Parolacce e reati

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Reato oppure no? Ogni parolaccia ha la sua storia

di Marcello D’Orta

La prima parolaccia documentata della storia? Appare nella saga babilonese di Gilgamesch, il più antico poema del mondo (risale al 2000 a. C.). Il termine è riferito a una prostituta di nome Shamhat. Nello stesso poema appare anche la prima maledizione, un’espressione che oggi si potrebbe tradurre “vaffanculo”. E a proposito di “vaffa” e dintorni, prima di mandare a quel paese qualcuno o di indirizzargli un epiteto ingiurioso, assicuratevi di non aver superato i quarant’anni. Prima di quest’età, secondo la Cassazione, i vari “vaffa” “non rompetemi i c.” eccetera sono ammessi, perché usati come “intercalare o rafforzativo di un pensiero”. Appena superata quest’età, tanti guai. Si passa dall’innocenza alla colpevolezza per la stessa parola e lo stesso gesto. Finanche gridare a uno “Lei non sa chi sono io!” può costare una multa: l’espressione è considerata dagli ermellini “sconveniente”. Sempre il famoso “vaffa” non è reato se detto tra persone di pari grado; è ingiuria se detto da un subalterno o qualcuno di estrazione sociale o grado superiore.
Attenzione poi a usare il dialetto. Se il sottoscritto se la cavò, in Cassazione, avendo un suo alunno appellato come “scurnacchiàta” (scornata) una dietologa, non così fortunato è stato un militare che ha dato del “ricchione” (pederasta) a un commilitone. Le sentenze curiose non finiscono qui. La Suprema Corte ha consigliato coloro che vogliono ferire dignità, onore e reputazione di qualcuno, di farlo via mail. In tal caso la Giustizia sarebbe disposta a chiudere un occhio. Li aprirebbe invece entrambi se l’offesa viaggiasse via sms o per telefono. Quanto al razzismo, a dare della “zingara” a qualcuno ci si può trovare in tribunale, e così pure “ebreo che non rispetta la legge”. Per “negro di merda” può succedere di tutto, non così per “italiani di merda”, espressione “censurabile ma senza l’aggravante del sentimento razzista”. Ma nella Valle di Giosafat, Dio non userà il metro della Cassazione: “Ora vi dico che nel giorno del giudizio gli uomini renderanno conto di ogni parola vana che avranno proferita”. Chiedo sin d’ora scusa a quella scornacchiata della dottoressa T.
(Da La Nazione, 15/7/2010).




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