Parla come calci: l’italiano e i giocatori stranieri.

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Parla come calci: l’italiano e i giocatori stranieri.

Come imparano l’italiano i giocatori provenienti dagli altri Paesi? Ce lo spiega il dott. Siebetcheu..

Il calcio è una lingua internazionale, ma conoscere la lingua del paese in cui si gioca rappresenta un’arma in più per qualsiasi giocatore. Ce lo spiega il dott. Raymond Siebetcheu*, titolare di un assegno di ricerca all’Università per Stranieri di Siena. Siebetcheu segue dal 2012 il progetto “Multisport” (coordinato dai professori Massimo Vedovelli e Andrea Villarini), dedicato all’immigrazione coniugata allo sport italiano, che si prefigge di analizzare le dinamiche linguistiche e culturali nell’ambito delle migrazioni sportive e il loro impatto nella scuola e nella società italiana. n tema, questo, ancora di nicchia in Italia.
Tanti stranieri – Con un campionato come la Serie A composto per circa il 60% di calciatori stranieri, l’apprendimento dell’italiano diventa fondamentale quasi come saper applicare il fuorigioco o fare una diagonale difensiva. “Molte squadre si sono attrezzate in questo senso -spiega il dott. Siebetcheu- e, nell’ambito della mia ricerca, ho potuto riscontrare che alcune, come Roma e Udinese, sono particolarmente all’avanguardia sotto questo punto di vista. Ci sono dei corsi mirati per i loro calciatori stranieri, che ne facilitano l’inserimento”. Sapere cosa vuole da te l’allenatore è vitale per potersi ritagliare un ruolo da titolare, e a fare la differenza rispetto a un classico apprendente è soprattutto il fattore tempo. “E’ l’elemento distintivo principale -dice ancora Siebetcheu- Perché un calciatore ha fretta di imparare la lingua del paese in cui gioca, possibilmente con lezioni giornaliere di brevissima durata, mentre uno studente è disposto a seguire lezioni di lingua con calma e per più ore al giorno. Il giocatore deve capire le indicazioni dell’allenatore, ma anche confrontarsi con i compagni di squadra. C’è poi spesso la necessità di poter capire e poi rispondere adeguatamente alle domande dei giornalisti, e quella di costruire un buon feeling con i propri tifosi”.
Lucio e la lavatrice – “Il calcio, a livello di comunicazione non verbale, può essere una lingua comune -aggiunge-, ma al calciatore serve una minima competenza linguistica per potersi sentire veramente a proprio agio. Per ottimizzare i tempi, gli strumenti didattici usati per l’insegnamento dell’italiano, come quelli che stiamo sperimentando, devono essere mirati all’ambito lavorativo che, in questo caso, riguarda il campo da gioco”. In questo senso Siebetcheu ricorda un episodio riportato alcuni anni fa sul sito del Goethe Institut dove si legge: “quando il brasiliano Lucio [ex difensore di Bayer, Bayern, Inter e Juve], militava nel Leverkusen, prima di una lezione di tedesco vide la foto di una lavatrice nel manuale che avrebbe usato per imparare il tedesco, disse (al docente): ‘mi conceda una piccola pausa’ e non ritornò in classe. E’ necessario fornire ai calciatori professionisti dei sussidi didattici capaci di motivarli”. “Molti giocatori preferiscono imparare le lingue attraverso la conversazione per sviluppare la produzione e la ricezione orale di cui hanno urgentemente bisogno -continua Siebetcheu- e affrontare la produzione e la ricezione scritta in un secondo momento. In questo senso, è opportuno partire dal lessico legato al calcio in modo che i giocatori si inseriscano velocemente nella squadra e superino le barriere linguistiche che si possono verificare durante gli allenamenti e le partite”.
Imparare allenandosi – Siebetcheu ha sviluppato alcune strategie didattiche per facilitare l’apprendimento della lingua italiana da parte dei calciatori stranieri, e li sta applicando con la squadra ‘Migranti San Francesco’ di Siena, composta da soli richiedenti asilo, che gioca a livello amatoriale. “La differenza tra questi ragazzi rispetto ai calciatori professionisti è legata soprattutto al fatto che non devono far i conti con la pressione mediatica che contraddistingue i professionisti. Ma lo statuto giuridico incerto dei richiedenti asilo ci suggerisce che servono delle strategie mirate per fare sì che anche loro possano imparare divertendosi partendo dai loro bisogni linguistici e affinché l’apprendimento linguistico non sia un peso o una barriera nel loro processo di integrazione. Naturalmente questo percorso può essere applicato anche nelle scuole tenuto conto della passione per il calcio da parte dei ragazzi e della necessità di stimolare lo studio delle lingue straniere”.
Parole in gioco – Quella di imparare allenandosi sembra quindi essere il metodo più efficace: “ho elaborato, finora con risultati soddisfacenti, diverse attività ludiche attraverso dei giochi linguistici durante gli allenamenti. Questi giochi consentono di sviluppare contemporaneamente tanto le quattro abilità linguistiche (parlato, ascolto, lettura e scrittura) quanto le abilità tecnico-calcistiche. Ad esempio in riferimento al gioco linguistico ‘le parole in gioco’, utilizzo dei palloni con sopra le lettere dell’alfabeto. Vengono composte delle squadre di due-tre elementi che devono comporre nel minor tempo possibile parole legate a un campo lessicale ben preciso. Se ad esempio si lavora sulle parti del corpo i giocatori sono chiamati a scrivere correttamente parole come “mano”, “piede”, “petto”, ecc. Vince la squadra che ci riesce per prima. In questo gioco linguistico si lavora quindi sulle capacità condizionali come la velocità e la rapidità dei movimenti. Un altro gioco linguistico, che all’Arsenal chiamano Language Crossbar Challenge, consiste nel chiedere ai giocatori di esprimersi su alcuni temi, ad esempio presentarsi, indicare i propri gusti, ecc., e successivamente andare a calciare un rigore senza portiere con l’obiettivo di colpire la traversa. In riferimento alla presentazione, il giocatore deve dare una serie di informazioni su se stesso (nome, età, lingua, ecc.). Ad ogni informazione data deve seguire un tentativo di colpire la traversa con il pallone. In questo gioco l’abilità tecnica sviluppata è il tiro e la precisione”.
Questione di motivazione – A fare la vera differenza però, come spesso accade, è la motivazione. “Alcuni giocatori professionisti non parlano l’italiano anche dopo alcuni anni che giocano in Serie A? -commenta Siebetcheu- Ovviamente c’è chi ha più difficoltà perché, ad esempio, per un ispanofono è più facile imparare l’italiano rispetto ad un arabofono. Tuttavia, il vero problema non è solo legato alla tipologia linguistica, ma a vari fattori tra cui la motivazione. I calciatori professionisti hanno spesso qualcuno che li aiuta a sbrigare le pratiche amministrative e logistiche quotidiane. Non dovendo quindi affrontare sfide comunicative nella società, alcuni calciatori preferiscono accontentarsi della conoscenza linguistica che serve per il loro lavoro in campo. Da cui l’importanza dei percorsi didattici ludici, che proponiamo, capaci di incrementare la motivazione per la lingua e di fare dell’allenamento un luogo di apprendimento linguistico”. Tutto il contrario quando conoscere l’italiano è indispensabile per ottenere un visto per l’Italia e integrarsi nella società: “In molti paesi africani, tra cui il Camerun, i ragazzi studiano l’italiano con una motivazione fuori dal comune che consente loro nel giro di sei mesi di avere un adeguato livello di conoscenza della lingua italiana per continuare gli studi in Italia”. Una lezione, questa, che può valere più di un gol.

*Raymond Siebetcheu è titolare di un dottorato di ricerca in Linguistica e Didattica dell’Italiano a Stranieri, conseguito presso l’Università per Stranieri di Siena. Nella medesima università collabora con le cattedre di Linguistica educativa e di Teoria della mediazione. E’ inoltre docente a contratto presso l’Università di Dschang in Camerun. E’ in possesso della qualifica di Istruttore di Scuole Calcio.
(Da tuttosport.com, 26/10/2015).

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