Nuova proposta di legge lingua internazionalista: PDL 6065

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XIV LEGISLATURA CAMERA DEI DEPUTATI    N. 6065  PROPOSTA DI LEGGEd’iniziativa dei deputatiCOLASIO, GIACHETTI, GARAGNANIDisposizioni per la difesa della diversità linguistico-culturale e per l’affermazione di valori di pace, democrazia e progresso attraverso la promozione e l’insegnamento della lingua internazionale esperantoPresentata il 12 settembre 2005       Onorevoli Colleghi! – Spesso non ci si rende conto che affrontare nuovi problemi e sfide attraverso vecchie, pre-confezionate o pre-potenti soluzioni non solo ha l’effetto di produrre un aggravarsi di quegli stessi problemi ma, anche, una loro ulteriore crescita numerica.       Quello della comunicazione linguistica europea e transnazionale è certamente uno di questi casi.       Le implicazioni, anche in questo campo, rispetto all’affermazione di valori alti, universali, pacificatori di democrazia e progresso in un mondo sempre più attanagliato da fenomeni terroristici come, anche, un’analisi economica di ciò che conviene al nostro ma anche agli altri popoli europei e non, sono state davvero poco studiate e analizzate.       Partiamo proprio da quest’ultima, l’analisi economica: la Francia, anch’essa con un processo di cambiamento in atto del proprio sistema scolastico, ha chiesto molto recentemente a un istituto elvetico specializzato, il Service de la Recherche en Education di Ginevra, di fare un’attenta analisi degli scenari possibili di politica linguistica transnazionale. L’esperto di economia linguistica incaricato ha ipotizzato tre possibili politiche pubbliche delle lingue.       Secondo la politica del «tutto inglese» il Regno Unito guadagna dai Paesi europei, a titolo netto, almeno 10 miliardi di euro all’anno e tenendo conto dell’effetto moltiplicatore di certe componenti di queste somme, come dei rendimenti dei fondi che i Paesi anglofoni possono, grazie alla posizione privilegiata della loro lingua, investire altrove, questo totale arriva a 17-18 miliardi di euro all’anno. Queste cifre non tengono peraltro conto del vantaggio di cui godono i locutori nativi della lingua in ogni situazione di negoziato o di conflitto che si svolge nella loro lingua.       Non è certamente la politica meno costosa ma, senz’altro, la più ingiusta e condanna le lingue d’Europa, eccetto l’inglese, alla provincializzazione. Alcuni parlerebbero anche di sottomissione, con tutte le conseguenze geopolitiche e culturali incalcolabili che ciò comporta.       Una politica «plurilingue» non riduce i costi, ma le ineguaglianze tra i locutori. Secondo lo studio citato si tratterebbe a breve e medio termine di uno scenario preferibile in termini di politica pubblica delle lingue ma soltanto perché giova a una più grande accettabilità politica, conformemente all’idea di una Europa costruita sulla diversità delle lingue e delle culture.       L’ultimo scenario – del quale si occupa anche la presente proposta di legge – è quello «linguainternazionalista» o, per meglio dire, relativo all’insegnamento dell’esperanto. Secondo lo studio citato esso risulta essere senz’altro il più vantaggioso, in quanto si tradurrebbe in una economia netta per l’Europa intera (Regno Unito e Irlanda compresi), di circa 25 miliardi di euro all’anno.       Seppure sinteticamente delineati questi scenari economici, si passa ad occuparci degli altri. Uno è già prefigurato nello studio del professor Grin citato: quello della provincializzazione delle lingue europee.       Si tratta davvero di uno scenario allarmante e non solo in Europa, dove già oggi le lingue che hanno ben oltrepassato quello stadio e sono in via di scomparsa sono, secondo l’Atlante delle lingue del mondo a rischio estinzione dell’UNESCO, centoventotto, ossia di gran lunga più della metà del totale.       Mentre nel mondo circa la metà delle 6.000 lingue parlate sono probabilmente condannate a scomparire in un futuro sempre più prossimo con irreparabile perdita per l’eredità dell’umanità. Il ruolo dell’inglese in tutto questo è denunciato anzitutto dalla stampa anglofona basti pensare a quella dell’Independent «Now we invade their minds, by changing the primary tool by which they think: “their” language». Ora noi invadiamo le loro menti, cambiando lo strumento primario con il quale loro pensano: la «loro» lingua.       Ma anche l’UNESCO, pur con prudenza istituzionale, ci ricorda, sia nella risoluzione sull’«Implementazione di una politica linguistica per il mondo fondata sul multilinguismo» – adottata dalla XXX Conferenza generale – sia nel Piano d’azione 2003 approvato dal Meeting di esperti sulle lingue a rischio di estinzione che «il pericolo che oggi minaccia la diversità linguistica» è dato dalla «globalizazzione della comunicazione e dalle tendenze ad usare una lingua unica, con i rischi di emarginazione delle altre grandi lingue del mondo e addirittura di estinzione delle altre lingue di minore diffusione, a cominciare dalle lingue regionali».       La difesa dell’ambiente linguistico-culturale è però un obiettivo più difficile da perseguire rispetto a quello della salvaguardia dell’ambiente naturale poiché, a differenza della distruzione di specie animali o vegetali, della quale si possono avere facilmente testimonianze mostrando semplici foto o disegni dei loro «corpi», nel caso della distruzione linguistico-culturale non ci sono «corpi» che, se mostrati all’opinione pubblica internazionale, possano di per sé fare gridare «orrore», «giustizia», «fate giustizia, non lasciate che altri come noi muoiano!».       Nei genocidi linguistici i corpi non vengono distrutti ma rimangono perfettamente vivi poiché ciò che vengono distrutte sono «le menti», «le anime» dei popoli.       Ma c’è di più e di ancora più grave: nel momento in cui scompare una lingua, scompare un popolo e, conseguentemente, il suo territorio e la sua appartenenza geografica. Se, ad esempio, non ci fosse più la lingua italiana, non esisterebbero nemmeno gli italiani e il territorio italiano ne risulterebbe conquistato. Conquistato senza sparare un solo colpo, senza ci sia stato un solo morto, fisicamente.       Quella della difesa della diversità linguistica è una questione che il processo di integrazione e di allargamento dell’Unione europea mette in luce drammaticamente insieme a quello dell’affermazione, o meno, di uno dei capisaldi della democrazia: quello delle pari opportunità. Pari opportunità negate da noi legislatori nel momento in cui obblighiamo i nostri ragazzi allo studio di due lingue dell’Unione europea mentre ben sappiamo che i ragazzi di madrelingua inglese hanno solo l’obbligo di approfondire la loro lingua materna; condannando quindi i nostri giovani – gli adulti di domani – alla subalternità, perennemente all’inseguimento di una conoscenza linguistica che oltre Manica hanno dalla nascita.       Che ne sarà di noi italiani, francesi, polacchi, ungheresi, lituani ed altri, allorché la lingua di persone di lingue diverse avrà il suo «centro creativo» solo in inglese? Quanto conteremo allorché sarà in inglese che si scriverà la legge, che si pronunceranno i discorsi politici? L’Europa sarà plasmata solo in inglese, le altre lingue saranno solo traduzioni, con tutto quello che ciò comporta, come abbiamo già evidenziato, in termini di sopravvivenza delle altre lingue, per le nostre economie e, ovviamente, dei vantaggi per gli inglesi madrelingua.       A questo proposito, non ci si illuda che si tratti di allarmismo esagerato. Siamo di fronte a uno scenario assolutamente realistico. Infatti, secondo l’ultimo rapporto presentato dal Governo francese al Parlamento circa l’«Uso della lingua francese, in Francia, Europa e nelle Organizzazioni internazionali», risulta che la redazione dei testi ufficiali da parte della Commissione europea in inglese come lingua originale è stata, nell’ultimo triennio, pari a circa il 60 per cento del totale, quella in francese del 30 per cento, in tedesco del 5 per cento. Inoltre, sempre secondo tale rapporto uffic iale, la progressione dell’uso dell’inglese come lingua di redazione originale dei documenti ufficiali al Consiglio dell’Unione europea è ancora più inquietante: si passa dal 50 per cento della fine degli anni ’90, al 60 per cento dei primi anni 2000 (con l’eccezione dell’anno 2000 quando, sotto la Presidenza francese, l’uso dell’inglese è stato «solo» del 45 per cento) fino ad oltre il 70 per cento degli anni 2002 e 2003.       Non si tratta di rifiutare l’inglese in sé. Si tratta di evitare un’ennesima guerra culturale: non quella di terroristi che oggi uccidono sè e gli altri in nome della religione e in virtù della migliore vita eterna, bensì quella che brandisce la lingua sapendo ch’essa uccide più della spada, o che diffonde il suicidio linguistico-culturale in nome della migliore vita terrena che, in realtà, viene così assicurata a vita solo ai popoli anglofoni.       È con questa coscienza e conoscenza che va indicata, promossa e affermata la via democratica alla comunicazione linguistica transnazionale come incarnata dalla lingua internazionale esperanto. Dietro i suoi 120 anni di storia c’è l’idea di una lingua che serve a tutelare tutti nella comunicazione transnazionale, senza discriminazione di popolo o di censo; c’è la concretizzazione e l’affermazione reale e oltre ogni retorica di valori di pace e di universalità. È forse per questo che Giovanni Paolo II negli ultimi dieci anni del suo pontificato ha sempre voluto mettere l’esperanto tra le poche decine di lingue nelle quali, a Pasqua e a Natale, ha fatto gli auguri e impartito la benedizione urbi et orbi.       C’è una concreta diga a difesa della lingua e della cultura di tutti i popoli:           a) per la sua semplicità e, quindi, facilità di apprendimento. Il rapporto, ad esempio, con l’inglese è di 1 a 20, ossia, se gli esperti indicano in 10.000 ore il tempo per un medio apprendimento dell’inglese per l’esperanto ne occorrono 500 per saperlo approfonditamente, consentendone un pieno apprendimento solo nella scuola dell’obbligo e lasciando tutto il posto per uno studio libero e liberato delle lingue straniere. A proposito di tale facilità di apprendimento giova ricordare che l’esperanto è stato utilizzato dall’esercito degli Stati Uniti all’inizio degli anni ’60 per le sue esercitazioni. I militari statunitensi che dovevano fare la parte del nemico dovevano apprenderlo e utilizzarlo per rendere più credibili le esercitazioni. L’esperanto fu scelto perché, come si legge proprio nel manuale fornito dal Pentagono, «non s’identifica con nessuna alleanza militare o ideologia, di gran lunga più facile da apprendere ed usare di qualunque lingua nazionale», è «una lingua viva ed un mezzo attuale di comunicazione internazionale scritta ed orale e le sue regole grammaticali sono tali che essa resterà una lingua viva perché puo assimilare nuove parole». La cosa non durò molto perché gli esperantisti americani protestarono duramente dato che il titolo dato al manuale militare era «Esperanto, the aggressor language». Decisamente troppo per una lingua nata per aiutare il mondo nella costruzione della pace internazionale;           b) per il fatto di non essere lingua materna di alcuna nazione o etnia, in tale senso frutto di artificio o di fatto ad arte. Consentendo quindi la messa al sicuro delle lingue – nazionali e minori – da qualsiasi colonialismo linguistico-culturale e/o glottofagia. Come dire, non si è nel mondo in un incontro/scontro tra popoli più potenti o più poveri bensì ci si ritrova tutti in una sorta di «organizzazione mondiale della democrazia linguistica».       Siamo convinti però che, proprio per il suo valore intrinseco, l’esperanto non debba essere imposto in alcun modo. Certamente però devono esserne divulgate le peculiarità, conosciuti gli interessi e i valori che difende ed incarna, esserne possibile la scelta, cosa che erroneamente finora il legislatore non ha consentito.       Siamo talmente certi del successo di questa innovazione, onorevoli colleghi, che non abbiamo previsto alcun cambiamento nell’assetto appena uscito dalla riforma scolastica, che prevede l’obbligatorietà dell’inglese come prima lingua straniera, anche se, corre l’obbligo di ricordare (anche perché citato in uno studio del Ministero della pubblica istruzione diramato con circolare n. 126 del 10 aprile 1995) quanto dimostrato dall’Istituto di pedagogia cibernetica dell’università di Berlino e Paderborn: due anni di esperanto propedeutici all’insegnamento delle lingue straniere facilitano enormemente l’apprendimento di queste ultime. Quell’Istituto provò, a proposito della lingua inglese, che classi di bambini che studiavano due anni di esperanto propedeutici ai successivi due anni di inglese, si dimostravano sempre più ampiamente preparate di quelle che per tutti i quattro anni avevano studiato solo l’inglese.       Ne abbiamo dunque prevista l’opzionabilità solo dal momento della scelta della seconda lingua straniera, consci di quanto già oggi, senza alcuna promozione in ambito europeo e internazionale e parlata «solo» da 8 milioni di persone nel mondo dei quali oltre la metà in Europa, accade in università come quella di Budapest dove l’esperanto è la terza lingua più studiata.       L’articolo 2 prevede che il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, avvalendosi anche dell’ausilio di organismi interessati, a partire da quelli associativi esperantisti presenti in Italia e ramificati in Europa e nel mondo, si faccia carico dell’informazione e della sensibilizzazione circa le motivazioni a favore della scelta della lingua internazionale esperanto, esposte peraltro già sinteticamente in questa relazione, come, anche, della sua promozione transnazionale. È questo un ruolo importante che abbiamo ritenuto di affidare al Ministero competente per l’educazione che, se ben ricoperto, non solo potrà costituire la ripresa di un umanesimo linguistico del quale si erano perse le tracce ma, anche, il possibile riaffacciarsi dell’Europa sulla scena del mondo dalla quale è stata esclusa a partire dalla fine della II Guerra mondiale.       Gli altri articoli della proposta di legge ne costituiscono naturale e logica conseguenza attuativa. PROPOSTA DI LEGGEArt. 1.      1. All’articolo 2, comma 1, lettera f), della legge 28 marzo 2003, n. 53, e all’articolo 9, comma 1, del decreto legislativo 19 febbraio 2004, n. 59, le parole: «introduce lo studio di una seconda lingua dell’Unione europea» sono sostituite dalle seguenti: «introduce lo studio di una seconda lingua dell’Unione europea o della lingua internazionale esperanto».       2. L’insegnamento della lingua internazionale esperanto, oltre a quanto previsto dalle disposizioni citate al comma 1, è inoltre istituito nelle scuole e negli istituti appartenenti al sistema dei licei e al sistema dell’istruzione e della formazione professionale, ovvero del secondo ciclo, il cui piano di studi prevede l’insegnamento di almeno due lingue straniere.       3. L’insegnamento di cui ai commi 1 e 2 è istituito secondo gli obiettivi nazionali generali e specifici di apprendimento e gli orari stabiliti con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca con le modalità previste per la seconda lingua straniera. Art. 2.      1. Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, eventualmente avvalendosi di associazioni e di organizzazioni interessate e competenti, cura l’informazione e la sensibilizzazione circa le motivazioni a favore della scelta della lingua internazionale esperanto e promuove altresì intese di collaborazione internazionale ai fini della diffusione educativa dell’insegnamento della lingua internazionale esperanto, in particolare nei Paesi membri dell’Unione europea. Art. 3.      1. Con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, ai sensi della legge 28 marzo 2003, n. 53, e nel quadro delle procedure di cui al decreto legislativo concernente la definizione delle norme generali in materia di formazi one degli insegnanti ai fini dell’accesso all’insegnamento, previsto dall’articolo 5 della medesima legge n. 53 del 2003, sono stabiliti i titoli validi per l’ammissione ai corsi di abilitazione previsti per l’insegnamento della lingua e della letteratura esperanto, le relative classi di concorso e gli eventuali provvedimenti di attuazione.       2. Nell’ambito dell’autonomia didattica degli atenei, disciplinata dal regolamento di cui al decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 22 ottobre 2004, n. 270, le singole università possono includere negli ordinamenti dei loro corsi di studio l’insegnamento delle lingue internazionali ausiliarie, con particolare riguardo all’esperanto, tra le attività formative affini o integrative a quelle di base di cui al comma 5 dell’articolo 10 del medesimo regolamento nell’ambito di tutte le classi di laurea e di laurea magistrale.       3. Previa costituzione di un apposito settore scientifico disciplinare da inserire nell’elenco di cui al decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica 23 dicembre 1999, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 3 del 5 gennaio 2000, l’insegnamento delle lingue di cui al comma 2 del presente articolo può essere incluso anche tra gli obiettivi e le attività formative qualificanti previsti dai commi 1, 2 e 3 dell’articolo 10 del regolamento di cui al decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 22 ottobre 2004, n. 270.       4. Nelle more dell’attuazione della disciplina a regime prevista dalla presente legge per fare fronte alla esigenza dell’insegnamento della lingua internazionale esperanto, tale insegnamento può essere affidato a docenti di ruolo in possesso di apposito attestato di formazione rilasciato da organizzazioni competenti oppure, temporanemente, a personale docente esterno:           a) in possesso di diploma di laurea, preferibilmente in lingue, e dell’attestato di formazione di cui all’alinea;           b) cultore della lingua internazionale esperanto. Art. 4.      1. All’onere derivante dall’attuazione della presente legge si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2005-2007, nell’ambito dell’unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2005, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca.       2. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio. [addsig]




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