Non toccate la lingua italiana.

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Non toccate la lingua italiana.

Risponde il direttore Marcello Mancini.

CARO DIRETTORE come giudica la decisione del Politecnico di Milano, che ha sfrattato la lingua italiana dai corsi, stabilendo che questi devono essere tenuti in lingua inglese? A me sembra una svolta assurda, che straccia l’identità nazionale, nel nome di una internazionalizzazione che si può ottenere anche senza rinnegare le proprie radici. Giovanna Sani, Lucca

GENTILE SIGNORA, a me sembra un eccesso di esterofilia che andava evitato. Una scuola italiana, ancorché a vocazione internazionale come il Politecnico, dovrebbe custodire le radici nel Paese. Che i giovani imparino seriamente la lingua inglese, è un impegno da incoraggiare – sappiamo tutti quanto sia necessario per muoversi e lavorare anche all’interno della Ue – però non essere contestuale all’annichilimento dell’italiano. Il rischio è che la scelta del Politecnico – che, parziale consolazione, si è fermata all’80 per cento dei corsi: il resto rimarrà in italiano – possa essere seguita da altri istituti. Dopo alcune inquietanti dichiarazioni del ministro dell’Istruzione Giannini, la preoccupazione c’è e soprattutto dai Radicali si è levata la protesta perché venga fermato il «genocidio linguistico» di 60 milioni di italiani. Per allinearsi al futuro e recuperare le carenze accumulate non c’è bisogno di mortificare la storia che ci portiamo addosso. Per difenderla siamo pronti alla mobilitazione civile e linguistica.
(Da lanazione.it, 5/7/2014).

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Dalla riforma berlinguer-zecchino in poi e dalla cosiddetta “autonomia” l’università italiana sta sempre più sprofondando. Ovviamente i corsi in inglese sono solo un tentativo di accalappiare un po’ di giovani stranieri, che dicono ai genitori di venire per studiare, ma pensano più che altro al vino, ai facili costumi e alle notti da movidari, salvo forse pochi corsi di alta specializzazione.
Quando nei nostri atenei si tenevano e si potevano tenere (vi sfido a fare un corso serio con moduli, compitini in itinere e cfu) corsi autorevoli chi veniva dall’estero imparava l’italiano per seguirli. Del resto dove l’Italia ha avuto qualcosa da dire il segno rimane: ad esempio i termini di agogica musicale, come “allegro”, “largo” ecc., sono tuttora in italiano sulle partiture dei musicisti di tutto il mondo.
Infine, vorrei proprio vedere quale percentuale di docenti italiani sarebbe capace di tenere un corso in inglese che non fosse sull'”intrattenimento degli animali da cortile”, ossia senza far ridere i polli (anglofoni); mi capita di dover leggere testi in sedicente-inglese scritti da docenti e ricercatori e sinceramente la media non è proprio eccellente, per non pensare al parlato che è ancora peggio (pure se qui devo confessare che, anche a causa della mia sordità parziale ai fonemi, non sono un buon giudice e non saprei far di meglio).

VANNA FIRENZE

Anche se l’ottima conoscenza della lingua inglese è stata la colonna portante di tutta la mia vita di lavoro, sia in Italia che in paesi anglofoni, sono d’accordo. Il Politecnico di Milano è una scuola (pubblica?) italiana, quindi…. studino sì l’inglese a fondo e siano in condizioni di esprimersi correttamente, ma i corsi dovrebbero essere in Italiano. Oppure lo fanno per attirare studenti stranieri che magari pagano tanti soldi per frequentarlo? Una mia amica (anglofona) ha mandato la figlia a studiare medicina ed a laurearsi (a pieni voti!) a Zagabria, dove c’era un corso per anglofoni, visto che loro vivevano a Dubai e ora a Hong Kong. Ora però l’esame di abilitazione deve farlo in croato!
(Da lanazione.it, 5/7/2014).




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