Pari opportunità e lingua italiana, continuando l’operato di Alma Sabatini

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DOCUMENTO CONCLUSIVO DI UNA PROGRAMMAZIONE ANNUALE SU LINGUA E GENERE ALL’UNIVERSITÀ CÀ FOSCARI VENEZIA

Condividere e diffondere buone pratiche linguistiche

di GIULIANA GIUSTI

Il documento che segue, redatto al termine di una programmazione annuale di iniziative su Lingua e genere, a cura del CPO dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, vuole essere un punto di partenza per sollevare la riflessione critica su un uso stereotipato del maschile nella lingua italiana che porta alla scomparsa delle donne nei ruoli di prestigio e di potere nella società italiana.
Chiediamo uno sforzo collettivo nella diffusione e nella condivisione di questo documento da parte di tutte le associazioni e gli organi istituzionali preposti al sostegno delle pari opportunità, alla valorizzazione della differenza di genere, alla formazione, alla comunicazione, alle organizzazioni sindacali, alle istituzioni locali, regionali e nazionali, ai partiti politici e ai movimenti di opinione, per raggiungere l’obiettivo di nominare le donne per rendere esplicite in quanto donne in tutti i ruoli, anche e soprattutto in quelli di prestigio sociale, politico, e culturale.
Giuliana Giusti

Lingua e identità di genere
Comitato per le pari Opportunità – programmazione 2011 – Università Ca’ Foscari di Venezia
Documento conclusivo _ redatto da Donatella Artese, Giuliana Giusti, Teresa Santilli e condiviso dalle partecipanti alle tre iniziative: Carla Berto, Francesca M. Dovetto, Maria Pia Ercolini, Stefania Cavagnoli, Orsola Fornara, Fabiana Fusco, Annamaria Levorin, Gianna Miola, Luisa Napolitano, Rosanna Oliva, Franca Orletti, Manuela Romei Pasetti, Patrizia Tomio,
condiviso da Rete per la Parità nell’Assemblea del 13 febbraio 2012
La lingua rispecchia la cultura di una società e ne è una componente fortemente simbolica.
Le parole non si limitano a descrivere le categorie sociali ed epistemologiche esistenti, ma hanno il potere di costruire e rafforzare vecchi e nuovi stereotipi culturali rispetto ai ruoli attribuiti a donne e uomini. Pertanto, un uso della lingua rispettoso della parità di genere è di fondamentale importanza per un effettivo superamento delle disuguaglianze che sono un dato di fatto della società italiana. Ricordiamo, infatti, che l’Italia è ancora al 74° posto nella classifica mondiale del gender gaphttp://reports.weforum.org/global-g...).
A circa trenta anni dalla pubblicazione delle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini, il Comitato per le Pari Opportunità dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ha previsto nella programmazione 2011 diverse iniziative su Lingua e identità di genere (con il patrocinio della Provincia di Venezia, dell’Assessorato alla Cittadinanza delle donne, Comunicazione, Attività Culturali del Comune di Venezia, e dell’Ufficio Scolastico Regionale per il Veneto). Lo scopo è stato quello di favorire un’attenta riflessione sugli stereotipi linguistici presenti nei media, nei testi scolastici, nella comunicazione istituzionale, nella prassi quotidiana in generale, e promuovere strategie di comunicazione che contribuiscano a creare in tutte le cittadine e i cittadini, ma in particolare nelle giovani generazioni, un’identità di genere positiva e paritaria, con il contributo di giornaliste, giuriste, esperte di formazione e linguiste italiane e straniere.
Nel Febbraio-Aprile 2011, il progetto formativo: Pari opportunità e lingua italiana. Il caso degli atti amministrativi universitari è stato rivolto al personale tecnico-amministrativo dell’Università, e al personale del Comune di Venezia.
Il 19 settembre 2011, il convegno Nominare per esistere: nomi e cognomi ha affrontato il tema dei nomi di ruolo nel linguaggio giuridico e amministrativo e della trasmissione del cognome alla prole. (i cui atti, a cura di Giuliana Giusti, sono disponibili presso l’editrice universitaria Cafoscarina).
Il 2-3 febbraio 2012, con il convegno Declinare i ruoli nella società, nella comunicazione, nella formazione è stato affrontato il tema dei nomi di ruolo nei mezzi di comunicazione e di come la mancata declinazione femminile dei nomi di prestigio impedisca a creare un’identità di genere paritaria nelle generazioni più giovani.
Ripercorrendo il cammino verso un uso della lingua che aiuti ad eliminare gli stereotipi di genere si possono ricordare le seguenti tappe:
Nel 1986 la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pubblicato i due testi di Alma Sabatini Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana e Il sessismo nella lingua italianache, ancora oggi, costituiscono un ottimo strumento di riflessione sulla lingua italiana e sulle sue potenzialità per far emergere i ruoli che le donne hanno ed hanno avuto nella società, nella storia, e nella cultura italiana.
Nel 1995 i governi nella “Quarta Conferenza mondiale sulle donne per l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace,” si impegnavano con la Dichiarazione n. 38 a tradurre in fatti il Programma di azione, assicurando che il tema della parità tra i sessi sia riflesso in tutte le politiche e programmi.
L’obiettivo strategico B del Programma riguarda l’istruzione e la formazione delle donne.
L’articolo n.74 specifica: i programmi scolastici e i materiali didattici in larga misura pervasi da pregiudizi sessisti e raramente essi sono sensibili alle esigenze particolari delle bambine e delle donne. Ciò rafforza i ruoli tradizionali delle donne e degli uomini e preclude alle donne il raggiungimento di una piena e uguale partecipazione alla vita della società. La mancanza di consapevolezza da parte degli insegnanti a tutti i livelli dei problemi relativi alle donne rafforza le disuguaglianze esistenti e le tendenze discriminatorie, indebolendo l’autostima delle bambine. L’assenza di programmi educativi sulla sessualità e la riproduzione ha avuto gravi conseguenze per le donne e per gli uomini.
Nel 2000, accogliendo le sollecitazioni della Conferenza e nel quadro di azione del IV Programma di azione comunitaria, è stato realizzato il Progetto europeo PoLiTe.
Nel 2005, il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa e la sua Commissione delle elette locali e regionali ha creato uno strumento destinato ad essere utilizzato concretamente dalle autorità locali e regionali europee: "La città per la parità", approntando la “Carta europea dell’uguaglianza e della parità delle donne e degli uomini nella vita locale”, che contiene riferimenti al linguaggio. Per la diffusione della Carta dal 2006 è impegnata l’Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa – A.I.C.C.R.E..
Del linguaggio trattano anche la Direttiva del Consiglio dei Ministri 27.3.1997 (Azioni positive per l’imprenditoria femminile), il V Programma di Azione Comunitaria (Azioni a sostegno dell’applicazione del mainstreaming e della diffusione di una cultura delle Pari Opportunità tra uomini e donne), la Direttiva del Governo italiano del 24.5.2007 ( misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche).
E’ sconcertante constatare che, salvo poche realtà individuali (alcune firme giornalistiche, alcune amministrazioni regionali o cittadine), tutto è rimasto lettera morta, mentre nel resto dei paesi europei i mezzi di comunicazione, le istituzioni, e la produzione di materiale formativo, hanno adottato regole di comportamento comune, diffuso buone pratiche e messo in atto una decisa svolta rispetto alla possibilità di declinare ruoli e competenze al femminile, di nominare donne e uomini nel riferimento generale e particolare. Riteniamo che l’attuale situazione di incertezza in cui versa l’uso della lingua italiana nel caso in cui si faccia riferimento ad una donna in cariche politiche ed istituzionali prestigiose, come quelle di ministra, sindaca, assessora, direttrice di testate di giornali, segretaria generale di sindacati, sottosegretaria di ministeri, ecc. che spesso erroneamente riferisce alle donne con termini maschili (contrariamente a quanto avviene nel caso in cui le funzioni non siano di prestigio), rispecchi la evidente incerta identità di genere che le donne si trovano a dover assumere quando si trovano a coprire cariche di alto prestigio e responsabilità.
Riteniamo inoltre che solo con un costante e sistematico impegno congiunto delle istituzioni preposte, prime tra tutte il Dipartimento delle Pari Opportunità ed il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, si potrà realizzare l’obiettivo del gender mainstreaming in tutti gli ambiti della comunicazione e della formazione, non trascurando il ruolo della lingua nel nominare, definire, sancire ruoli e funzioni per donne e uomini.
Chiediamo pertanto che
il Ministro dell’Istruzione Università e Ricerca si impegni, nell’ambito dei lavori avviati sulla base del Documento di indirizzo sulle diversità di genere d’intesa con il Dipartimento per le Pari Opportunità 15.06.2011, a porre l’uso del linguaggio, ed in particolare la declinazione al femminile di ruoli e funzioni di potere e di prestigio, tra i principali strumenti da sviluppare al fine di raggiungere l’obiettivo del gender mainstreaming, rendendo esplicita la presenza delle donne nella società, nella consapevolezza dell’impatto del linguaggio sulla definizione dei ruoli e sulla creazione di identità di genere.
la Ministra del Lavoro e Welfare con delega alle Pari Opportunità si impegni ad emanare apposite disposizioni che portino alla diffusione dell’uso dei termini femminili dei ruoli di prestigio nel caso essi siano riferiti a donne, a partire dal termine Ministra per la titolare del dicastero, e promuova questo tipo di comunicazione istituzionale a tutti i livelli, non escluso quello legislativo e istituzionale, secondo le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, a cura di Alma Sabatini, per altro pubblicate all’epoca a cura della stessa Presidenza del Consiglio, e attualmente reperibili on line sul sito del Dipartimento per le Pari Opportunità.
entrambi i Ministeri si impegnino ad intraprendere la pianificazione di analisi ed azioni, che abbiano l’obiettivo di diffondere una maggiore consapevolezza circa la necessità di un linguaggio rispettoso delle differenze di genere, a partire dal mondo dell’istruzione in tutti suoi gradi, soprattutto attraverso il Tavolo di concertazione,insediatosi in data 12 ottobre 2010, in attuazione del Protocollo di Intesa stipulato dai medesimi, e diretto alla promozione e attuazione di politiche di pari opportunità a tutti i livelli della scienza, della tecnologia e della ricerca scientifica.
(Da http://www.womenews.net, 19|02|2012).




5 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

L’angolo <br />
P. Granzotto <br />
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La ministro Fornero e la minestra riscaldata del femminilismo <br />
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Caro Granzotto, spero mi voglia risolvere il quesito sul perché la «ministra» signora Fornero si ostina a voler essere appellata nella sua carica al maschile il parere d’una esperta di lingua italiana: «Come risponde a chi sostiene che certi femminili suonano male? Che è solo questione di abitudine alle parole nuove. Non c’entra la fonetica: ‘se maestra, monaca, coniglietta, pastora, suonano bene, è difficile sostenere che ministra, sindaca, prefetta, questora, deputata suonano male! La ragione è un’altra: si declina al femminile un contenuto semantico per tradizione associato al maschile, e questo crea sconcerto. La preferenza per l’uso del maschile, molto diffusa proprio fra le donne, riflette ancora l’esitazione ad accettare che certe figure professionali siano riconducibili a donne. Ma usare il maschile per le donne che ricoprono professioni e ruoli di prestigio (penso per esempio alla componente femminile del Parlamento!) non solo disconosce l’identità di genere e nega quello femminile, ma addirittura nasconde le donne!». Dunque cos’altro nasconde quella «voglia di maschile»? <br />
Renzo Dentesano Roma <br />
<br />
Questione di lana caprina, caro Dentesano, dunque molto difficile da dipanare. E che di certo non <br />
dipana l’esperta da lei chiamata in causa (quando su un dilemma linguistico s’abbatte l’identità <br />
di genere, il sessismo e quelle faccende là, meglio cambiar discorso). Diciamo subito che «ministro» è vocabolo da tempo affermato anche se con significato diverso da quello che qui ci interessa <br />
(membro del governo preposto a un dicastero). Per il primo dizionario della lingua italiana, <br />
quello della Crusca, ministro è generalmente «chi ministra, chi ha il maneggio e il governo delle <br />
cose». La faccenda interessante è che ai tempi di Dante e Boccaccio «ministro» aveva anche il femminile («ministra» compare nel Decamerone e per tre volte nella Commedia). Poi, col tempo, la forma femminile uscì dai vocabolari. E solo recentemente, grazie soprattutto alle gagliarde battaglie femministe, alle percussioni linguistiche della par condicio e delle pari opportunità, s’affanna a prepotentemente rientrarvi. Insieme a una caterva di consorelle, quali assessora, marescialli, sindaca, carabiniere, magistrati, giudicessa, vigilessa, ingegnera, architetta e via discorrendo. Tutte forme legittime, niente da dire: se vale maestra, se vale poetessa, se vale senatrice e se vale faccendiera, non si comprende perché non dovrebbe valere ministra? E qui ciascuno può dire la sua. La mia è che i sostantivi se non nati certo cresciuti nell’uso comune al maschile assumono, con la femminilizzazione, un che di scherzoso. Un tono da burla. E che quindi le interessate che li adottano lo fanno a loro rischio e pericolo. Rischio che molte donne sono disposte a correre, è ovvio, perché la causa innanzi tutto. Tuttavia non credo che questo sia il cruccio del ministro Fornero (che di crucci comunque ne ha, pretendendo negli scritti giornalistici di non vedersi apporre il «la» davanti al suo cognome. E la libertà di stampa e di informazione dove la mettiamo, eh?), disattendere cioè il canone femminista della lotta dura senza paura. È che ha orecchio, predilige l’armonia e «ministro Fornero» suona meglio di «ministra Fornero». Al netto, nel secondo caso, dell’ironia. <br />
(Da Il Giornale, 26/2/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Discriminazioni di genere <br />
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Petizione per una declinazione femminile dei ruoli<br />
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Alla cortese attenzione <br />
Il.mo Sig. Presidente Giorgio Napolitano <br />
Il.mo Sig. Presidente Mario Monti <br />
Il.mo Sig. Presidente Renato Schifani <br />
Il.mo Sig. Presidente Gianfranco Fini <br />
Il.ma Sig.ra Ministra Elsa Fornero <br />
Il.ma Sig.ra Ministra Anna Maria Cancellieri <br />
Il.ma Sig.ra Ministra Paola Severino <br />
Il.ma Sig.ra Segretaria Susanna Camusso <br />
Il.ma Sig.ra Presidente Emma Marcegaglia <br />
<br />
Oggetto: Invito alla declinazione femminile dei ruoli <br />
<br />
Illustrissima Signora, Gentilissimo Signore, <br />
<br />
La discussione intorno al "sessismo" nella lingua italiana nasce nel 1987 quando Alma Sabatini pubblica per la Presidenza del Consiglio dei Ministri uno studio dal titolo "Il sessismo nella lingua italiana", di cui uno dei capitoli centrali è quello delle "Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana". <br />
Negli anni a seguire, il testo di Sabatini è stato ripreso, rimaneggiato, riproposto e, a volte, inglobato, in varie altre pubblicazioni (p.e. nel Manuale di stile – Strumenti per semplificare il linguaggio delle pubbliche amministrazioni del 1997) . Sebbene esso sia continuamente citato ogni qual volta si affronta l'argomento, nelle Università come nei dibattiti sul tema, le raccomandazioni del 1987, ancora attuali, ad oggi rimangono sostanzialmente disattese, tanto dai media quanto dalla pubblica amministrazione, salvo rare virtuose eccezioni. <br />
Ora, se lingua e l'attenzione per essa non sono affatto questioni di poco conto, tanto meno può dirsi marginale l'esigenza di declinare al femminile anche i ruoli e, in particolare, quelli politici ed economici come i Vostri. "In principio era il Verbo", la parola creatrice, dove la sua assenza, l'assenza di parola, di voce, nega l'esistenza e impedisce tanto l'immagine quanto lo sviluppo del pensiero intorno ad essa. Così, ad esempio, una persona di sesso femminile è accolta sulla maggior parte delle piattaforme online con un "benvenuto", è indicata come "cittadino" nei moduli della Pubblica Amministrazione e, nelle questioni scolastiche, spesso scompare a favore del "Padre o di chi ne fa le veci". <br />
Un mondo coniato al maschile perché maschile era la storia della società fino a pochi anni fa, un mondo che oggi va ridefinito, anche nella lingua, al femminile, perché oggi le donne sono cittadine con pari dignità degli uomini e la loro storia potrà essere tracciata solo se ci saranno le parole per farlo. Molti modelli di oggi, pensati e declinati solo al maschile, oramai vanno ripensati: le cose, infatti, cambiano, così come cambiano i modelli di produzione e d'integrazione economica. Ebbene, è giunta l'ora di modelli virtuosi anche a livello letterale. <br />
Nel 2007, la Direttiva Nicolais – Pollastrini per le "Pari Opportunità" nella Pubblica Amministrazione ci ha provato, ma non è stata così incisiva; arriviamo al 2010 e la Provincia di Bolzano ne incorpora l'essenza in una legge provinciale. Forse domani qualche giornale in più seguirà l'esempio, forse qualche altra amministrazione seguirà l'esempio, forse qualche Assessora e qualche Ingegnera. La speranza è che, seppur non in maniera repentina, ma piuttosto progressiva – come richiede ogni cambiamento culturale –, accanto al Ministro compaia la Ministra e l'articolo "la" davanti al cognome della Ministra non sia più necessario: tutti sapranno che la Ministra Fornero è una donna! <br />
In tale situazione, quindi, ricordando pure tutte quelle donne del passato che sono riuscite, senza spargimenti di sangue, a far passare termini come pittrice, scultrice, scrittrice, Le sottoscritte e I sottoscritti affidano a Voi, Signore Ministre, Signora Segretaria, Signora Presidente e Signori Presidenti, come più alti rappresentanti del sistema politico ed economico, la richiesta d'intervento e di risposte urgenti. <br />
<br />
Con i più cordiali saluti, <br />
- Monica Amici <br />
- Francesca Petrini <br />
- Iole Natoli, per il Gruppo facebook "Per una lingua italiana sessuata (o al limite neutra) e non sessista" e per il gruppo di Facebook "Genere lingua e politiche linguistiche". <br />
<br />
Si può sottoscrivere qui <br />
<!-- m --><a class="postlink" href="http://dubbieverita.wordpress.com/2012/02/26/proposta-di-invito-alla-declinazione-femminile-dei-ruoli/">http://dubbieverita.wordpress.com/2012/ ... dei-ruoli/</a><!-- m -->

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Il femminile dei titoli professionali<br />
<br />
Caro Beppe, so che la questione non è di quelle che ti levano il sonno, però credo che in fondo, scavando scavando, contenga un interessante aspetto sociologico.<br />
Voglio parlare del femminile dei vari titoli professionali, come “avvocata” (ebbene sì, anche l’Accademia della Crusca propende per questa forma, sebbene si senta ben più spesso parlare di “avvocatessa”, forse per affinità con “dottoressa”), e poi ancora di “ministra”, “sindaca”. Invero, alcuni di questi femminili sono bruttarelli assai, o forse non mi ci sono abituata, però leggo e sento che anche i giornalisti si muovono un po’ in ordine sparso, come se stentassero ad accettare, seppure linguisticamente, che alcune figure professionali ormai appartengono, anche se in minima parte, al mondo femminile. Non credi che dovreste, tutti voi giornalisti, stilare delle linee guida per ottenere un’omogeneità linguistica?<br />
Marinella Simioli, <!-- e --><a href="mailto:marinella.simioli@virgilio.it">marinella.simioli@virgilio.it</a><!-- e --><br />
<br />
Ogni giornale ha le sue le sue linee-guida, Marinella (non sempre scritte, non sempre conosciute, non sempre osservate). Detto ciò: la lingua cambia, e non credo sia bene ingessarla.<br />
Ad avvocatessa preferisco avvocata: c’è anche nel “Salve Regina” (“Orsù, dunque, Avvocata nostra…). Ho qualche perplessità con ministra (brutto), mentre non ho problemi con notaia (al mio orecchio suona come lattaia). L’importante è rispettare le concordanze. Se preferite ministro a ministra, rivolgendovi a Elsa Fornero con “Caro Ministro…” non “Cara Ministro…”.<br />
La questione dei femminili è comunque controversa. Io mi regolo così: se la lingua italiana dispone di un femminile efficace, lo utilizzo (direttrice, ricercatrice, scrittrice, presidentessa, dottoressa, infermiera, etc). Ma ho notato che le interessate preferiscono il maschile: come se quel “cambio di genere” fosse una conquista. Per me invece segnala un piccolo, ingiustificato complesso di inferiorità.<br />
Ricordo una discussione con la responsabile di una missione diplomatica italiana in Nord Europa. Io l’ho chiamata “ambasciatrice”, lei gentilmente mi ha fatto notare che “ambasciatrice” è, nel linguaggio della diplomazia, la moglie dell’ambasciatore. Ho obiettato: poteva andare ai tempi in cui gli ambasciatori erano tutti maschi, ora non più. Lei insisteva. Allora ho detto: facciamo così, se lei mi permette di chiamare “ambasciatrice” suo marito, allora d’accordo. Ha ceduto (almeno a parole).<br />
(Da italians.corriere.it, 17/3/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Lingua e civiltà<br />
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Il sessismo non è un problema grammaticale (il neutro non esiste in italiano), ma sociale <br />
Accettato dalle donne che negli anni 90 confusero parità e omologazione al modello maschile <br />
<br />
Infermiera sì. Perché ministra no?<br />
<br />
di Paolo Di Stefano<br />
<br />
Può apparire fin troppo banale ricordare che la lingua italiana, a differenza di altre lingue, possiede due generi grammaticali, il maschile e il femminile. Non è però inutile, se si pensa che questa possibilità di distinguere tra i sessi non viene sfruttata come potrebbe (e dovrebbe). Ci sono eccezioni che però, come scrive Cecilia Robustelli, una linguista che studia la discriminazione linguistica di genere, rimangono «del tutto ininfluenti sul piano del sistema»: per esempio, la parola guardia che pur essendo femminile si riferisce per lo più a persone di sesso maschile. Un gruppo compatto di altre eccezioni riguarda i termini che definiscono professioni o ruoli istituzionali di prestigio declinati al maschile anche quando hanno un referente femminile. I casi sono innumerevoli, ma basti cominciare a segnalare esempi come «l’architetto Gae Aulenti», «il ministro Elsa Fornero» o «il segretario generale della Cgil Susanna Camusso».<br />
Per quali ragioni viene infranta la regola grammaticale che imporrebbe le forme femminili architetta, ministra, segretaria, perfettamente compatibili con i meccanismi morfologici di formazione delle parole? Evidentemente la risposta non rientra più nella sfera grammaticale, ma in quella socioculturale. Fatichiamo, sul piano linguistico, ad attribuire funzioni importanti alle donne, visto che siamo abituati per tradizione a collocarle su piani inferiori rispetto ai maschi: tant’è vero che, mentre evitiamo di dire ingegnera, non abbiamo nessuna difficoltà a parlare di ragioniera, lavandaia, portiera, sarta o infermiera. Eppure l’italiano è cambiato moltissimo e continua a cambiare rapidamente sotto gli influssi dei mutamenti sociali: basti pensare alla straordinaria permeabilità della nostra lingua rispetto al lessico tecnologico inglese o ai gerghi televisivi. Capita poi che la resistenza conservativa metta a dura prova la coerenza grammaticale di certe frasi, quando per esempio si tratti di scegliere la concordanza di articoli, aggettivi, pronomi e participi. Non di rado, infatti, nel linguaggio giornalistico, ci troviamo di fronte a costruzioni contraddittorie del tipo: «la ministro Carfagna…», «il presidente Marcegaglia è stato accolto…», o «l’architetto Aulenti è morta».<br />
«Sembra che l’italiano — scrive Cecilia Robustelli in un saggio su L’uso del genere femminile nell’italiano contemporaneo — mostri ancora esitazioni a riflettere nel suo lessico il percorso di emancipazione femminile che si è snodato in tutta Europa a partire dalla fine dell’Ottocento per quanto riguarda la conquista di nuovi ruoli e professioni da parte delle donne». E ciò avviene nonostante il linguaggio si configuri ormai come uno strumento essenziale nella costruzione della parità tra uomo e donna. La questione della rappresentazione della donna attraverso il linguaggio, specialmente nelle sue conseguenze in ambito amministrativo, non è nuova. Già nel 1987, quando il dibattito sulla parità era alla ribalta politica, l’anglista Alma Sabatini produsse un lavoro fondamentale, intitolato Il sessismo nella lingua italiana, che denunciava il «principio androcentrico» della lingua italiana, secondo cui «l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico». E proponeva una serie di «raccomandazioni» per ovviare alle dissimmetrie grammaticali e semantiche che, nella generale inconsapevolezza del parlante, finiscono per rendere il linguaggio, appunto, «sessista». È passato, da allora, un quarto di secolo e quasi nulla è stato recepito sul piano istituzionale, per non dire dell’uso comune. È pur vero che una legge del 1977 sulla parità tra uomini e donne in materia di lavoro recitava testualmente: «È vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività a tutti i livelli della gerarchia professionale anche (…) in modo indiretto (…) a mezzo stampa o con qualsiasi altra forma pubblicitaria che indichi come requisito professionale l’appartenenza all’uno o all’altro sesso». Ma il risultato fu la coniazione di un’improbabile etichetta come quella del cosiddetto «maschile neutro» (il neutro è inesistente nella nostra grammatica) usato indifferentemente per uomo e donna.<br />
Va detto, a questo proposito, che fino ai primi anni Novanta l’idea di parità, anche negli ambienti del femminismo ortodosso, sembrava orientata verso un’omologazione della donna al modello maschile, al punto che essere chiamate chirurgo, consigliere, direttore, architetto era per le donne il segno di una equità finalmente raggiunta. Gae Aulenti, cresciuta in un contesto professionale particolarmente maschilista, ha sempre bandito il femminile «architetta» e molte «avvocate», maturate politicamente nel clima del ’68, ci tengono tuttora a rimanere «avvocati». La prova della sospirata parità era (e rimane per molte) l’assimilazione al mondo maschile. Dunque: chirurgo e mai chirurga, consigliere e mai consigliera, direttore di un giornale e non direttrice. In realtà, la sociolinguistica tende oggi a sottolineare come queste forme finiscano per rafforzare la tradizione «androcentrica». Ma non si può negare che forme come ingegnera, sindaca, prefetta, chirurga, pur essendo ineccepibili sul piano morfologico, rimangono ancora rarissime. È recente il caso di don Maurizio Patriciello, il prete di Caivano pesantemente redarguito dal prefetto di Napoli per essersi rivolto alla sua collega di Caserta con un semplice «signora», forse per evitare l’inusuale «prefetta». Non era, per la verità, il segno di un maschilismo consapevole, ma un uso conservativo e molto usuale della lingua, di fronte alla quale il prefetto ha reagito con arroganza (di casta) degna di miglior causa.<br />
Dagli anni Ottanta, l’importazione in Italia del concetto americano di gender, come insieme delle caratteristiche socioculturali che si accompagnano alla appartenenza all’uno o all’altro sesso, ha cambiato la prospettiva: si tratta ora di riconoscere le differenze di genere per far valere la propria identità. Riequilibrare un lunghissimo periodo di discriminazione significa dunque, anche sul piano linguistico, rendere «visibili» le donne. Alcune amministrazioni locali (Firenze) o regionali (il Veneto) paiono più sensibili di altre a questa esigenza di pari opportunità. Pazienza se rimane inevitabile il maschile cosiddetto «inclusivo» nei participi plurali («Marco e Paola sono andati), ma pure nell’uso quotidiano, se volete essere corretti (non solo politicamente, ma anche grammaticalmente), dovreste usare: sindaca, architetta, avvocata, chirurga, commissaria, deputata, impiegata, ministra, prefetta, notaia, primaria, segretaria (generale); e nulla impedisce consigliera, sul modello di infermiera, oppure assessora, revisora, ambasciatrice, amministratrice, ispettrice, senatrice. Per non cadere nell’eccesso opposto e quindi nel ridicolo, sarebbe bene continuare a usare professoressa, dottoressa e direttrice, ampiamente consolidate dall’uso, piuttosto che le irragionevoli dottora, professora, direttora. Tra le strategie di «visibilità» non peserebbe troppo contemplare la formula doppia almeno nei contesti istituzionali: «tutti i consiglieri e tutte le consigliere prendano posto nell’aula». Infine, «lavoratori e lavoratrici» dovrebbe entrare nell’uso, anche quando non venga detto da politici e politiche in cerca di voti.<br />
(Da La Lettura (Corriere della Sera), 18/11/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Susanna Agnelli si faceva chiamare senatore, Irene Pivetti "il presidente". Come se la legittimità del ruolo dovesse essere ratificata dalla conquista del titolo al maschile<br />
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Come evitare il sessismo della lingua italiana<br />
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di Sergio Lepri<br />
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Dopo il post di Mara Gergolet sulla richiesta di Josefa Idem di essere chiamata «ministra», è arrivata questa lettera di Sergio Lepri, docente di Linguaggio dell’informazione e tecniche di scrittura. Che ragionando sul sessismo della lingua si chiede come mai alcune donne in ruoli di potere preferiscano,invece, farsi chiamare al maschile (ministro, senatore…). <br />
Forse è un modo implicito per sostenere che quel titolo vale soltanto al maschile?<br />
È un inconscio maschilismo delle donne?<br />
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Ecco cosa scrive il professor Lepri.<br />
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Ogni lingua è basata su un principio androcentrico e l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico. Là dove è possibile si cerchi di evitare qualche espressione maschilista,anche se storicamente accreditata. Invece di «L’uomo è misura di tutte le cose» si dica «L’individuo…»; invece di «L’uomo della preistoria…» si dica «L’uomo e la donna della preistoria…»; invece di «La storia dell’uomo…» si dica «La storia dell’umanità…».<br />
I casi che capitano più spesso riguardano le cariche e le professioni. I casi più semplici sono quelli dei nomi che hanno la stessa forma al maschile e al femminile; si tratta solo di cambiare l’articolo: «il presidente», «la presidente»; «il preside», «la preside»; «il parlamentare», «la parlamentare»; «il vigile», «la vigile».<br />
Il problema è facilmente risolubile anche con i nomi che hanno una regolare forma femminile: «senatore» e «senatrice», «amministratore» e «amministratrice», «direttore» e «direttrice», «redattore» e «redattrice»; analogamente per «consigliere» e «consigliera» e per «deputato» e «deputata».<br />
La soluzione è resa tuttavia difficile da alcune donne che preferiscono la qualifica al maschile: senatrici (Susanna Agnelli, quando lo era) che preferiscono essere chiamate «senatori», direttrici che preferiscono essere chiamate «direttore», presidenti (Irene Pivetti, quando lo era) che preferiscono essere chiamate «il presidente», come se la legittima parità rispetto all’uomo dovesse essere ratificata dalla parallela conquista del suo titolo al maschile.<br />
Più difficili sono i casi in cui il nome maschile non ha in uso corrente, fino ad oggi, la forma femminile: «architetta», «medica», «chirurga», «ingegnera» (ma esiste «infermiera), «sindaca» (ma esiste «monaca») e soprattutto «ministra». Da escludere sono i femminili costruiti con il suffisso -essa (avvocatessa, soldatessa, vigilessa), un suffisso che ha una vaga valenza negativa, salvo i casi già entrati da tempo nell’uso comune (professoressa, dottoressa, poetessa, studentessa, sacerdotessa).<br />
Un invito a un uso non sessista della lingua è stato fatto dall’Unesco in un documento pubblicato nel 1994, in applicazione dei deliberati della venticinquesima e ventiseiesima sessione della Conferenza generale. Il documento, in francese e in inglese, «vuole aiutare a prendere coscienza che certe forme di linguaggio possono essere sentite come discriminatorie per le donne, perché tendono a nascondere la loro presenza o a farla apparire come eccezionale».<br />
Il documento propone delle soluzioni alternative; qualche esempio per l’inglese (proposte già largamente adottate negli Stati Uniti): «chairperson» o «president» invece di «chairman»; «photografer» o «camera operator» invece di «cameraman», «police officer» invece di «policeman». Alcuni esempi per il francese: «la ministre», «la secrétaire générale», «la présidente», l’ «envoyée extraordinaire», «la directrice», «la secrétaire générale», «la juge», «la conseillère».<br />
Ministra: A chi trova imbarazzo a usare «ministra» per la donna che è a capo di un ministero e preferisce il maschile «ministro» (con possibili casi di comicità: «Tutti hanno notato la gonna rosa pastello del ministro…») giova ricordare che «ministra» è parola antica, che si trova in scrittori come Annibal Caro, Torquato Tasso, Vincenzo Monti (sia pure con significati differenti) e anche in Giosué Carducci. In francese dicono «la ministre» («ministre» è maschile e femminile) e in tedesco «die ministerin».<br />
Cancelliera: Giusto. Per Angela Merkel i giornali usano, correttamente, la parola «cancelliera». Perché, allora, non usare anche «ministra», in italiano, per le donne a capo di un ministero? In spagnolo la parola «presidente», che è maschile e femminile come in italiano, ha anche il femminile «presidenta»; e l’ha stabilito un secolo fa la Reale Accademia spagnola della lingua (fondata nel Settecento sul modello dell’italiana Accademia della Crusca).<br />
Kirchner: Cristina Kirchner (meglio: Cristina Fernandez de Kirchner; Kirchner è il cognome del marito ed ex presidente, Néstor Carlos, morto nel 2010) è dal 2007 presidente della repubblica argentina. È correttamente chiamata «presidenta»; è un nome ufficiale (si veda la voce cancelliera) e non ha senso usarlo tra virgolette, come fanno molti giornali. Il cognome Kirchner è di origine tedesca, ma in spagnolo è pronunciato kircner con la c di «cena».<br />
Soldatessa: Basta con l’uso di «soldatessa» al posto di «soldata». È segno di ignoranza. Il femminile di «soldato», che è il participio passato di «(as)soldare», è «soldata»; come «deputata» è il femminile di «deputato».<br />
(Da 27esimaora.corriere.it, 12/6/2013).

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