Non si abita un paese, si abita una lingua. Una patria , è questo e nient’altro”

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La lingua non serve per leccare il culo. Serve per parlare. E per vivere

The Jerk

"Non si abita un paese, si abita una lingua. Una patria , è questo e nient’altro”, Emile Cioran
Questa famosa affermazione di Cioran mi risuonava continuamente in testa mentre leggevo questo bellissimo libro di Gian Luigi Beccaria ("Il mare in un imbuto. Dove va la lingua italiana", Einaudi) sulla nostra viva lingua e sul suo cammino.
L’altro giorno, dopo il mio rozzo post sulla vita di spiaggia, stimolato da critiche e rettifiche, mi è tornato alla mente questo libretto agile e utile.
E’ un saggio che – almeno a me – ha insegnato molte cose; con uno stile e uno spirito leggero, con un approccio su un tema apparentemente severo, colloquiale e democratico. La grammatica, ad esempio, secondo Beccaria (che ricordavo in una bellissima trasmissione RAI di venticinque anni fa, "Parola mia") "non è un catechismo". É fondamentale certo; ma molto più importante della grammatica è la pratica della lingua, la sua vitalità, il suo ritmo, la capacità della lingua medesima di far comprendere il pensiero in maniera complessa, ma attraverso un linguaggio a portata di tutti; "una lingua comune", dice l’autore.
Molto bello poi il parallelismo che emerge, analizzando i problemi che affliggono l’uso dell’italiano, con la situazione storico-culturale del nostro paese; illuminante a tal proposito il passo in cui Beccaria dice: "[…] Per secoli siamo stati un paese che ha sofferto di due mali antichi, che si protraggono ancora dopo l’Unità d’Italia: la scarsa densità della cultura e una eccessiva preoccupazione per la forma. La storia italiana era tutta punti luminosi e determinazioni geniali in grandi pensatori e scrittori, ma le era mancato il livello ‘medio’ nel quale la cultura, e la lingua, diventano patrimonio largamente partecipato […] Per questo l’italiano è un bene da difendere, degno di ogni attenzione perché da ‘medio’ non diventi ‘mediocre’, cumulo di stereotipi che ci parlano, ci consumano lo spazio per riflettere. Ci negheremmo alla fin fine la libertà di analisi e lo spirito critico [..]". Un’analisi ineccepibile anche per mettere in luce il generale declino di un paese, il nostro, che ha sempre scambiato il ‘popolare’ con ‘ignorante’ e il ‘colto’ con ‘l’elitismo’, in quasi ogni settore.
Altri spunti illuminanti quelli sul dialetto e sull’uso spesso incolto e rozzo che, da nord a sud, se ne fa. "Il dialetto – scrive Beccaria – è sempre carico di ambivalenza: significa ora genuinità e fedeltà, ora arretratezza", sapendo che il dialetto è soprattutto lingua intima, parlata pressoché in famiglia o in tessuti comunitari, lingua in cui, per dirla con Raffaello Baldini " si può parlare con Dio, non si può parlare di Dio".
Infine mi sono divertito – oltre a leggere una serie di aneddoti, strafalcioni, suggerimenti stilistici – a cogliere come davvero la lingua, la nostra lingua, sia la nostra patria e come la profondità delle parole sia segno di una storia densa, vissuta.
Libri come questi dovrebbero essere fatti leggere coercitivamente a maestre, professori e professoresse di lettere e poi agli studenti; alcune tragedie sintattiche a cui ormai siamo abituati, tornerebbero a fare scandalo! E, da ultimo, un pensiero amaro che mi si è palesato alla fine del libro, che mi ha fatto comprendere come su molte cose siamo andati indietro: perché, mi sono chiesto, venti/venticinque anni addietro, all’ora di cena la RAI faceva trasmissioni (questa era di Rispoli) con uno come Beccaria che spiegava – giocando – l’italiano, e oggi ci dobbiamo sorbire (se accendiamo la TV, naturalmente, cosa che io evito scientificamente di fare, a quell’ora!) quel tizzone cutaneo di Carlo Conti? Segno del declino a cui, con rabbia, non dobbiamo arrenderci! Segno, come dice Massimo Famularo, che in tivù ci son troppi stronzi. Se ce ne fossero meno, sarebbe meglio.
(Da linkiesta.it/blogs, 6 /7/2012).




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