<br />
LE PAROLE sono fondamentali nel linguaggio del dolore, e lo sono ancor di più quando questo dolore è una diagnosi di cancro, un trauma profondissimo che tocca oltre mille persone ogni giorno nel nostro Paese. E prezioso quindi il dibattito semantico sollevato dal National Cancer Institute e ripreso ieri da Repubblica. Perché il cancro non è solo una malattia grave e a volte mortale, ma è anche la rappresentazione della maledizione, è il male per antonomasia, un male oscuro e inspiegabile che nasce in noi e dall’interno ci distrugge, tanto che è una parola usata per denominare le degenerazioni sociali che appaiono inestirpabili. È un cancro la mafia, l’inflazione, oggi anche la crisi finanziaria. Come si può pensare di guarire da un’entità simbolica, uno spettro che si può materializzare solo pronunciando il suo nome? Diventa allora un dovere morale per i medici togliere l’angoscia creata dalla parola cancro. In Italia ci abbiamo pensato sin dal 2006, quando abbiamo proposto alla comunità medica internazionale una nuova classificazione per i tumori del seno. <br />
Invece del termine "carcinoma duttale in situ" abbiamo introdotto "neoplasia intraduttale" (in termine tecnico Din). Questa semplice sostituzione evita di utilizzare parole come "infiltrante" o "invasivo", che evocano una malattia insinuata in tutto il corpo, generando terrore. <br />
Va detto che fino a qualche decennio fa il medico usava volentieri parole difficili dal significato minaccioso, che lasciava cadere come pietre dall’alto del suo sapere su pazienti e familiari, facendoli sentire inadeguati e ancora più impotenti. E’ una tecnica per tenere a distanza il malato e proteggere se stessi. Qualcuno la adotta ancora oggi. Però ora l’atteggiamento del paziente, più consapevole e informato, è cambiato e soprattutto è cambiato il volto del cancro. <br />
Oggi di tumore si può guarire e le cure sono rispettose della qualità di vita. Non era così quando la parola fu usata per la prima volta da Ippocrate, 2500 anni fa. L’inventore della medicina moderna definì " karkinos" -che significa granchio-la forma del tumore della pelle, il primo ad essere osservato. <br />
Arrivò anche ad avanzare una teoria sulla sua origine: l’eccesso di bile nera, in greco "melanconia". <br />
Oggi le cause dei tumori diffuse sono conosciute, e mediamente il 60 per cento guarisce se diagnosticato per tempo; anzi per alcune neoplasie (mammella, prostata, tiroide eccetera) si arriva fino al 90 per cento. È davvero tempo di cambiare nome a questa malattia - noi proponiamo neoplasia-e di scacciarne i fantasmi. Così come dobbiamo smettere di chiamare gli ex malati "sopravvissuti". <br />
Si sopravvive a una calamità, a una guerra, a un incidente: a un evento catastrofico, insomma, in cui solo per miracolo ci si sottrae alla morte. Ma oggi il cancro è una malattia curabile nella maggioranza dei casi e non deve spaventare. Le parole sono fondamentali nel linguaggio del dolore. <br />
(Da La Repubblica, 31/7/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

ALLE ORIGINI DI UN CONCETTO <br />
<br />
Razza, parola decisamente equina <br />
<br />
di FRANCESCO SABATINI <br />
<br />
La decisione dell’Assemblea francese di eliminare dalla Costituzione di quel Paese la parola «race», <br />
omologa della nostra razza, fa discutere. <br />
Naturalmente, dovrebbe riscuotere il massimo consenso l’intenzione di proclamare in ogni modo la necessità di combattere il razzismo, la discriminazione di gruppi umani per il semplice motivo che <br />
appaiono fisicamente diversi da quello a cui si appartiene. Ognuno ci rifletta per suo conto e si convinca di quanto sia stupido e fuorviante ridurre a questo fattore le questioni di concorrenza politico-economica o di contrasto socio-culturale tra i popoli; o si faccia convincere dagli studiosi di storia genetica,come il nostro Luca Luigi Cavalli Sforza. <br />
Ma ha senso combattere la parola? Personalmente ritengo che nella Costituzione di uno Stato, e mi riferisco anche alla nostra che lo usa in un contesto analogo (art. 3), sia pure usata per condannare la relativa discriminazione, la parola non dovrebbe esserci e quindi do ragione al Parlamento francese. Perché l’uso della parola razza con significato biologico umano (e connessa funzione discriminatoria) è frutto di una banale deriva semantica, che ha finito col creare un concetto, appunto il concetto aberrante che vogliamo combattere. <br />
Ma che razza di parola è razza (da pronunciare con z sorda, come in piazza)? <br />
Pochi (pochissimi) sanno che negli anni 60 del secolo scorso ci fu una disputa tra due grandi filologi europei, lo svizzero Walther von Wartburg e l’italiano Gianfranco Contini, sull’etimologia di questa parola. Il primo, nel suo vocabolario etimologico del francese, riconduceva il vocabolo francese, con il suo antefatto italiano che ne è la fonte, al latino ratio, «principio», seguendo una proposta dell’austriaco Leo Spitzer e convalidando tutto un filone di pensiero che implicitamente nobilitava il concetto, portandolo nella sfera della speculazione filosofica. Il secondo scoprì che la parola si era sì, formata in Italia, ma, inizialmente, alla fine del ’200, come adattamento della parola francese “haraz”, «allevamento di cavalli» (derivata a sua volta da una parola germanica). La prova di Contini era fulminante (mise in contatto un poemetto francese che presentava “haraz” «allevamento di cavalli» con le traduzioni italiane che recavano arazzo, razzo e razza), ma Wartburg non si dichiarò convinto. <br />
E qui, devo pur dirlo, capitò al sottoscritto di confermare la spiegazione di Contini con una decina di attestazioni anche di qualche decennio più antiche: nel Regno di Sicilia, gli Angioini avevano introdotto particolari allevamenti equini chiamati nei documenti latini “aracie”, termine che fu poco dopo adattato nel volgare razze. Con il commercio di cavalli la parola si diffuse anche in Toscana e nel resto d’Italia e, sempre in groppa ai cavalli, si diffuse in Europa. Riferimenti alle famiglie umane? In senso generico di discendenza o gruppo nazionale sì, ma senza quel carico di discriminazione che cominciò ad affiorare nel tardo ’700 (con l’economista Ferdinando Galiani; Leopardi ammette le differenze razziali, ma udite udite - difende la parità dei popoli «in quanto è a diritti umani»; e così via). <br />
Con la decisione francese, dunque, la parola rientri totalmente nell’ambito della sua «nascita zoologica, veterinaria, equina» (Contini). <br />
(Dal Corriere della Sera, 9/8/2013).

You need or account to post comment.