Nuovi tagli ai docenti d’italiano all’estero: la prima risposta agli Stati Generali della Lingua Italiana nel mondo.

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Nuovi tagli ai docenti d’italiano all’estero.

Scure della spending review: 5 milioni di euro in meno. Il sindacalista: «Serve una riforma vera, non continue sforbiciate che colpiscono soltanto gli insegnanti»

di LORENZO VENDEMIALE.

Meno insegnanti e meno pagati: le scuole d’italiano all’estero non sono una priorità per questo governo. E neppure per quelli precedenti, visto che il ridimensionamento del personale era già stato previsto dalla spending review di Mario Monti. Ma dalla legge di stabilità arriva una nuova mazzata per gli insegnanti italiani nel mondo: circa 5 milioni di euro in meno per i prossimi anni, che dovrebbero significare una riduzione della busta paga del 10%.

I tagli sono contenuti nella manovra per il 2015. Non nel capitolo dedicato al Ministero dell’Istruzione ma a quello per gli Affari esteri, da cui dipendono questi docenti. In particolare, si parla di una contrazione di 3,7 milioni nel 2015 e 5,1 milioni per il 2016 e il 2017 sugli stanziamenti per le indennità di servizio. Oltre allo stipendio tradizionale, infatti, gli insegnanti all’estero percepiscono un assegno “extra”, che varia a seconda delle sedi di lavoro e non veniva sottoposto a tassazione, se non per una minima parte considerata reddito. Su questo trattamento ha deciso di intervenire il governo, quadruplicando l’imponibile.

Il provvedimento, in realtà, è più generale e riguarda tutto il personale all’estero: già decurtato di 57 milioni tra il 2011 e il 2014, il fondo per le indennità di servizio passa da 212 a 170 milioni di euro l’anno, con un taglio pari circa al 20%. Il risultato è quello di ridurre l’indebitamento netto di circa 31 milioni, ma a spese dei lavoratori. E la scure colpisce in particolar modo i docenti, perché la sforbiciata si accompagna ad una drastica riduzione del personale. Quattro anni fa la spending review di Mario Monti aveva già deciso un taglio di quasi il 50% del contingente, passando dai circa mille insegnanti del 2010 a 624. Il ridimensionamento doveva essere attuato entro il 2017, ma ci si è arrivati con due anni d’anticipo sulla tabella di marcia, decidendo di non rinnovare tutti i mandati in scadenza. “Lo Stato risparmia tanti soldi su di noi, e forse è anche giusto in tempi di crisi. Ma poi continuano ad essere sprecate ben altre cifre per inutili spese di rappresentanza”, è il commento amaro di un docente (costretto a rimanere anonimo per il vincolo di segretezza sul personale estero).

Dall’Algeria al Venezuela, da New York negli Stati Uniti a Brazzaville nella Repubblica Democratica del Congo, le scuole d’italiano all’estero sono 51, di cui otto istituti onnicomprensivi statali, e 43 istituti paritari, a cui si aggiungono 79 sezioni italiane presso scuole straniere. In totale ospitano circa 31mila alunni, di cui il 90% stranieri, proprio per quella che è la loro funzione di promuovere la lingua e la cultura italiana nel mondo. Per insegnarvi, i docenti devono superare delle prove di lingua, e poi inserirsi in delle graduatorie a punteggio divise per classi di concorso e aree linguistiche. Sono queste liste a determinare la sede d’assegnazione, ciascuna delle quali prevede un coefficiente (sulla base di vari criteri come la distanza da casa, la pericolosità della regione, il costo e la qualità della vita, ecc.) per calcolare l’importo dell’indennità di servizio.

Ma dal primo luglio 2015 quest’assegno avrà un regime fiscale decisamente più sfavorevole (il guadagno sarà inferiore tra l’8 e il 10%, secondo le stime dell’ufficio legislativo del Ministero). E i docenti d’italiano all’estero saranno sempre di meno. Tanto che i sindacati di categoria hanno accolto con giudizi molto negativi il provvedimento: “Era necessaria una revisione della spesa ma la soluzione adottata dal governo ha come unico effetto quello di colpire i docenti”, spiega Angelo Luongo, responsabile estero della Uil scuola. “Il sistema si regge ancora su normative di 40 anni fa. La verità è che questi risparmi nascondono l’incapacità di intervento del Parlamento. Invece di fare una vera riforma – conclude – continuiamo ad andare avanti con una serie di tagli lineari che non risolvono i problemi e riducono il servizio”.
(Da lastampa.it, 15/11/2014).

 

 

 




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