Parliamo di Europa almeno andando ai seggi

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GRANDE ASSENTE NELLA CAMPAGNA ELETTORALE

Parliamo di Europa

almeno andando ai seggi

“La cosa buffa di queste elezioni è che di tutto si parla fuorchè di Parlamento europeo”. Lo dice Giulio Andreotti,che aggiunge:”Non è una cosa nuova:negli ultimi cinque anni se si va a guardare la stampa non si è mai parlato di Parlamento europeo”. In effetti,la grande assente nel confronto elettorale sembra proprio l’Europa. Per essere più precisi,non mancano formazioni che sull’Europa hanno concentrato la loro attenzione,ma sono quelle che all’integrazione europea si oppongono,e che sono accreditate di risultati a due cifre in molti paesi,dalla Gran Bretagna all’Olanda,alla Francia,all’Austria alla Polonia. La crescita di questi atteggiamenti antieuropei ha radici varie,che è un po’ semplicistico catalogare come rigurgiti nazionalisti o regionalisti a sfondo antidemocratico. La definizione che si usa comunemente,quella di “sovranisti”,infatti,riporta a un concetto,quello di sovranità popolare,che di per sé non si può considerare contrario alla democrazia,di cui invece è il cardine. La critica che essi rivolgono alle istituzioni europee,di non corrispondere alla volontà popolare ma solo a interessi economici dominanti o a consorterie tecnocratiche,coglie un problema reale,anche se dà una risposta del tutto fuorviante. Se è vero che la sovranità popolare è più determinante nei singoli paesi che in Europa,la risposta è quella di costruire un confronto politico europeo che sia effettivamente arbitrato-com’è nella natura delle democrazie- dal consenso popolare. Si dice,e anche in questo c’è del vero,che i poteri troppo limitati del Parlamento europeo finiscano per determinare un certo deficit democratico,su cui poi si basa la propaganda antieuropea. La storia delle assemblee parlamentari,però,ci ricorda che i poteri delle assemblee elettive sono andati crescendo man mano che cresceva la forza delle rappresentanze politiche organizzate,cioè dei partiti. Ora la condizione dei partiti europei,che sono l’indispensabile strumento della sovranità popolare in Europa come nei singoli paesi,è assai travagliata. Quasi nessuno sa,per esempio,chi sia il presidente dei popolari o dei socialisti europei,che sono le formazioni politiche principali a livello continentale. Questi partiti,poi,non hanno sempre la capacità di esprimere una linea su questioni controverse.

D’altra parte mettere d’accordo Tony Blair e Josè Luis Zapatero,che pure stanno nella stessa centrale europea,sulla politica irachena,è altrettanto difficile che far convergere Silvio Berlusconi e Jean-Pierre Raffarin. Il processo di effettiva unificazione tra le famiglie politiche europee sarà ancora lungo e graduale,forse comporterà modificazioni rispetto al loro assetto attuale,ma è una condizione ineludibile per dare all’Europa una democrazia reale. Altrimenti la critica di chi costata che l’Unione è “senz’anima”,a partire dal fatto che rifiuta di riconoscere le proprio radici,può estendersi a un’ingiusta denuncia liquidatoria dell’Europa “dei banchieri”.

L’Italia,che è giustamente considerata profondamente europeista,in questo senso potrebbe fare di più,da una parte come dall’altra. Il fatto che la maggiore formazione di centrosinistra abbia fino a qui lasciato del tutto impregiudicata la scelta del gruppo in cui andranno i propri eletti nel parlamento europeo,seppure conseguenza comprensibile del carattere di liste di convergenza tra partiti diversi,non aiuta la costruzione di una dialettica politica europea riconoscibile. Nel campo opposto del centrodestra si è troppo spesso lasciata tracimare la legittima critica a comportamenti e scelte delle autorità europee,a cominciare dalla gestione della politica monetaria ,fino ad adottare atteggiamenti che strizzano l’occhio all’euroscetticismo. Non si tratta di mettere la sordina alla dialettica politica,bisogna anzi farne di più a livello europeo,perché dia espressione e vivacizzi il confronto tra formazioni vere,costituite,come diceva Luigi sturzo,da uomini “liberi e forti”.

Avvenire p.1

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