Non è solo un problema di nazionalismo. Ecco perché

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Non è solo un problema di nazionalismo. Ecco perché

Scritto per noi da
Gabriele Battaglia

Qualunque sia stata la loro causa scatenante, le violenze a Urumqi ci parlano delle difficoltà cinesi a gestire l'immensa periferia dell'impero. Non è tanto un problema di nazionalismo così come lo intendiamo noi: quella parte di mondo non ha una storia si Stato-Nazione e le identità si sono formate e mescolate sulla via della Seta per due millenni. E' buon gioco degli occidentali sventolare il concetto di “nazione” per la Cina di frontiera, riportando a categorie nostre. Così è per il Tibet, così è anche per lo Xinjiang. Ma, fatto nuovo, il tema nazionale è diventato un cavallo di battaglia anche delle autorità cinesi, alla ricerca di un'ideologia per colmare il vuoto lasciato dal maoismo. Così come il comunismo fu la risposta più “efficiente”, importata da Occidente, per dare un collante alla modernizzazione necessaria, oggi il nazionalismo han, con qualche spruzzo di Confucio e molta economia del benessere, vorrebbe svolgere lo stesso ruolo. Ma è lo stesso governo ad accorgersi degli eccessi di certi nazionalisti han – ne sono pieni i blog e i forum online – e svolge un'azione moderatrice: tutti siamo Cina, nelle sue molteplici sfaccettature e facce (nel senso di tipi etnici). Un mio amico uyghuro, colto, di mentalità scientifica ma profondamente musulmano, mi parla della possibilità di un nuovo impero basato sulla biodiversità: il suo modello è quello di Alessandro il Grande. Cosa significa oggi? Significa una Cina che preservi la propria diversità dall'Occidente (per esempio non assimilando pedissequamente lo stesso concetto di democrazia) ma che, al suo interno, sappia tutelare lo stesso grado di di biodiversità tra i popoli che la compongono. Il che significa difesa delle specificità etniche, pari opportunità per tutti i “cinesi”, crescita economica armoniosa. Purtroppo la realtà materiale non corrisponde ai sogni del mio amico. Gli han sono il 96% della popolazione cinese, gli altri rischiano di essere marginali. La sua etnia è penalizzata in tutta la Cina e a Shanghai, così come a Pechino, gli uyghuri sono spesso accusati delle peggiori malefatte: scippatori e stupratori. I giovani uyghuri che studiano e lavorano nel resto della Cina si sentono chiedere ovunque se sono lì “a vendere barbecue” (la carne di agnello alla griglia è la specialità del luogo), più o meno come un nostro immigrato nordafricano potrebbe sentirsi chiedere a Milano se è lì per commerciare cammelli. Non solo. I giovani scontano un ritardo culturale dovuto alle difficoltà linguistiche. La lingua uyghura è fonetica, i giovani si spaccano la testa sui caratteri cinesi per poi spesso tornare a casa e non avere nessuno con cui parlare. Il piccolo Sadiq o Eimer o Utuq non può spesso comunicare con il nonno, che parla solo uyghuro.

E così il gap culturale rafforza la discriminazione nell'immaginario collettivo. Il progetto “go west” lanciato da Pechino nel 2000 dovrebbe colmare questi ritardi, con investimenti e invio di tecnici specializzati e insegnanti nel Far West cinese. Purtroppo, si è tradotto anche nella pacifica invasione han dello Xinjiang. Per molti versi è un processo inevitabile. L'ex Turkestan Orientale è la più grande regione della Cina (circa come cinque Italie e mezza) e ha solo venti milioni di abitanti. Le province orientali sono invece congestionate. Milioni di han si sono riversati a occidente, aprendo attività commerciali, trasformando le città, imponendo “di fatto” le proprie usanze. Oggi, nello Xiniang, gli han sono numerosi quasi quanto gli uyghuri e Urumqi è già una città a maggioranza han. Così i giovani uyghuri vivono l'umiliazione di essere “non all'altezza” in casa propria e discriminati quando, da cittadini cinesi, vanno altrove. Da qui la facile presa, in alcuni casi, del fondamentalismo islamico. L'autunno scorso, un post pubblicato su un blog cinese ha avuto un successo clamoroso. Raccontava di uno Xinjiang discriminato, svuotato e spossessato delle sue risorse naturali (petrolio e minerali vari), senza nessuna forma di risarcimento. Lo Xinjiang ha sempre fatto parte dell'universo cinese, inteso come una civiltà e un'organizzazione amministrativa che si è espansa lungo la via della Seta. Ma è anche in parte Asia centrale, etnicamente e culturalmente. Qui si gioca una partita chiave per le autorità cinesi e il nuovo corso della “società armoniosa”. La versione ufficiale parla già di un complotto orchestrato dall'esterno, nella fattispecie da Rabiya Kadeer, l'ex imprenditrice ora esule in America che sta allo Xinjiang come il Dalai Lama sta al Tibet. Ma questo è il gioco delle parti: da adesso bisognerà saper leggere tra le righe delle future politiche di Pechino verso il suo Far West.

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