«Non si abita un paese, si abita una lingua».

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Il “custode delle lingue dimenticate” ora insegna piemontese all’università di Torino.

di Paola Scola.

In quanti modi diversi si può dire la parola «acqua», in un raggio di pochi chilometri? Basta chiederlo a un professore di Mondovì, appassionato fin dall’adolescenza delle «lingue dimenticate», che ha percorso tutta la lunghezza del fiume Tanaro, incontrando paese per paese chi ancora parla il dialetto. Anzi, i dialetti. Gli «accenti in via di estinzione». 
 
Così Nicola Duberti, 46 anni, laurea in Lettere antiche e un dottorato, grande ironia e senso dell’umorismo, racconta che, in alta valle, gli abitanti di Upega chiamano l’«acqua» nel brigasco «aigo», che a Ormea diventa «eua». A Garessio, invece, si dice «oiva» mentre, giunti a valle, si arriva al più orecchiabile «aqua». Ecco le «voci del Tanaro», diventate tempo fa un dvd grazie ad Alessandro Ingaria e Sandro Bozzolo (dell’associazione culturale «Geronimo Carbonò»), che con Duberti sono stati i «papà» dell’iniziativa. Il film-documentario è stato riproposto nei giorni scorsi a Ormea, come esempio di «prima esplorazione poetica lungo il corso del fiume». 

Com’è nato  
«Ero a cena con Alessandro e Sandro – spiega l’insegnante -. In quel periodo seguivo il dottorato in Dialettologia. Abbiamo iniziato a osservare l’estrema variabilità, da luogo a luogo, di alcune parole: per esempio acqua e coniglio. Ed è nata l’idea di fare una ricerca sul campo, un po’ particolare, com’è nel nostro spirito. Spostandoci con un asino o un’Apecar. Abbiamo poi scelto la seconda opzione, per motivi logistici». 
L’Apecar è stata attrezzata come un «caffè letterario ambulante»: Nicola (con tanto di cappello e papillon) si accomodava nel cassone, arredato con un tavolino, due sedie, pane, salame, tuma e dolcetto. Insieme con l’inseparabile coniglio. Che nell’arco di appena 8 km viene chiamato in tre maniere differenti: “cunìu” a Cherasco, “lapìn” a Narzole e “perru” a Roreto. 
Ogni paese una sosta, per dialogare nella lingua locale. Improvvisate o incontri preparati, ma «salvaguardando la spontaneità della conversazione». «Una specie di flash mob», ricorda il professore. 

Una grande passione  

Nicola ha una grande passione per le lingue dialettali. Guai a non chiamarle così. Le insegna anche ai suoi ragazzi, alle Medie di Rocca de’ Baldi. Ma non solo, perché dal 26 aprile tiene il primo laboratorio di piemontese mai svolto nel Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Torino, al corso di laurea magistrale in Scienze linguistiche. 
«Non si abita un paese, si abita una lingua», diceva il filosofo romeno Emil Cioran (come è riportato sulla custodia del dvd sulle voci del Tanaro). «La provincia di Cuneo è grande e presenta almeno quattro gruppi dialettali – spiega -. Nella zona centrale fra Cuneo, Saluzzo e Fossano è l’alto-piemontese, vicino al torinese. Sulle montagne di Cuneo e Saluzzo, fino alla valle Vermenagna, c’è l’occitano. Poi la situazione si complica: langarolo alto e basso, monregalese e, con sfumature liguri, ormeasco, garessino e priolese. Nella parlata alto monregalese troviamo la varietà delle valli Mongia e Casotto, nelle valli Ellero, Maudagna e Corsaglia il “kyè”». Parlato quasi in una «enclave». 
 
Dal Torinese al Kyè  

Come nasce questo amore per le «lingue dimenticate»? Duberti: «Da ragioni biografiche. Ho vissuto a Torino fino alle Medie, ma mi sono sempre confrontato con i parenti calabresi. Mia nonna parlava il kyè e ci sono le origini a Viola. I dialetti sono lingue a tutti gli effetti, soltanto non hanno lo status ufficiale per essere usati, ad esempio, nelle lezioni di chimica o nei processi. E la scuola, colpevolmente, li ha dimenticati, anche se tutti gli studi più recenti attestano che conoscere più di una varietà linguistica regala un’apertura mentale superiore. Compreso il dialetto». 

La poesia  

Le sfumature, lui, le conosce tutte. E le usa, come un pittore con il pennello e i colori, per comporre poesie, sulla scia dell’importante tradizione monregalese, che va dal Baretti a Remigio Bertolino. Il suo libro «J’òmbre ’nt le gòmbe» («Le ombre nelle valli») è stato pubblicato dalla «Cà dë Studi Piemonteis». Un traguardo che ogni scrittore in dialetto ha sognato almeno una volta. 
(Da lastampa.it, 1/5//2016).

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