Parlo globish

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Parlo globish

Spopola tra star e studenti, manager e colf. E’ l’inglese basic.

Un vero passaporto per il mondo, che ora ha perfino una grammatica

di Valentina Agostinis

Qual è la lingua più usata per comunicare ed essere capiti in ogni angolo del Pianeta? No, non è l’inglese, ma una sua sottospecie: il “globish”. Quel “broken Enghish” (com’è chiamato con una punta di disprezzo dal British doc), ormai ampiamente collaudato su internet, o durante i viaggi in giro per il mondo, quando viene naturale sfoderare un vocabolario pieno di parole ibride, spesso distorte, che però funzionano. Insomma una lingua che si è fatta da sé, un inglese “basic” capace di avvicinare culture anche molto lontane, e che fa parlare il manager tedesco con il suo collega giapponese, la colf peruviana con la sua “famiglia” italiana, lo studente americano con la ragazza francese seduta accanto nel metrò. Ora questa rudimentale lingua dei nostri tempi globalizzati ha anche una grammatica, redatta da un alto dirigente della Ibm, Jean-Paul Nèrrière. E’ lui infatti che, notando come i suoi colleghi utilizzassero con successo lo stesso vocabolario standard da Seul a Mosca, si è preso la briga di scovare le 1.500 parole in “globish” sufficienti a farsi comprendere a Londra come a Tokyo, a Los Angeles come a Buenos Aires. “Non si tratta di un inglese scorretto, ma di un inglese “leggero”, fatto di sentenze brevi, che vanno subito al dunque”, spiega l’autore. In Francia “Don’t speak English”. Parlez Globish” ha fatto furori, e ora il testo si trova anche in Italia, tradotto e pubblicato da Agra Editrice. “Parlate Globish” insegna che è meglio non sforzarsi a imparare l’inglese raffinato, quello con tutti i crismi delle regole oxfordiane. Basta un po’ di tempo a memorizzare un vocabolario ridotto, una grammatica semplice e una pronuncia accettabile. E il passaporto per il mondo è assicurato. In quanto a Shakespeare: “Lui, come tutti i grandi autori europei, continueremo a studiarlo, naturalmente”, scrive Nèrrière. “Il globish non apre le porte a una letteratura avvincente. Consente solo conversazioni molto pratiche”. Ma essenziali per vivere nelle nostre città ormai multietniche, dove l’intreccio delle culture e delle lingue è tale da aver bisogno di un supporto in comune: appunto il globish, l’esperanto dei nostri giorni.

Prova la lingua

Nell’era della mobilità professionale, e dei viaggi low cost, Nèrrière immagina un grande futuro per la neolingua, e nel suo sito www.jpn-globish.com offre dei test per misurare la capacità di apprendimento. “Siete veloci nel tradurre parole come: apple, authority, baby, brother, committee, finish, guilty e holiday? Be’ non avete grandi meriti, essendo dei termini piuttosto comuni”. Ma con un piccolo sforzo, continua l’autore, si possono acquisire altre 300 parole di questo genere (da aggiungere alle 480 praticamente simili nelle due lingue) e arricchire così il vocabolario in globish. Per arrivare alle 1.500 indispensabili per padroneggiare conversazioni in tutto il mondo, è necessario però non avere problemi nell’uso dei participi passati, come eaten, bitten, brought ecc. Attenzione infine ai “falsi amici”, cioè a quei vocaboli che sembrano avere una traduzione ovvia in italiano (per esempio: consistent non vuol dire consistente, ma coerente). E’ in questa zona franca che si fa incetta di strafalcioni. A cadere in certe trappole c’è persino il fior fiore del giornalismo italiano in trasferta negli Usa. Così è capitato che l’inviato Vittorio Zucconi traducesse maldestramente “copycat” (imitatore) in “gatto copione”, e il corrispondente Maurizio Molinari davanti al cartello “Cheney rocks” (Cheney va forte) si prendesse una… licenza poetica, scrivendo “Cheney roccioso”.

(Da Anna n. 6, febbraio – 2006).

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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

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Qual è la lingua più usata per comunicare ed essere capiti in ogni angolo del Pianeta? No, non è l’inglese, ma una sua sottospecie: il “globish”. Quel “broken Enghish” (com’è chiamato con una punta di disprezzo dal British doc), ormai ampiamente collaudato su internet, o durante i viaggi in giro per il mondo, quando viene naturale sfoderare un vocabolario pieno di parole ibride, spesso distorte, che però funzionano. Insomma una lingua che si è fatta da sé, un inglese “basic” capace di avvicinare culture anche molto lontane, e che fa parlare il manager tedesco con il suo collega giapponese, la colf peruviana con la sua “famiglia” italiana, lo studente americano con la ragazza francese seduta accanto nel metrò. Ora questa rudimentale lingua dei nostri tempi globalizzati ha anche una grammatica, redatta da un alto dirigente della Ibm, Jean-Paul Nèrrière. E’ lui infatti che, notando come i suoi colleghi utilizzassero con successo lo stesso vocabolario standard da Seul a Mosca, si è preso la briga di scovare le 1.500 parole in “globish” sufficienti a farsi comprendere a Londra come a Tokyo, a Los Angeles come a Buenos Aires. “Non si tratta di un inglese scorretto, ma di un inglese “leggero”, fatto di sentenze brevi, che vanno subito al dunque”, spiega l’autore. In Francia “Don’t speak English”. Parlez Globish” ha fatto furori, e ora il testo si trova anche in Italia, tradotto e pubblicato da Agra Editrice. “Parlate Globish” insegna che è meglio non sforzarsi a imparare l’inglese raffinato, quello con tutti i crismi delle regole oxfordiane. Basta un po’ di tempo a memorizzare un vocabolario ridotto, una grammatica semplice e una pronuncia accettabile. E il passaporto per il mondo è assicurato. In quanto a Shakespeare: “Lui, come tutti i grandi autori europei, continueremo a studiarlo, naturalmente”, scrive Nèrrière. “Il globish non apre le porte a una letteratura avvincente. Consente solo conversazioni molto pratiche”. Ma essenziali per vivere nelle nostre città ormai multietniche, dove l’intreccio delle culture e delle lingue è tale da aver bisogno di un supporto in comune: appunto il globish, l’esperanto dei nostri giorni.<br /><br />
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Nell’era della mobilità professionale, e dei viaggi low cost, Nèrrière immagina un grande futuro per la neolingua, e nel suo sito www.jpn-globish.com offre dei test per misurare la capacità di apprendimento. “Siete veloci nel tradurre parole come: apple, authority, baby, brother, committee, finish, guilty e holiday? Be’ non avete grandi meriti, essendo dei termini piuttosto comuni”. Ma con un piccolo sforzo, continua l’autore, si possono acquisire altre 300 parole di questo genere (da aggiungere alle 480 praticamente simili nelle due lingue) e arricchire così il vocabolario in globish. Per arrivare alle 1.500 indispensabili per padroneggiare conversazioni in tutto il mondo, è necessario però non avere problemi nell’uso dei participi passati, come eaten, bitten, brought ecc. Attenzione infine ai “falsi amici”, cioè a quei vocaboli che sembrano avere una traduzione ovvia in italiano (per esempio: consistent non vuol dire consistente, ma coerente). E’ in questa zona franca che si fa incetta di strafalcioni. A cadere in certe trappole c’è persino il fior fiore del giornalismo italiano in trasferta negli Usa. Così è capitato che l’inviato Vittorio Zucconi traducesse maldestramente “copycat” (imitatore) in “gatto copione”, e il corrispondente Maurizio Molinari davanti al cartello “Cheney rocks” (Cheney va forte) si prendesse una… licenza poetica, scrivendo “Cheney roccioso”.<br /><br />
(Da Anna n. 6, febbraio - 2006).<br /><br />
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