Non è anglicismo ma genocidio dell’umanità di lingua italiana. Giorgio Pagano scrive agli Accademici.

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Al Presidente dell’Accademia della Crusca, agli Accademici e a tutti i partecipanti al Convegno La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi.

Roma, 22 febbraio 2015

Caro Presidente, cari Accademici della Crusca, cari co-organizzatori e partecipanti al convegno La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi,
vi scrivo questa lunga lettera – sperando ne vengano informati i partecipanti – perché preoccupato come voi dal linguicidio italiano per mano (lingua) inglese.

Talmente preoccupato da essermi fatto 50 giorni di sciopero della fame in automobile davanti al MIUR per con-vincere l’attuale ministro Giannini a ritirare il sostegno ministeriale al divieto di insegnare/apprendere in italiano al Politecnico di Milano e a non andare avanti con la politica di sottrazione alla lingua italiana di materie studiate nella nostra lingua regalandole allo straniero inglese con, anche, il conseguente ridimensionamento editoriale e del sapere in lingua italiana che ciò comporta.

Lo faccio per darvi elementi di maggior consapevolezza di tale fenomeno che ha avuto la teorizzazione di un cambiamento del paradigma imperialistico da territoriale, in senso geografico, a territoriale in senso mentale, di conquista dei territori della mente: “the empires of the future are the empires of the mind”, dice chiaramente ad Harvard Churchill.

Ovviamente l’Impero anglofono della mente, the empire of the mind, ha come oggetto di conquista il linguaggio, la lingua dei popoli che non sono lingua madre inglese. Di questa vera e propria guerra angloamericana al mondo non anglofono, abbiamo contezza storica e informazioni sulla sua pianificazione, proprio a partire dal 1943, con Churchill e Roosevelt concordi nell’attuarla – allora si pensava attraverso il B.a.s.i.c. english, poi non ce ne fu di fatto bisogno -, con la motivazione che “dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento” (Winston Churchill, Harvard University, 6 settembre 1943).

Il Regime partitocratico italiano, e i media che lo sostengono e lo hanno sostenuto, sono stati e sono conniventi, collaborazionisti nell’attuare quella che è una vera e propria opera di deportazione culturale del popolo italiano nel mercato angloamericano, un genocidio linguistico-culturale atto a sostenere quello ed impoverire il mercato italiano ed europeo. Del resto già nei primi anni ’30 un altro Presidente statunitense, Clark Hoover, ebbe a sostenere che “Là dove penetra il film americano, noi vendiamo più automobili americane, più berretti americani, più grammofoni americani”. Per questo, su 100 film, le tv italiane, pubbliche o private non fa differenza, mandano in onda in prima serata 70 film statunitensi contro 18 italiani e 12 europei o di altre nazioni del mondo.

Di fatto il continente europeo deve liberarsi da due attacchi mortali per la sua biodiversità e libertà culturale, uno è quello talebano l’altro è quello anglobano. Dove, però, è quello anglobano il più pericoloso, perché rispetto a quella guerra di religione scatenata dal peggior integralismo islamico, la guerra anglobana al mondo non anglofono è ben più concreta e terribile perché, a differenza di quelle di religione, la Guerra delle Lingue non ha per obiettivo il mutamento della morale e/o costumi di ciascuno: bensì quello del pensiero di ognuno, dello strumento attraverso il quale pensiamo. Alla guerra delle lingua non interessano i territori geografici bensì la cattura dei territori della mente dei popoli. E’ in tal modo che lo stesso assetto geopolitico è definitivamente sconvolto e sconfitto. Per capirci: se in Italia non si parla più italiano l’Italia geopolitica non esiste più.

In relazioni a questa sorta di inglese-squalo che divora le altre lingue già l’Economist del 20 dicembre 2001 dedicava un lungo articolo dal titolo “Il trionfo dell’inglese: un impero con altri mezzi”, il 10 Marzo 2002 l’Indipendent denunciava: “Linguicidio: la morte delle lingue. Ogni 2 settimane ne muore una”, mentre il linguista britannico David Crystal d’accordo con il linguista canadese Krauss prevedeva un destino apocalittico per la diversità linguistica entro questo secolo, con oltre il 90% di lingue in estinzione. L’UNESCO nel suo Atlante delle lingue del mondo a rischio estinzione, che nella versione italiana è edito dalla mia associazione, è più cauto, stimando tale percentuale al 50%, delle quali, circa 160 lingue a rischio sono nel continente europeo.

L’aspetto più paradossale è che la denuncia nasce in ambiente anglosassone. Dando la cifra della totale inconsapevolezza, dell’annichilimento ed assoggettamento mentale,  indotto o meno che sia, dei nostri studiosi.  

Il presupposto per persuadere gli individui a sostituire la loro lingua madre con un’altra lingua sta nel progressivo annichilimento della lingua e cultura d’origine attraverso un discorso sostanzialmente ideologico: si presentano lingue e culture dominate come minoritarie, inadeguate o svantaggiate (con l’italiano cosa ci fai? L’italiano come lingua di apprendimento non serve più a nulla. L’italiano è una lingua per sfigati. Per lavorare devi imparare l’inglese, essere bilingue. E via dicendo), rendendole in tal modo, come dire, “invisibili”.

La colonizzazione delle coscienze dei dominati passa sostanzialmente attraverso tre fasi:

  1.    ESALTAZIONE del gruppo dominante/di maggioranza, definiamolo come Gruppo A: esaltazione della sua lingua, cultura, leggi, tradizioni, istituzioni, grado di sviluppo, attenzione ai diritti umani, etc.
  2.    STIGMATIZZAZIONE E SVALUTAZIONE dei gruppi minoritari/subordinati, definiamoli come Gruppo B: le loro lingue, culture, leggi, tradizioni, istituzioni, grado di sviluppo, attenzione ai diritti umani, etc.., in modo tale da essere considerati non-civilizzati, primitivi, non-moderni, tradizionali, arretrati, incapaci d’adattarsi all’informazione tecnologica, “democratica”, moderna.
  3.    RAZIONALIZZAZIONE delle relazioni tra i due gruppi: in senso economico, politico, psicologico, educativo, sociologico, linguistico, eccetera. In modo tale da considerare i gruppi di tipo A, dominanti, funzionali ed utili per i gruppi dominati di tipo B: il gruppo dominante A “aiuta”, “sostiene”, “civilizza”, “modernizza”, “insegna la democrazia”, “garantisce i diritti”, “evita i conflitti”, “preserva la pace nel mondo”, e così via.

Qualcuno, sputando in faccia alla verità, sostiene che l’inglese è una “lingua franca” di proprietà di nessuno, che non distrugge le altre lingue (Tullio De Mauro al Convegno “Unione Europea: quale unione politica?” Roma, 30 gennaio 2015, ascoltabile su radioradicale.it) ma, alla prova dei fatti, questa opinione non regge:

–          primo, perché se anche esistesse qualcosa come “l’inglese di comunicazione internazionale”, gli anglofoni non dovrebbero comunque spendere un centesimo per impararlo, il che non cambia di una virgola dell’enorme trasferimento di risorse che i paesi non anglofoni fanno ai paesi anglofoni come, anche, delle discriminazioni derivanti;

–          secondo, che ci piaccia o no, dobbiamo il fatto che sono gli anglofoni di lingua madre a detenere il monopolio legittimo della correzione linguistica, tanto quanto lo Stato detiene il monopolio legittimo della forza. Sono gli anglofoni gli unici ad avere il diritto di stabilire ciò che è corretto o scorretto nella loro lingua.

Non dobbiamo illuderci e tanto meno dobbiamo illudere nessuno: l’inglese non è un bene condiviso! Non avremo mai l’autorità di farne la “nostra” lingua, a meno di non rinunciare fin dalla nascita alla nostra lingua materna anglofonizzandoci completamente e facendo morire la nostra identità italiana: la fine della biodiversità linguistica, il genocidio culturale di migliaia di popoli non per massacro dei corpi, bensì per annichilimento delle menti.

Risulta altresì sbaragliato uno dei pilastri della democrazia, quello delle pari opportunità, avvalorando legalmente una divisione per caste linguistiche della società.

Negazione di pari opportunità e pari diritti tra gli eurocittadini che si traduce, dal punto di vista economico, in enormi vantaggi e passaggi di risorse che noi, Paesi non anglofoni, concediamo a quelli di madrelingua inglese e che potremmo riassumere in sei punti:

1. si concede ai cittadini dei paesi anglofoni un mercato notevole in termini di materiale pedagogico, di corsi di lingua, di traduzione e interpretazione verso l’inglese, di competenza linguistica nella redazione e la revisione di testi, e via dicendo;

2. i madrelingua inglese non devono mai investire tempo o danaro per tradurre i messaggi che trasmettono o desiderano comprendere;

3. i madrelingua inglese non hanno un reale bisogno d’imparare altre lingue e ciò si traduce, per i paesi anglofoni, in un risparmio enorme, a cominciare dalle spese d’istruzione;

4. tutte le risorse finanziarie e temporali che non vengono dedicate all’apprendimento delle lingue straniere, possono essere investite nello sviluppo, nella ricerca e nell’insegnamento/apprendimento di altre discipline;

5. anche se i non-anglofoni compiono un considerevole sforzo per imparare l’inglese, non riescono mai, salvo eccezioni, ad avere un grado tale di padronanza che possa loro garantire l’uguaglianza di fronte ai madrelingua:

a) uguaglianza nella comprensione,

b) uguaglianza nei casi di presa di parola in un dibattito pubblico,

c) uguaglianza nelle negoziazioni e nei conflitti.

6. A ciò va aggiunta la discriminazione tra cittadini europei anglofoni dalla nascita e non nelle assunzioni. Infatti sono centinaia e centinaia gli annunci economici che, a livello europeo, offrono lavoro con il requisito English mother tongue (di madre lingua inglese) o English native speakers (di lingua inglese dalla nascita). Con la conseguenza che cittadini europei pur con un’ottima conoscenza dell’inglese vengono comunque discriminati e non vengono assunti. Ciò accade persino, in barba ai Trattati europei, da parte di organismi europei finanziati, in tutto o in parte dalla Commissione, e/o imprese private che hanno rapporti di lavoro con la stessa.

Siamo quindi in presenza di una politica di occupazione linguistica inglese dell’Italia e dell’Unione europea con la quale partiti e media di Regime, italiani ed europei, sono conniventi.

Così come nei plastici di simulazione delle strategie di guerra guerreggiata, pensate ad un plastico dell’Italia con, anziché campi, città, fiumi e via dicendo, ci siano università e scuole. Pensate alle classiche bandierine che venivano utilizzate in tali plastici per indicare, mano a mano, i territori conquistati al nemico.

Per avere idea di come la corruzione linguistica sia avanzata in soli 14 anni, partite dal 2001, dal Governo Berlusconi-Moratti, passando per quello Berlusconi-Gelmini, fino ad arrivare a quello odierno Renzi-Giannini, da quando, cioè, la partitocrazia ha deciso di dare all’inglese il monopolio di prima lingua straniera a quando, ora con la Giannini, si è giunti a sostenere l’obbligo di una materia (qualsiasi materia) prima insegnata/studiata in italiano e ora solo in inglese, persino alle elementari e a difendere il divieto d’insegnare in italiano al Politecnico di Milano.

Cominciate a mettere la bandiera statunitense (certo non siamo obbligati all’inglese perché è la lingua della Regina d’Inghilterra) sulle scuole e le università mano a mano che vengono varate leggi e decreti di colonizzazione anglofona del Paese, vedrete come in meno di 15 anni abbiano coperto l’intero Paese.

Volete fare una simulazione di quanti dei nostri giovani sono stati presi prigionieri? Non più liberi di scegliere se studiare una lingua straniera e quale studiare?

Io ancora non ho avuto il tempo di fare questo studio nel dettaglio, ma so che solo gli studenti del Politecnico di Milano, dove ormai sono rimasti solo 6 corsi di laurea magistrale in italiano e 33 sono stati ceduti allo straniero anglofono, sono 40 mila. Quaranta mila prigionieri linguistici che si rinnovano ogni 5 anni solo a Milano. In Italia, in tutto, ci sono circa 9 milioni di studenti, 9 milioni di persone ai quali è imposto fin dai 3 anni lo studio del e in solo inglese di alcune o tutte le materie.

So anche che l’attuale Ministro della Difesa Pinotti ha lanciato una campagna di arruolamento nella Marina Militare italiana solo in inglese e penso: ormai la partitocrazia mira a minare anche l’italianità della difesa del Paese e a corrompere linguisticamente anche le Forze Armate.

Ho scritto a lungo, cari amici dell’italiano e dell’Italia, ma era fondamentale per me trasmettervi questa consapevolezza e queste conoscenze che spero vogliate fare anche vostre; invitarvi a mettervi a capo di qualcosa di più che la mera difesa dell’italiano da qualche anglicismo in più o in meno. A denunciare con forza che qui si sta minando l’Unità dell’Italia, si stanno corrompendo le nostre Forze Armate, si sta rendendo vano il sacrificio di tanti morti e martiri per la libertà di questo Paese: i morti del Risorgimento, quelli delle 3 Guerre d’Indipendenza, delle due Guerre mondiali, della Resistenza: si sta compiendo, insomma, il genocidio dell’umanità di lingua italiana.

Sperando in un riscontro positivo di tutti e ciascuno dei partecipanti al Convegno La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi,
il mio più cordiale saluto e augurio di Buon lavoro,

Giorgio Pagano
Segretario dell’Associazione Radicale “Esperanto”
Associazione Costituente del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Tranpartito.




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