Non scherziamo con l’Europa

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24/11/04, La Repubblica, pag. 1

Non scherziamo con l'Europa

Di GIULIANO AMATO
CARO direttore, riemerge nel dibattito politico un atteggiamentoversol'Europa nutrito di insofferenza e di sfida. La si dipinge come una fonte di vincoli e non di benefici, se ne contestano le regole e si arriva a dire che ignorarle-alla fin fine- non è un delitto, è anzi il modo migliore di tutelare i nostri interessi, così come altri in qualche caso hanno fatto. E Francia e Germania, che continuano coni loro bilanci a bordeggiare superando i parametri di Maastricht, sono gli esempi più gettonati. L'Italia non èl'unìco paese in cui questo atteggiamento ha preso a manifestarsi, anche se è forse l'unico incui tra quanti lo esprimono vi sono cariche istituzionali di primissimo piano. Certo si è che in Italia e per l'Italia ciò può avere effetti più gravi che altrove ed è bene che tutti ne siano consapevoli.
Presentare l'Europa nei termini descritti offende un sentimento di lealtà europea che è profondamente diffuso fra gli italiani e che costituisce un patrimonio la cui erosione può da ultimo soltanto indebolirci. Per decenni è stato proprio questo sentimento la leva che ci ha dato la forza per migliorare le nostre condizioni, per ristrutturare le nostre industrie, per liberarci dei nostri monopoli e delle nostre strozzature, per darci in tanti ambiti leggi meno arcaiche. Lo abbiamo fatto -questo èvero – mitizzando anche troppo l'Europa e vedendola, in più casi aldilà del vero, come il meraviglioso Rex che scivolava al fianco del pattino riminese di Federico Fellini. Ma questa stessa mitizzazione dà il senso della forza che ha in noi la consapevolezza del valore aggiunto europeo.
Ed è una forza che nasce dalla memoria viva che è in noi della nostra storia; la storia di un Paese giunto in ritardo rispetto ai suoi vicini all'industrializzazione, incapace anche per questo di dominare i conflitti sociali che essa, al suo inizio, portava con sé, e finito in ragione di ciò nella camicia di forza di un regime fascista, che lo isolò nella esaltazione delle sue glorie passate e lo rinchiuse nella illusione di una autarchia economica, capace solo di accentuarne i ritardi.
Per questo, quando riprendemmo il cammino, capimmo che il nostro futuro era l'Europa. E per questo le nostre menti migliori – basti rammentare Ugo La Malfa – ci ricordavano sempre che o ci tenevamo stretti i legami faticosamente costruiti con chi era al di là delle Alpi, o venivamo ricacciati in un Sud, che ci avrebbe portato soltanto regresso e stagnazione. L'Italia è diventata, su questa strada, uno dei primi paesi del mondo e quando il nostro reddito pro capite superò quello inglese, i nostri amicid'oltre Manica ci videro come ex camerieri inaspettatamente arrivati alla proprietà del ristorante. Forse anche noi la vivemmo così, ma fu comunque motivo di orgoglio e ragione ulteriore del profondo radicamento dei nostri sentimenti europei.
E' sbagliato e pericoloso mettere oggi in gioco tali sentimenti e rinnovare, in modi certo nuovi e diversi, l'illusione di una autarchia italiana davanti all'Europa e alle regole europee. Dell'Europa noi abbiamo ancora bisogno: primo, perché il nostro passato non è fatto solo di successi, è fatto anche del debito pubblico che abbiamo accumulato e dal quale proprio l'Europa ci ha aiutato a non essere travolti con lo scudo dell'euro e dei suoi bassi interessi. Secondo, perché in questa fase dell'economia globale siamo un'altra volta rimasti indietro e solo incanalandoci in strategie comuni europee volte ad accrescere la nostra competività potremo uscire dall'attuale stagnazione.
In tale prospettiva è certo giusto proporsi una revisione del patto di stabilità e di crescita. Io stesso ne ho scritto più volte, convinto da un lato che la dimensione stabilità ha prevalso nella sua attuazione sulla crescita, dall'altro che rischia sempre più di perdere forza, in ragione dei condivisi trucchi legali con cui si è preso ad aggirarlo. Ma è fondamentale che un tale proponimento sia perseguito insieme agli altri e con una visione europea, come giustamente ha osservato il nostro nuovo ministro degli Esteri; non con toni di sfida e di rivendicazione nei confronti di altri, magari ricordando loro le loro stesse difficoltà. Fare così significaper noi scherzare col fuoco, significa dimenticare che noicontinuiamo ad avereuno dei debiti totali più alti, cosicché gli altri, su questo terreno, non si sentono affatto simili a noi e sono pronti, caso mai, ad isolarci e a trattarci con severità.
Anche per questo la nostra non è una vita facile e anche perquestopuò crescere ahimè la voglia di conquistare consenso interno puntando l'indice contro l'Europa. Non credo – e ho cercato qui di spiegarlo – che gli italiani nel loro insieme ci stiano. Ma non si ceda lo stesso alla tentazione e se ne faccia anzi un impegno comune di chiunque abbia responsabilità istituzionali e politiche in Italia. Questa è una lacerazione di cui davvero non abbiamo bisogno.

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