Non hanno più segreti i “pizzini runici”.

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Non hanno più segreti i “pizzini runici”.

di Alessandro Zironi.

I Germani avevano un alfabeto formato da lettere chiamate rune. Ognuna di esse indicava un nome: in antico nordico la runa F rimanda al termine “fé”, che vuol dire “bestiame”. In alternativa F può valere per il suo suono, /f/. In una frase le rune possono essere combinate o in base al proprio valore fonetico o in base al proprio significato, come se in italiano intendessimo con A il fonema /a/, ma anche la parola “asino”. Perciò il testo runico deve esser decifrato, attività complessa che richiede esperienza per penetrarne il mistero. Un simile alfabeto si prestava ovviamente a usi crittografici. Fra questi enigmi, quello impiegato dalla Norvegia basso medievale, il sinora ignoto “jötunvillur”, è stato finalmente risolto dal runologo K. Jonas Nordby. La tecnica è piuttosto ingegnosa. Poiché il nome della Runa F (“fé”) finisce in E, il codice scrive E, ma il lettore deve invece leggere F. Esemplificando, se in italiano A significasse “asino”, scriverei O, ma dovrei decriptare quella O con una A. Non è ancora certo a cosa servisse questo “codice segreto”. Nordby pensa a una mnemotecnica per apprendere l’alfabeto, ma forse il sistema è più complicato del risultato da raggiungere. Ora sappiamo decifrare i messaggi, resta da capire perché ci si dilettava a mandare “pizzini” runici.
(Da Corriere della Sera, 2/3/2014).

 




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