Nuovo inno del Pdl tra plagi e nostalgie

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L’ultimo inno del Pdl, da "Forza Italia" a J. Ax che accusa: slogan mio

Testo della Rossi, estremo show del Cavaliere

di JACOPO IACOBONI

Prima della notizia in sé (c’è un nuovo inno del Pdl, l’ha scritto assieme al Capo Maria Rosaria Rossi – deputata rimasta molto vicina a Berlusconi dopo la caduta – ma è già accusato di plagio da J. Ax, ex leader degli Articolo 31), dovete immaginare la scena con la malinconia che si deve agli amarcord: il Cavaliere che entra in sala informalmente abbigliato, le luci che si abbassano, e agli ospiti di Villa
Gernetto a Lesmo, arrivati lì per rifondare il Pdl, annuncia «ora c’è una sorpresa per voi, vi canterò il nuovo inno che ho composto con Maria Rosaria e sarà la colonna sonora delle prossime elezioni. La
Rossi mi ha rotto così tanto che non potevo sottrarmi». In altre epoche sarebbe venuto in mente un Aznavour brianzolo e le sue Jeanne Moreau; in sala c’è invece un attempato ex premier dinanzi a Verdini e Quagliariello. Di ragazze, rimaste poche. Il nuovo inno del Popolo della libertà nasce inesorabilmente mesto; come una canzone di Masini, come l’estremo tentativo di rianimare ciò che forse è definitivamente andato. Rispetto alla discesa in campo», questo è l’inno fin de siècle, e alcune differenze andrebbero colte.
La prima: il più antico inno di Forza Italia, che nonostante tutto ci entrò in capa nel `93 («e Forza Italia/ è tempo di credere/ dai Forza Italia/ che siamo tantissimi/ e abbiamo tutti un fuoco dentro al cuor/ un cuore grande che/ sincero e libero/ batte forte per te»), era qualcosa di a suo modo memorabile, al netto dell’infantilismo.
Per tanti motivi. Il testo l’aveva scritto direttamente Berlusconi. Le note erano state commissionate a un musicista come Renato Serio – uno che aveva scritto la colonna sonora di Una giornata particolare di Scola o di Profumo di donna di Dino Risi, uno che certo sapeva come ipnotizzare orecchie e sedare intelletti. Edoardo Sanguineti ci dedicò un’analisi, scrisse che «questi jingle possiedono la seduzione
infantile della pubblicità e con la loro persuasione occulta agiscono nell’inconscio delle anime semplici restando inchiodati alla memoria». Solo che tutti eravamo «anime semplici» davanti alla mafia irresistibile ma iper-professionale del nulla.
Erano le origini, quelle. La discesa in campo, tutta la vita davanti.
Oggi – seconda differenza – è la fine. Apprendiamo che la canzone è stata buttata giù dalla Rossi, la deputata di Centocelle che i nemici nel Pdl chiamano la Eva Braun del Cavaliere, fedelissima anche
nel declino. Che non era stata commissionata, anzi, è venuta così, improvvisata.
Che ad arrangiarla ed eseguirla alla «prima» sono stati il maestro Danilo Mariani già noto al pubblico di Villa La Certosa – e la cantante Simonetta Losi. Con grande scorno di Apicella, non pervenuto, sull’isola
dei famosi.
Forse – terza differenza – le parole («Noi siamo il Popolo della Libertà/ gente che spera/ che lotta e che crede/ nel sogno della libertà») sarebbero pure simili – ma non troppo, onestamente – a una canzone degli Articolo 31, Gente che spera, uscita nel 2002. Il cantante J Ax aveva scritto su twitter «domani denuncio Berlusconi. Buonanotte. Incredibile c…». Poi ha minimizzato: «Non sono infuriato, sono divertito. Da una prima analisi mi pare che non si possa parlare di un vero plagio. Tuttavia sappiate che lo slogan "gente che spera" mi appartiene, è collaudato, è tatuato da oltre dieci anni sulla pelle di molti miei fan, è scritto sugli zaini di migliaia di ragazzi ai quali è stato rubato il futuro, anche e soprattutto dalla politica e dai partiti che l’hanno così male interpretata»…
Anche di "Meno male che Silvio c’è" («siamo la gente/ che ama e che crede/ che vuol trasformare il sogno in realtà/ presidente siamo con te/ menomale che Silvio c’è»), scritta da Andrea Vantini, si
disse che ricordava un po’ altra roba (Pierangelo Bertoli, Parole di rabbia pensieri d’amore). Ma il punto è un altro, è una strabiliante parabola politica che comincia con l’articolo 18, e finisce sugli Articolo 31.
(Da La Stampa, 21/2/2012).




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

L’inno del Cavaliere così il pop diventa flop <br />
<br />
di FRANCESCO MERLO <br />
<br />
LE PAROLE sono imbarazzanti per infantilismo, senza l’epica malinconia dell’ultimo valzer, The <br />
last waltz, che fu il congedo di ben altra banda, The Band appunto, e fu firmato da Scorsese e <br />
non da Maria Rosaria Rossi che le donne del Pdl, con la ferocia delle comari andate a male, <br />
hanno già ribattezzato «l’Apicella regina». <br />
LI C’ERANO Bob Dylan e Van Morrison, Neil Young, Eric Clapton e il poeta Ferlinghetti. Qui ci sono <br />
Mclarussa, Denny Verdini e i Cicchitts. <br />
Comunque sia, è l’epicedio del berlusconismo questa «grande forza che ci chiama» e mentre profetizza un futuro di buoni sentimenti evoca un passato di ottimi affari. E vorrebbe essere ode, poema, inno, canto e preghiera ma risulta un triste motteggio per il vecchio putto sconfitto che, sul cupo viale del <br />
tramonto, «amala luce». Forse il titolo giusto di questo canto notturno del pastore "sgreggiato" <br />
sarebbe proprio quel "Non è l’inferno" che ha vinto a Sanremo. <br />
Difatti sembra quasi dialogare con la debuttante e grintosa rock woman di Sanremo il noto e viagrato pop man di Arcore. <br />
Come Emma ha trionfato al festival con la disperata speranza italiana «ho ancora il sogno che non rimangano parole», così Berlusconi ripropone «un grande sogno che ci unisce, un sogno si realizzerà», ma si capisce subito l’avvilimento perché Berlusconi insiste «il bene vincerà per sempre» ed Emma replica: «parlo per tutte quelle povere persone che ancora credono nel bene ...». E ci dispiace che Berlusconi, in questo suo farsi cigno morente, non abbia neppure il conforto del maestro Beppe Vessicchio. <br />
E sarà pure prolisso ma è comunque commovente l’epitaffio al "vecchierel canuto e stanco", il quale più che al latte acido rimanda al vero dolore quando, in quel museo delle muffe e delle mortificazioni che è diventato il Pdl, nega «l’invidia» e «il rancore» che ora lo rodono e in passato lo hanno eroso. Perciò si concede, come ultima canzone, la ballata delle pulsioni represse: «Grande la voglia di votare / grande la voglia di cambiare». <br />
Questa lapide è parzialmente attribuita dallo stesso Berlusconi alla sua fedelissima gioconda Maria Rosaria Rossi, 39 anni, onorevole di Montecitorio e madama delle "Crescentine", che erano le patonze del castello berlusconiano di Tor Crescenza, lupe meno note ma non meno affamate delle olgettine. I biografi raccontarono sui giornali di casa che Maria Rosaria conobbe Berlusconi nel 2008, a tavola, e quando «incontrò lo sguardo del Cav, arrossì e si guadagnò un casto bacio». La poetessa non somiglia a Claretta e neppure a Eva Braun, non è insomma l’amante a testa in giù e non incarna l’abnegazione dell’amore sino alla morte. E’ semmai una specie di Achille Starace, anche lei con il petto che prorompe in fuori: quello di Starace in cerca di medaglie e di proiettili, il suo invece ben esposto all’ultima coccarda in villa. <br />
Nonostante la sincera devozione, le strofe non hanno neppure il candore grullamente letterario delle poesie di Bondi. Le rime sono elementari, non più sdrucciole come ai tempi di «... e forza Italia, perché siamo tantissimi» quando comunque sillabavano un futuro. Ora sono tutte tronche, «libertà / verità / verrà / arrenderà /realizzerà / vincerà / resisterà» com’è tronco il destino di chi le canta. <br />
E il piglio rimane corale anche se adesso sarà difficile recuperare il numero per fare un coro. <br />
Persino i pochi che gli sono accanto e che si ostinano ad assisterlo si sentono infatti depressi <br />
e degradati. «Chi finisce male mi confessa con gli occhi al cielo uno di loro che io stesso voglio <br />
proteggere con l’ anonimato - ha come possibili vie d’uscita l’ironia, l’eroismo, la sfrontatezza e <br />
persino la cattiveria, o addirittura la fuga e il silenzio. Berlusconi ha scelto la scemenza». Ci sono, <br />
nell’inno, «la bandiera nuova», «la gente che prende per mano e guarda lontano l’Italia che <br />
verrà», e ovviamente «non si arrende e non si arrenderà» e «noi siamo il popolo della libertà». <br />
Ecco, il linguaggio eccessivo del populismo da pop si è fatto flop. <br />
E c’è già persino una denunzia per plagio di questo capolavoro. <br />
Tanto per dirla in rima berlusconiana: "se la copia è messa male / figuriamoci l’originale". <br />
Due erano gli incubi di Berlusconi: non essere amato e annoiare. <br />
Il primo l’ha verificato sotto le finestre di casa sua dove nessuno è andato a reclamarne <br />
il ritorno come egli aveva esplicitamente profetizzato. Il secondo incubo - non divertire più <br />
- lo realizza con quest’inno che non regge il confronto neppure con l’inno di Scilipoti che è (andate <br />
su Youtube) una scena cult della politica reazionaria italiana: «Un solo cuore in questa <br />
odissea / perché è insieme che la stonasi crea / siamo milioni e un unico Dio / un grande coro e <br />
dentro ci sono anch’io». <br />
E invece «il grande sogno che ci unisce, e che resisterà» non indigna e non fa ridere, non è cameratesco come i canti leghisti, non è neppure un jingle come il primo inno, e la musica è poverissima: solo accompagnamento. <br />
Se si facesse un expertise nessun perito vi riconoscerebbe l’uomo che ha inventato il Drive in, Striscia la notizia, la tv commerciale e il Tg4 inteso come varietà, gli stecchetti, le veline, casa Vianello, Forza Italia, le miss fatte ministre, il Milan che vinceva al suono di Freddy Mercury (We are the champions, my friend) e persino quella megalomania kitsch di «Meno male che Silvio c’è» che poteva ancora <br />
sembrare autoironia, un po’ come la frase «il duce ha sempre ragione»: enormità fatte apposta <br />
per essere pronunziate senza crederci, propaganda con la fronda incorporata. Diciamo la verità: meglio proporre, come walzer delle candele, l’inno del bunga bunga. Sarebbe stato più dignitoso anche per noi che sapevamo di essere stati governati da un gaglioffo e ora scopriamo che invece è solo un .... <br />
(Da La Repubblica, 22/2/2012).

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