Paolo Grossi. Il valore identitario di una lingua per il singolo e per la collettività.

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Paolo Grossi. Qualche conclusione da una premessa indiscutibile: il valore identitario di una lingua per il singolo e per la collettività.

Tratto da “Fuori l’italiano dall’università?”, Crusca Laterza ed.

 1. Credo che si possa essere tutti d’accordo su un fatto estremamente sfavorevole  e riprovevole, che grava sulla educazione dei nostri giovani nella loro formazione scolastica e che ha conseguenze assai negative sulla loro situazione entro una realtà sempre più cosmopolitica: intendo riferirmi alla irrisoria attenzione dedicata nei programmi ministeriali alla conoscenza delle lingue straniere più diffusamente parlate. E credo che si possa essere tutti d’accordo sulla opportunità (divenuta, forse, oggi una necessità) della sufficiente conoscenza, soprattutto da parte dei giovani, della lingua inglese ormai universalmente studiata parlata compresa. Tanto meglio se, in qualche ateneo, accanto ai normali corsi tenuti in lingua italiana, si affiancano corsi in lingua inglese seguibili da chi ne ha la capacità e la voglia.

Qui, oggi, in Accademia, il problema è altro, ed è specifico, e riguarda gli esperimenti di alcuni Atenei italiani realizzanti il progetto di offrire agli studenti, a tutti gli studenti, corsi tenuti nella sola lingua inglese (con esclusione piena della nostra lingua nazionale) anche per discipline ritenute obbligatorie nel piano degli studi.

Emergono da queste scelte di autorità accademiche problemi giuridici non eludibili, e di non poco rilievo: indubbiamente, infatti, entra in gioco anche la sfera delle garanzie costituzionali del cittadino. È ovvio che non posso non parlarne, ma sembra assolutamente necessario a me giurista spendere qualche irrinunciabile riflessione preliminare su di un profilo che è culturale e metodologico insieme, un profilo che – còlto nella sua palmare evidenza – non può che condurre al rifiuto di siffatte sperimentazioni  didattiche, relegàndole tra quelle ottime intenzioni di cui è, però, largamente lastricata la via dell’inferno.

 

2. In tutta umiltà, so di essere solo un giurista (né oso dire un costituzionalista, perché tra i nostri uditori siede, in attento ascolto, un egregio cultore della scienza costituzionalistica); un giurista che, in ragione della funzione da lui attualmente ricoperta, ha (e non può non avere) familiarità con i valori costituzionali di cui è chiamato ad essere custode. Affermo, pertanto, la mia crassa ignoranza sul piano linguistico, consapevolezza che non mi condurrà a fare il saccente su di un terreno non mio, ma ad avanzare piuttosto – e anche sommessamente – alcune considerazioni che si muovono sul piano del comune buonsenso e che mi sono affiorate alla mente riflettendo sull’odierno tema/problema.

Potrei esordire, sempre alla luce di un semplice buonsenso, affermando che non riesco a capire quello che scrive un noto e stimato linguista, Massimo Fanfani, nei suoi Pensieri per il 27 aprile, inviati alla Presidente e da lei forniti a ogni interveniente. Alludendo all’esperimento del Politecnico milanese, Fanfani tiene a segnalarci che «ciò non significa la morte o l’impoverimento della lingua materna». Il mio buonsenso mi suggerirebbe di togliere quel non e di capovolgere il significato della frase. Forse, il rischio non è la morte dell’italiano, ma sicuramente il suo impoverirsi, il suo essere esiliato in un cantuccio sempre più appartato.

Sono, però, convinto che il discorso deve muovere da un livello più alto, anche per togliere a queste considerazioni preliminari la parvenza di una sterile difesa patriottica. Sarò chiaro e netto: la scelta per ‘corsi’ in sola lingua inglese in Atenei italiani si concretizza, ai miei occhi, in un pernicioso autolesionismo, pernicioso perché compiuto con una buona dose di inconsapevolezza. Non ci si rende, cioè, conto del significato ultimo ed essenziale d’una siffatta soluzione e delle sue conseguenze inevitabili, né ci si domanda dove il sasso inconsapevolmente lanciato vada a colpire. E qui il discorsino di semplice buonsenso giunge a rivestirsi di una valenza squisitamente epistemologica.

La soluzione del problema non si esaurisce, infatti, nel sostituire un certo meccanismo comunicativo con un altro assai più diffuso e a spettro ormai universale. Si tratta di qualcosa di più. Questa apparentemente meccanica operazione segnala (e realizza), invece, una concezione assolutamente riduttiva della lingua, immiserita a mero strumento di comunicazione. Ma, indipendentemente dalla sua dimensione strumentale, l’essenza di una lingua si còlloca più in alto (o, se si vuole, più nel profondo): essa è principalmente una mentalità, riflette un costume, una tradizione, insomma una storia; riflette nella sua interezza ma soprattutto nella sua specificità e tipicità una determinata civiltà storica così come si è venuta formando nel tempo e nello spazio. È, in sostanza, legata strettamente alla identità di una comunità parlante e inevitabilmente la esprime e la riflette.

Può essere, a questo proposito, illuminante un preciso riferimento alla terminologia usata dal legislatore italiano, costituente e ordinario, in rapporto alla lingua. Nell’articolo 6 della Costituzione – situato ben all’interno dei principii fondamentali – è la Repubblica, e non lo Stato, chiamata alla tutela delle minoranze linguistiche. Ancora: nella legge 15 dicembre

1999, contenente Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, ugualmente, nell’articolo 1 si ribadisce che «la lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano» (comma 1) e che la Repubblica «valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana, promuove altresì la valorizzazione  delle lingue e delle culture tutelate dalla presente legge» (comma 2). Non si lega, cioè, la dimensione linguistica, né a un ente formalmente supremo (lo Stato), né ad una forma di governo, né a una cristallizzazione di apparati amministrativi, bensì all’insieme delle istituzioni così come si è  venuto a consolidare in un certo territorio, realtà comunitaria complessa perché comprensiva di parecchie sue componenti, dove la lingua – proiezione squisitamente etnico-culturale – ha un ruolo essenzialmente espressivo.

Dati, questi, che la stessa Corte Costituzionale non ha mancato di sottolineare in alcune recenti pronunce sul tema delicato del rapporto tra lingua ufficiale e lingue minoritarie. Nella sentenza n. 170 del 2010 (conseguente a un procedimento dove ebbi il privilegio di fungere da giudice relatore) si sottolinea la pregnanza dell’uso del termine Repubblica «nel senso di istituzione complessiva, orientata, nella pluralità e nella molteplicità delle sue componenti, ad esprimere e tutelare elementi identitarii». Convinzione ripresa e riaffermata nella successiva sentenza n. 88 del 2011, dove si afferma essere «la lingua un elemento di identità individuale e collettiva di importanza basilare».

La lingua contribuisce a formare una specifica cultura esprimendo puntualmente la tipicità storica di una specifica comunità. Prima di ogni altra sua proprietà ha un fondamentale valore identitario; e lo dimostra nel suo diventare letteratura, come avviene per l’italiano almeno dal Trecento in poi.

Questo è stato adeguatamente compreso nella costruzione – tuttora in atto – dell’Europa quale realtà unitaria politica e giuridica. Si è evitato di tener dietro a nazionalismi intollerabili, edificando, come avrebbe voluto De Gaulle, una frammentatissima  Europa delle patrie, ma si è evitato anche di fare di essa quasi un brefotrofio dell’Ottocento con ragazzi diversi per corporatura costretti a rivestirsi di casacche tutte uguali senza alcuna corrispondenza ai diversi corpi sottostanti. L’Europa, che stiamo fortunatamente vivendo, è una formidabile realtà comprensiva e  rispettosa delle differenti identità culturali, riconosciute come una ricchezza da non dilapidare.

Orbene, se questo è (e, sinceramente, non mi pare smentibile), allora il problema vero non consiste nella morte o nell’impoverimento  della lingua italiana, ma  nel contributo all’inesorabile attenuarsi di una identità culturale. Sì, perché la lingua inglese, frutto di una storia profondamente diversa, esprime (e riflette fedelmente) un’altra mentalità, un’altra cultura, forse altre culture in considerazione della sua odierna espansione intercontinentale.

Ritengo doverose due piccole appendici a quanto sinora detto.

È un dato di fatto che le sperimentazioni didattiche oggetto della odierna discussione provengono da ricercatori/didatti operanti nel campo delle scienze matematico/naturalistiche e delle elaborazioni tecniche che su queste scienze si fondano.

Ed è vero che per essi numeri, equazioni, formule, grafici contano più di un discorso legante, e il problema di uno stile discorsivo è assolutamente secondario, al contrario di quanto avviene nei campi letterario, storico, filologico, filosofico, politologico, sociologico, giuridico. A tacere della circostanza che, per quanto io ne so, è aumentata e va tuttora aumentando  l’attenzione  di matematici e naturalisti sull’intrinseco  rilievo del discorso legante, io riterrei ugualmente abdicativa l’imposizione di un corso unicamente in inglese per uno studente italiano, che, ad ogni corso universitario, anche il più tecnico, chiede innanzitutto un contributo, non solo alla propria formazione professionale, ma alla sua identità di «intellettuale».

Aggiungo una seconda appendice. È verissimo che il pubblico studentesco, particolarmente nelle facoltà e Scuole a proiezione matematico/naturalistica, è, a differenza di ieri, estremamente variegato, e uditori nei nostri corsi sono anche molti studenti non italiani; ed è sacrosanto che si debba facilitare la loro comprensione. La soluzione più ragionevole e anche la più corretta culturalmente è quella di fornire dei corsi in lingua inglese che vengano ad affiancarsi ai corsi in lingua italiana. A tal proposito, mi permetto di segnalare un esperimento fatto all’interno della facoltà giuridica fiorentina, dove, grazie alla presenza di un docente di diritto internazionale sostanzialmente bilingue, è stato realizzato uno sdoppiamento linguistico con risultati positivi.

3. Il nostro problema deve essere affrontato e risolto alla luce delle riflessioni di epistemologia spicciola fin qui puntualizzate. Non possono, però, essere taciute le grosse implicazioni giuridiche che si connettono direttamente alle sopracitate sperimentazioni di didattica universitaria.

Il discorso può essere reso più agevole dalla posizione di una precisa domanda: la lingua italiana è soltanto lo strumento linguistico correntemente usato dalla stragrande maggioranza del popolo italiano nelle pratiche della vita quotidiana? Si risolve tutto in questa rilevante circostanza di fatto – sessanta milioni di parlanti – che è, tuttavia, una circostanza meramente fattuale?

Nella Costituzione del 1948 non v’è alcun riferimento espresso alla lingua italiana. V’è, però, tra i «principii fondamentali» quell’articolo 6, già precedentemente citato, in cui si afferma che «la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche» e che viene unanimemente assunto a indubbia prova del suo carattere autenticamente identitario e, pertanto, della sua ufficialità. Già in una lontana sentenza – la n. 28 del 20 gennaio 1982 – la Corte Costituzionale aveva asserito senza perplessità: «la Costituzione conferma per implicito che il nostro sistema riconosce l’italiano come unica lingua ufficiale». Ma c’è, sempre a livello costituzionale, qualche fonte più esplicita. Nel d.p.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige), nel titolo XI, al n. 99, si legge: «Nella regione la lingua tedesca è parificata a quella italiana che è lingua ufficiale dello Stato». Insomma, assurge a valore costituzionale che l’italiano sia lingua ufficiale della Repubblica.

A livello di normazione ordinaria, la conferma autorevole proviene proprio da quella (già da me citata) legge 482 del 1999 sulla tutela delle minoranze linguistiche storiche, che è sì legge ordinaria ma che si auto-qualifica «di attuazione dell’articolo 6 della Costituzione». Qui l’articolo 1 è scultorio nella sua assoluta brevità: «La lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano». Torno a menzionare, infine, volentieri tre recentissime decisioni della Corte Costituzionale, che corroborano la certezza del legislatore con un corredo di ampie motivazioni culturali e tecniche: la sentenza 159 del 2009, la 170 del 2010 (più sopra citata), la sentenza 88 del 20111.

La doverosa riservatezza, alla quale non posso non ispirare ogni mia esternazione pubblica, mi consiglia di non trarre conclusioni da queste ultime considerazioni; ciascuno di voi – giurista, linguista, semplice cittadino – può tirarle per conto proprio.

Sempre sul piano costituzionale, credo che non siano eludibili altre tre domande: le sperimentazioni, di cui oggi si discute, garantiscono il rispetto dell’uguaglianza di cui all’articolo 3 della nostra Carta costituzionale? Garantiscono il rispetto dell’articolo 9, II comma, che affida alla Repubblica la tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione?

E garantiscono il rispetto della libertà di insegnamento, di cui all’articolo 33 della stessa Carta?

 

1) Non è senza significato la norma del vigente Codice di procedura civile, che, all’articolo 122, a ferma: «In tutto il processo è prescritto l’uso della lingua italiana». Né quella del vigente Codice di procedura penale, che, all’articolo 109, a ferma: «Gli atti del procedimento penale sono compiuti in lingua italiana».

 

 

 




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