Obiettivo zero per lo sviluppo sostenibile: Una lingua comune della specie umana.

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Obiettivo zero per lo sviluppo sostenibile: Una lingua comune della specie umana.

HIGH-LEVEL POLITICAL FORUM ON SUSTAINABLE DEVELOPMENT

New York, Palazzo delle Nazioni Unite, 26 giugno – 8 luglio 2015

 

Se Una vita dignitosa per tutti, (“A life of dignity for all”) non è un semplice slogan ma vuole diventare un obiettivo concreto delle Nazioni Unite, sono le Nazioni Unite che, per prime, devono cambiare, ritrovando lo spirito iniziale che fu della prima Lega delle Nazioni e poi delle stesse Nazioni Unite.

In un mondo in guerra e in preda all’odio nessun obiettivo di sviluppo, sostenibile o meno, è raggiungibile, perché la parola d’ordine è: distruggere l’altro, il prossimo, se non si fronteggerà l’emergere nel mondo di nazionalismi, quando non di tribalismi, nei loro aspetti più aggressivi; l’emergere di guerre di religione o di civiltà dove l’assassinio dell’altro, “diverso”, è non solo ritenuto scontato ma persino giusto; dove proprio a causa di tali movimenti di odio interumano intere masse di persone, quando non di popoli, vengono costrette a mettersi in cammino, a fuggire per non essere uccisi dalle armi quando non dalla miseria, mettendo così a rischio equilibri spesso non solidi di altri Stati che stanno combattendo contro disoccupazione e perdita di benessere, provocando così altro odio verso tali immigrati; Sappiamo bene che è controproducente dare agli uomini del pesce e che bisogna, invece, insegnargli a pescare. Ma se gli insegniamo a pescare nella nostra lingua e non gli insegniamo anche come si costruisce un mercato del pesce, anche noi gli usiamo violenza perché lo costringiamo poi a vendere il suo pesce al nostro mercato, il mercato dove il direttore è il nostro direttore, quello che parla la nostra lingua e pensa come noi.

Se ci pensate bene non è molto diverso quando l’ICANN vara oltre 600 estensioni di dominio tutte in inglese, da .shop a .catholic. Non è una chiara volontà di dominio del mondo, intanto virtuale, da parte del mondo anglofono?  .catholic, abbiamo citato, perché se la “patria terrena” del cattolicesimo così come il Pontefice, oggi Papa Francesco, è a Roma, in Italia, non è in italiano quella estensione e, quindi, .cattolico.

Allora è fondamentale alzare, e di molto, il livello dell’amore per l’umanità e correre, correre incontro alla pace perché essa sola ci potrà consentire di avere a life of dignity for all.

Dobbiamo correre verso la pace inverandola nella nonviolenza dei rapporti tra Stati e persone di lingue, culture, modelli di pensiero e religioni diverse: la lingua nonviolenta e non linguicida delle Nazioni Unite f the United Nations versus le Persone Unite (the United Persons).

La lingua comune dell’umanità, e non la lingua materna di alcuni popoli imposta agli altri, è una risorsa imprescindibile per affrontare sia le dimensioni economiche e sociali della povertà che per fornire soluzioni innovative e trasversali di questioni complesse, dalla salute all’ambiente, alla parità tra i sessi alla promozione dell’educazione di qualità per tutti.

Per assicurare la pace, la fratellanza ed il benessere all’umanità l’organizzazione progenitrice delle  Nazioni Unite, la League of Nations che aveva come lingue ufficiali il francese, l’inglese e lo spagnolo,  vide all’opera durante le prime due Assemblee, i delegati di Brasile, Belgio, Cile, Cina, Colombia, Cecoslovacchia (oggi Slovacchia e Repubblica Ceca), Haiti, Italia, Giappone, India, Persia (oggi Iran), Polonia, Romania e Sud Africa portare avanti risoluzioni che suggerivano alla Lega delle Nazioni di raccomandare universalmente l’insegnamento dell’Esperanto nelle scuole come lingua internazionale ausiliaria. Nel 1921 il Sottosegretario della League Inazō Nitobe avanzò la proposta di accettare l’Esperanto come lingua della Lega, trovando però il veto del delegato francese Gabriel Hanotaux. La maggioranza dei Paesi membri era favorevole all’adozione della Lingua Internazionale (detta Esperanto) come lingua di lavoro, tuttavia il veto della Francia (il francese era la lingua della diplomazia in quegli anni) impedì la realizzazione di tale progetto ma, comunque, nel 1922 la Lega delle Nazioni approvò unanimemente durante la sua terza Assemblea generale il Rapporto sull’Esperanto as an International Auxiliary Language che vide anche il supporto convinto di Lord Robert Cecil, insignito del Nobel della Pace nel 1937.

Il 10 Marzo 2002 l’Indipendent lancia l’allarme per la distruzione accelerata dell’ecosistema linguistico-culturale e la prematura fine della biodiversità linguistico-culturale del pianeta: “Linguicidio: la morte delle lingue. Ogni 2 settimane ne muore una”, mentre il linguista britannico David Crystal d’accordo con il linguista canadese Krauss prevede un destino catastrofico per la diversità linguistica del pianeta entro questo secolo, con oltre il 90% di lingue, quindi di popoli, in estinzione.

L’UNESCO nel suo Atlante delle lingue del mondo a rischio estinzione, è più cauto, stimando tale percentuale al 50%, delle quali, circa 160 lingue a rischio sono nel continente europeo.

Motivo della scomparsa di così tante lingue in così poco tempo è nel convincimento esercitato affinché gli individui sostituiscano la loro lingua con un’altra, sostanzialmente attraverso un discorso: si presentano lingue e culture dominate come minoritarie, inadeguate o svantaggiate rendendole in tal modo “invisibili”.

Tale colonizzazione delle coscienze passa sostanzialmente attraverso tre fasi:

1. ESALTAZIONE del gruppo dominante/di maggioranza, definiamolo come Gruppo A: esaltazione della sua lingua, cultura, leggi, tradizioni, istituzioni, grado di sviluppo, attenzione ai diritti umani, etc.
2. STIGMATIZZAZIONE E SVALUTAZIONE dei gruppi minoritari/subordinati, definiamoli come Gruppo B: le loro lingue, culture, leggi, tradizioni, istituzioni, grado di sviluppo, attenzione ai diritti umani, etc., in modo tale da essere considerati non-civilizzati, primitivi, non-moderni, tradizionali, arretrati, incapaci d’adattarsi all’informazione tecnologica, “democratica”, moderna.
3. RAZIONALIZZAZIONE delle relazioni tra i due gruppi: in senso economico, politico, psicologico, educativo, sociologico, linguistico, eccetera. In modo tale da considerare i gruppi di tipo A, dominanti, funzionali ed utili per i gruppi dominati di tipo B: il gruppo dominante A “aiuta”, “sostiene”, “civilizza”, “modernizza”, “insegna la democrazia”, “garantisce i diritti”, “evita i conflitti”, “crea sviluppo”, “preserva la pace nel mondo”, e così via.

In questo quadro qualcuno sostiene che l’inglese è una “lingua franca” di proprietà di nessuno, che non distrugge le altre lingue ma, alla prova dei fatti, questa opinione non regge:
primo, perché se anche esistesse qualcosa come “l’inglese di comunicazione internazionale”, gli anglofoni non dovrebbero comunque spendere un centesimo per impararlo;
secondo, che ci piaccia o no, dobbiamo il fatto che sono gli anglofoni di lingua madre a detenere il monopolio legittimo della correzione linguistica, tanto quanto lo Stato detiene il monopolio legittimo della forza. Sono gli anglofoni gli unici ad avere il diritto di stabilire ciò che è corretto o scorretto nella loro lingua.
Non dobbiamo illuderci e tanto meno dobbiamo illudere nessuno: l’inglese non è un bene condiviso!
La negazione di pari opportunità e pari diritti linguistici tra i cittadini del mondo si traduce economicamente in enormi vantaggi e passaggi di risorse che i Paesi non anglofoni concedono a quelli di madrelingua inglese e che possiamo riassumere in sei punti:

1. si concede ai cittadini dei paesi anglofoni un mercato notevole in termini di materiale pedagogico, di corsi di lingua, di traduzione e interpretazione verso l’inglese, di competenza linguistica nella redazione e la revisione di testi, e via dicendo;
2. i madrelingua inglese non devono mai investire tempo o danaro per tradurre i messaggi che trasmettono o desiderano comprendere;
3. i madrelingua inglese non hanno un reale bisogno d’imparare altre lingue e ciò si traduce, per i paesi anglofoni, in un risparmio enorme, a cominciare dalle spese d’istruzione;
4. tutte le risorse finanziarie e temporali che non vengono dedicate all’apprendimento delle lingue straniere, possono essere investite nello sviluppo, nella ricerca e nell’insegnamento/apprendimento di altre discipline;
5. anche se i non-anglofoni compiono un considerevole sforzo per imparare l’inglese, non riescono mai, salvo eccezioni, ad avere un grado tale di padronanza che possa loro garantire l’uguaglianza di fronte ai madrelingua:

a) uguaglianza nella comprensione,
b) uguaglianza nei casi di presa di parola in un dibattito pubblico,
c) uguaglianza nelle negoziazioni e nei conflitti.

6. A ciò va aggiunta la discriminazione tra cittadini anglofoni dalla nascita e non, nelle assunzioni.

A nostra conoscenza non esistono dettagliati studi di economia linguistica che ci dicano a quanto ammontino i costi economici della discriminazione linguistica internazionale.
A livello europeo si e basterebbe farne una proiezione a livello mondiale per ipotizzarne gli effetti a livello internazionale.
Nell’Unione Europea le azioni degli Stati membri devono essere “condotte conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”, spiega l’economista Áron Lukács in “Aspetti economici della disuguaglianza linguistica”, invece “l’uso delle lingue da parte delle istituzioni dell’Unione altera seriamente il mercato e rappresenta un grande ostacolo alla libera concorrenza. A breve termine favorisce i cittadini e aziende di alcuni paesi ma crea dei grossi svantaggi per i cittadini e aziende della maggioranza dei Paesi Membri dell’UE. A lungo termine, esso rappresenta anche un ostacolo ad uno sviluppo economico più efficiente dell’UE nella sua interezza.
Considerando tutta una serie di fattori Lukács arriva a stimare tale costo che i cittadini degli altri Stati Membri pagano indirettamente e in questo modo nascosto al Regno Unito circa 900 euro pro capite l’anno, 400miliardi 587 milioni 597mila 900 Euro complessivamente.
Un altro economista dei sistemi linguistici, lo svizzero François Grin, in “L’insegnamento delle lingue straniere come politica pubblica” esamina tre «scenari» di politiche pubbliche delle lingue. Il primo, che riguarda il «tutto all’inglese» mette alla luce il fatto che il Regno Unito guadagna, a titolo netto, almeno 10 miliardi di euro all’anno grazie alla dominanza attuale dell’inglese e, «se teniamo conto dell’effetto moltiplicatore di certi componenti di queste somme, come dei rendimenti dei fondi che i paesi anglofoni possono, grazie alla posizione privilegiata della loro lingua, investire altrove, questo totale è dai 17 ai 18 miliardi di euro all’anno».
Il secondo scenario, quello plurilingue non riduce di molto i costi ma le ineguaglianze tra i locutori, mentre il terzo, l’insegnamento dell’Esperanto è, secondo Grin, il più vantaggioso, in quanto si tradurrebbe in un risparmio netto per l’Europa intera (Regno Unito e Irlanda compresi), di circa 25 miliardi di euro all’anno. Ciò non stupisce considerato il fatto che Claude Piron, che è stato formatore di traduttori alla Nazioni Unite, spiegava che i tempi di apprendimento professionale dell’Esperanto sono di 500 ore contro le 12.000 dell’inglese e che la formazione degli insegnanti non ha alcuna necessità di prevedere spese nei paesi dei lingua madre, poiché tutti possono essere insegnanti ovunque nel mondo.

Il quadro è sufficientemente chiaro: dominare la lingua di un popolo, da parte di un altro popolo, consente risparmi e offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento.
Per contro anche la soluzione è altrettanto chiara, identificata addirittura nel 1922 dall’organizzazione progenitrice delle Nazioni Unite, la Lega delle Nazioni. Uno Studio molto dettagliato e temporalmente più vicino fatto da un Ministero italiano nelle sue conclusioni afferma: “L’Esperanto educa alla costruzione della pace; contribuisce di fatto alla salvaguardia della diversità linguistica e culturale europea e mondiale; consente relazioni transnazionali, culturali e commerciali, in una lingua comune, senza discriminazioni; facilita, insegnata come Orientamento Linguistico, lo studio e l’apprendimento delle lingue nazionali straniere; evita il predominio di una o due lingue “maggiori” nell’insegnamento delle possibili lingue straniere; arricchisce la riflessione metalinguistica anche sulla lingua materna; consente notevoli economie di denaro e di tempo, sia nella preparazione degli insegnanti che nel lavoro dei discenti, con vantaggio anche per altre materie di studio”.
Oggi la presenza esperantista è in 120 stati del mondo, l’Esperanto nel 1993 è stata riconosciuta 114a lingua di letteratura del mondo dal PEN Club International, dal 1994 al 2012 è stata una delle 60 lingue in cui il Pontefice impartisce la sua benedizione “Urbi et Orbi” ai cattolici di tutto il mondo due volte l’anno, nel 2010 è diventata 64a lingua di traduzione di Google e, se si digita “esperanto” nel suo motore di ricerca si ottengono 216 milioni di risultati.
Se le Nazioni Unite vogliono porre al centro della loro azione Post-2015 lo sviluppo sostenibile, integrando le dimensioni della sostenibilità sociale, economica, ambientale e culturale devono considerare la specie umana come un tutt’uno, e adottare una lingua comune delle Nazioni Unite.




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