Parlare al mondo

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Parlare al mondo

Editoriale di Francesco Bertolini

Il Politecnico è pronto a sostituire la lingua italiana con l'inglese e a fare ricorso anche al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar che aveva bloccato la novità linguistica. La Lombardia da tre mesi ha un nuovo presidente, espressione di un movimento, che, nelle scorse settimane, a Genova, aveva proposto che le sedute del consiglio provinciale fossero con traduzione simultanea e doppia stesura, ma non in inglese, in genovese. Non so quale sia l'orientamento del presidente lombardo e attuale segretario riconfermato della Lega nei confronti di questa iniziativa, ma, vista da fuori, qualche riflessione su dove stiamo andando è forse utile farla. Siamo sempre più globali, in un sistema che ormai ha evidenziato tutti i suoi limiti, le nazioni perdono di significato in favore delle macro aree del mondo e contemporaneamente esplodono istanze di autonomia e tutela delle identità culturali anche in Paesi dove si pensava consolidata la struttura dello stato. Cosa fare in una situazione così schizofrenica? Che tipo di educazione scegliere in una città come Milano, che da sempre si sente inserita nella globalità internazionale?

La globalizzazione fa rima con omologazione, e per alcuni anni è stata vista come la panacea di tutti i problemi del mondo, ricetta per accrescere la ricchezza all'infinito. Così non è stato e soprattutto così non è, non lo è per il mondo, per il nostro Paese e per la nostra regione. Ma tutelare le tradizioni locali e i dialetti evitando che diventino cimeli da museo ha senso o è un illusorio tentativo di perpetuare lo status quo? Milano è forse l'unica città italiana dove si sentono ovunque lingue diverse, dove gli immigrati di provenienza diversa utilizzano l'italiano per parlare tra di loro, e dove ormai i milanesi doc sono veramente una piccolissima minoranza. È da sempre punto di incontro di culture e popoli diversi; non essendo meravigliosa come molte altre città italiane, è divenuta il luogo dove tutti passano, alcuni si fermano, molti lasciano qui parte delle loro tradizioni e ne acquisiscono di nuove. Ostacolare tali fenomeni, non solo è impossibile, ma è soprattutto inutile; la lingua è qualcosa di vivo, in continuo mutamento, pur avendo una ricchezza lessicale e una rigorosità grammaticale che invece i dialetti non hanno, essendo utilizzati in situazioni informali.

A Milano vi sono ambienti in cui si lavora in inglese, dalla moda, alla finanza, alla ricerca accademica. Non sono comparti eticamente superiori ai commercianti o agli artigiani che quotidianamente realizzano e distribuiscono beni e servizi forse molto più utili al nostro benessere quotidiano, sono solo settori più esposti a un mondo più globale e quindi di conseguenza più omologato. La nuova Lombardia, così attenta alle tradizioni e alle lingue del passato, alcune, tra l'altro, ormai quasi estinte, non può pensare di penalizzare il globale a favore del locale, in tutte le sue declinazioni; la sfida che ci attende sta proprio nella capacità di cogliere il meglio dal mondo e adattarlo alla nostra realtà. Negli ultimi tempi Milano e la Lombardia sono stati un po' più lenti rispetto al passato. È ora di ripartire.

Da milano.corriere.it, 05/06/2013




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