Non è francese il nostro «papà»!

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Non è francese il nostro «papà»!

di Lorenzo Tomasin.

In tutti i vocabolari italiani, la seconda parola (dopo “mamma”) pronunciata dalla maggior parte dei parlanti, cioè “papà”, è classificata come un francesismo, cioè un ricalco del francese “papa”. Tutti i dizionari – anche i più recenti e aggiornati – lo danno in effetti come termine attestatato in francese fin dal medioevo, che in Italia comparirebbe solo, occasionalmente, nel Cinquecento, in due passi del toscano Pietro Aretino (in uno dei quali una prostituta si rivolge disgustosamente a un vecchio chiamandolo «pappà, babbino»: esempio facile da etichettare come spurio), per poi trovare reale diffusione solo a partire dal Settecento, quando “papà” si sarebbe integrato nei dialetti del Nord assieme ad altri francesismi, tipo “cabaré”, “canapè”, “gilè” e “comò”.
L’arruolamento di “papà” nella legione straniera dei francesismi avviene per opera dei puristi ottocenteschi, autori di grammatiche e vocabolari in cui si promuovono forme tipicamente toscane – nella fattispecie, “babbo” – contro quelle non toscane. Così, nel 1852 Giovanni Battista Niccolini lamenta che persino a Firenze «ai bambini medesimi s’insegna dir “papà”»; e gli fa eco, un decennio dopo, Filippo Ugolini, per il quale «Mammà, papà per “mamma”, “babbo”, son voci non schiettamente italiane».
Di fatto, i dialetti centromeridionali conservano talora fino ad oggi l’antichissima parola infantile usata già dai Romani per indicare il padre, cioè tata, e al Nord il presunto francesismo papà si accompagna a varianti locali (dal semplice “pa” a “popà”, forme diffuse dal Piemonte al Veneto, dove l’accento finale non ha nulla di esotico), che pure avrebbero dovuto insospettire circa l’origine di un termine radicato nell’uso popolare, a differenza dei francesismi moderni, di solito irradiati dalle classi alte. Niente: gli esempi dei lessici assommati a quelli tratti da studi di storia della lingua italiana in cui linguisti anche illustri convalidano la tesi del francesismo moderno sono decine e decine, e spesso si riecheggiano con le stesse parole, come un “tic”.
Del resto, la tesi del francesismo pare ricevere un’indiretta conferma non solo dalla data altissima (1256) che i dizionari del francese riportano per la più antica attestazione del termine in quella lingua, ma anche dal fatto che al di là dei Pirenei, in Catalogna, dove la forma più tipicamente locale è “papa” con l’accento sulla prima sillaba, esistono affidabili testimonianze otto-novecentesche sulla diffusione recente del tipo “papà”, con l’accento sulla seconda, a partire dai ceti colti e come probabile moda francesizzante. Di fatto, le due accentazioni – peraltro poco distinguibili nella voce dei bambini più piccoli – convivono, nell’uso degli adulti, ancora oggi in Catalogna e altrove.
Ma in Italia? Accettare che “papà” sia un francesismo è sempre riuscito difficile a molti (da un poeta come Pascoli a un linguista come lo svizzero Carlo Salvioni, che a fine Ottocento si diceva perplesso su quella che ormai era un’opinione dominante tra i colleghi italiani). E in effetti, a cercar bene, una cospicua quantità di documenti, in parte già segnalati (ma mai recepiti dai vocabolari) e in parte ignoti agli studi, smentisce l’ipotesi corrente oltre ogni ragionevole dubbio. Riservando un’interessante sorpresa anche in Francia.
Fermo restando che le parole infantili sono comunque assai rare nei testi letterari, gli esempi cinquecenteschi “italiani” della parola papà sono in realtà molteplici. Tra i più interessanti, quelli di scrittori toscani che vivono al Nord, e che notano questa tipica voce settentrionale, ben radicata nell’uso popolare, considerandola autoctona tanto quanto “babbo” lo è in Toscana. Ben prima che l’ondata dei francesismi tipo “burò” e “landò” arrivi in Italia, Francesco Sansovino (nato a Roma e d’origine toscana) annota nel 1568 nella sua “Ortographia” che “babbo” è «voce dei fanciullini in Thoscana quando chiamano il padre», mentre «I Lombardi dicono “pappà”. I Romani “tata”». Già prima, ancora un toscano cresciuto al Nord, Pietro Nelli, in una delle sue satire (stampate a Venezia nel 1547) si riferisce a una persona a cui nessuno vuol bene come «uno che non ha chi pappà, né babbo ’l chiame » (la grafia con due “p” sta ovviamente, al Nord, per una pronuncia equivalente a “papà”).
Come si documenterà altrove con una quantità di materiali che sarebbe noiosa per i lettori di queste pagine, “papà” è dunque già nel Cinquecento una voce così usuale nel Nord da rendere inverosimile l’ipotesi del francesismo. Non solo: anche in Francia la storia della parola “papa” ha ricevuto, in anni recenti ma senza che nessun vocabolario l’abbia registrato, un aggiornamento cruciale. Spetta al ricercatore italiano Michele Bellotti il merito d’aver segnalato che l’unica attestazione di “papa” in francese antico non solo proviene da uno scrittore toscano (Aldobrandino da Siena, autore di un trattato di sanità composto in francese alla metà del Duecento), ma probabilmente non significa nemmeno ’padre’, visto che nel passo in cui compare, Aldobrandino sta parlando della lallazione infantile, e si riferisce probabilmente alla voce (attestata sia in Francia, sia in Italia, già in antico) con cui i bambini designano il cibo: la pappa, insomma, termine che anche nel francese medievale s’usava col significato di «sorte de bouillie pour les petits enfants». E addio antichità delle attestazoni francesi di “papa” ‘padre’.
Lungi dall’essere un francesismo, insomma, “papà” è un termine dell’universale linguaggio infantile, che in molte lingue si specializza nel significato di ‘padre’, e che anche nel Nord d’Italia viene usato in questo senso già da un’epoca così lontana da placare l’accanimento di chi ha cercato di bandirlo come lezioso francesismo, appiccicandogli un marchio simile a quello con cui i fascisti cercarono di espellere il “Lei” di cortesia come un esibito spagnolismo. Non era vero, ma fu necessario dimostrarlo (se ne incaricò Bruno Migliorini) per ridare passaporto italiano a un uso che in Italia circolava come prodotto locale fin dal medioevo.
(Da ilsole24ore.com, 29/4/2016).

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