Non siamo più noi il Calimero d’Europa

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Proteste e lamenti sono stati forti e continueranno ad esserlo sotto il peso delle manovre che, una dopo l`altra, ci hanno colpito negli ultimi mesi. Ma qualcosa è alla fine cambiato dentro di noie nelle opinioni che abbiamo su noi stessi, sugli altri e su ciò che spetta a noi, all`intera Europa e in particolare alla Germania per uscire dalla crisi. Prima ci sentivamo colpevoli e comunque soverchiati dalla condanna di chi ci vedeva (e ancora ci vede) colpevoli a causa del nostro debito gigante. Mettetevi a posto – ci dicevano -e non insistete con richieste di eurobond o marchingegni del genere aventi comunque lo scopo di far  pagare altri al posto vostro. Queste sferzate ci ferivano dentro, non siamo mai stati interamente convinti che il problema fosse davvero tutto qui e tuttavia non osavamo dirlo, ci era difficile alzare gli occhi sugli altri e prendere di mirale loro responsabilità. Ora non è più così. La nostra inversione di rotta l`abbiamo fatta e l`affidabilità l`abbiamo conseguentemente recuperata. Sono i mercati a dircelo e giustamente lo ha fatto notare venerdì Il Sole 24 Ore, con l`articolo e i dati di Vittorio Carlini, che dimostrano il dimezzamento in queste settimane dei nostri tassi a breve. Quando davvero eravamo a rischio, il segnale era proprio l`inversione della curva, con i tassi a breve, cioè, più alti di quelli a lungo, a riprova della sfiducia del mercato nella nostra capacità di far fronte agli impegni. 
Ora le cose sono tornate a posto, il che vuol dire che è tornata la fiducia nei nostri confronti. È tornata, ma non rispetto al medio periodo. Lo spread rimasto alto sui titoli decennali vuol dire che, secondo i  mercati, alla lunga potremmo non farcela. Con la crescita bassa che si preannuncia e un debito come il nostro da smaltire, prima o poi – pensano i mercati e non solo loro dovremo alzare bandiera bianca. È arduo contrastare oggi questa aspettativa e non meno arduo sarebbe negare la parte che toccherà a noi  per innalzare il nostro ritmo di sviluppo. 
Ma attenti, non è sempre e solo Calimero che deve fare qualcosa per tenere il passo degli altri. Potrebbe l`Italia crescere da sola in una Eurozona stagnante? E può un`Eurozona nell`insieme ricca di risparmio lasciare sia lo smaltimento del debito sia la crescita dei suoi Paesi più indebitati al solo risparmio di questi stessi Paesi? 
La risposta è quella che ha dato Daniel Gros, sempre venerdì su questo giornale. L`Eurozona ha partite correnti in equilibrio, è fiscalmente solida, ha prezzi relativamente stabili. Il suo vero problema è «la riluttanza dei risparmiatori del Nord Europa a investire nella periferia dell`euro». 
Ed è la debolezza delle leadership politiche nel contrastare questa riluttanza.  Proseguendo così – è bene  averlo chiaro – possiamo distruggere quello che abbiamo costruito e ciascuno, in Europa, si troverà improvvisamente solo. 
Sono in tanti, a questo punto, a dover dire che cosa intendono fare. Ma più di tutti e prima di tutti deve dirlo la Germania. Deve dirlo in relazione ai contenuti definitivi dell`accordo intergovernativo varato il 9 dicembre, nel cui testo iniziale – com`è noto – c`erano irrigidimenti del tutto irragionevoli, rispetto alle  riforme approvate soltanto un mese prima, come quello riguardante la clausola sull`annuale riduzione di un ventesimo del debito pubblico. 
E deve dirlo, proprio mentre ottiene dagli altri la firma di quell`accordo. C`è in esso la generalizzata e rafforzata disciplina di bilancio che appare agli elettori e contribuenti tedeschi la prova del sangue necessaria e irrinunciabile perché si possa stare insieme. Staremo allora insieme e affronteremo tutti i doveri, anche di solidarietà reciproca, perché la nostra comunità non si rompa?
Non ha dubbi Helmut Schmidt, che lo ha detto esplicitamente nel suo bellissimo discorso al Congresso dell`Spd il 4 dicembre scorso. Né ha dubbi Helmut Kohl, il quale fra l`altro ricorda benissimo la solidarietà che tutti gli europei dimostrarono alla Germania, quando lui ne decise  l`unificazione, stabilendo in termini di parità il rapporto di cambio fra marco occidentale e marco orientale. E fu una parità che noi tutti contribuimmo a sostenere, pagando i conseguenti elevatissimi tassi d`interesse. Ma dubbi hanno probabilmente molti altri tedeschi, consapevoli dei grandi vantaggi conseguiti dalla Germania grazie all`euro, veicolo del formidabile incremento delle loro esportazioni nei Paesi dell`Eurozona, ma convinti di non poterne ormai fare a meno, proiettati come sono sui mercati dell`Estremo Oriente. È di questo che occorre una buona volta discutere e ci accorgiamo finalmente di essere nella condizione di farlo anche noi, alzando gli occhi che abbiamo tenuto finora bassi e puntati su noi stessi.
Evitiamo caso mai di esagerare, vedendolo addirittura organizzare summit triangolari a Roma, non ci aspettiamo che il nostro nuovo primo ministro porti gli altri a cambiare strada d`incanto. 
Certo, senza la forza che gli viene dal riscatto penitenziale che ci ha imposto, Monti rischiava di trovarsi in una condizione non molto migliore di quella di Alcide De Gasperi alla Conferenza della pace («Prendendo la parola in questo consesso, sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me»). 
Ma può solo mettere in tavola la carte, che anche altri dovranno condividere, a partire dalla cancelliera tedesca, alla quale è stupido rivolgere l`accusa di insensibilità europea. 
Le carte non sono tanto quelle della nostra storia pregressa. Sono in primo luogo quelle degli interessi comuni che abbiamo davanti e della consapevolezza che quanto stiamo facendo ha senso solo se ci accingiamo a una integrazione più forte, che è nell'interesse di tutti nel mondo che abbiamo davanti. Stiamo facendo della disciplina di bilancio l'ossatura e la bandiera dell'Eurozona. Questo ha di sicuro senso per i Paesi che non l'avevano e che ne sono comunque rafforzati. Ma che senso avrebbe per la cancelliera Merkel, che ne è stata la promotrice inflessibile, se non per convincere la sua Germania che possiamo e dobbiamo ora puntare a un futuro di sviluppo comune?
Non dipende solo da noi, dipende molto dal convinto impegno per quel futuro che il cambio di prospettiva che può far scendere lo spread sui nostri titoli a medio termine. Mettiamo per il momento da parte gli euro bond, ma possiamo rafforzare il ruolo della Bce e gli altri meccanismi che abbiamo creato per ridurre quel peso? E quelli che chiamiamo project bond, finalizzati a investimenti di interesse europeo, vogliamo cominciare a farli partire, convogliando su di essi risparmio e risorse comuni? 
La Germania a questo punto può arrivarci e dobbiamo tutti adoprarci perché lo faccia. L`Asia è un grande mercato, ma nel deserto europeo lo dicono con eloquenza gli ultimi dati sul calo delle esportazioni tedesche – il futuro si incupirebbe anche per lei. 

Di Giuliano Amato 
Il Sole24Ore, pag. 1 e 6
08/01/2012




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