NON BASTA UN NOBEL , A FARE L’EUROPA

Posted on in Europa e oltre 34 vedi

NON BASTA UN NOBEL , A FARE L’EUROPA

di ENZO BETTIZA

L’Europa, in questi giorni, ha dato l’impressione di essersi arenata al culmine di una crisi generale in cui abbiamo visto rincorrersi, contraddirsi e confondersi enigmatici dati negativi con complicati conati d’emergenza terapeutica.
Sul piano mediatico ha acquistato fortissimo rilievo l’entrata in vigore del Fondo salva-stati, il tanto atteso e mitizzato Esm, dotato d’una capacità di prestito da 500 miliardi.
Ma tale macchinoso laboratorio di riparazione per banche e Paesi in panne, vantato come "storica barriera antincendio finanziario", dovrebbe raggiungere pieno regime operativo appena nel 2014, mentre s’alza già la voce di chi si domanda se l’euro riuscirà a vivere fino all’autunno 2013. Paradossalmente, proprio nelle "storiche" ore di nascita del Fondo; abbiamo potuto vedere la cancelliera Merkel precipitarsi affannosamente come un medico consolatore, privo di medicinali risolutivi, in un’Atene blindata sotto l’ondata di urlanti e violente turbe antitedesche.
Visita, quella della Merkel, spettacolarmente emblematica al capezzale del grande malato, ma dilatoria nella sostanza e placebica dal punto di vista clinico.
Accanto all’abisso greco si sta approfondendo, poi, quello spagnolo provocato da dissesti bancari e marcato da una disoccupazione che supera il venti per cento. Incalzato fra l`altro dalla minaccia di una possibile e perfino ravvicinata secessione della Catalogna, soffocata dai debiti, il governo Rajoy non sa bene come rispondere alle offerte di credito che giungono da Bruxelles e dalla Banca europea.
La Francia consiglia il rifiuto, la Germania l’accettazione. Mariano Rajoy seguita quindi a barcamenarsi agevolmente tra il sì di un giorno e il no del giorno dopo (i galiziani sono noti in Spagna come maestri nell’arte della "retranca" o tergiversazione).
Qui sarebbe errato sorvolare e non mettere a fuoco il critico distacco dell’Inghilterra dai disagi che incrinano la coesione dell’Ue. L’insieme di un panorama continentale così saturo di fatti e di contrasti, evidenziati con risalto dalle cronache, rischia infatti di velare e nascondere su un piano secondario l’intervento che invece è stato, più d’ogni altro, il più importante delle ultime ore. Mi riferisco
al rifiuto britannico, annunciato da David Cameron di considerare il bilancio comunitario come un blocco finanziario inalienabile, impegnativo per tutti gli Stati membri dell’Unione.
In sostanza ha dichiarato che il suo governo si opporrà, anche col veto, al contributo britannico al budget unitario di mille miliardi per il settennio 2014-20. Ha precisato: il Regno Unito si ritiene "esterno" alle clausole in vigore fra i 17 Paesi dell`eurozona. Decisione, se attuata, gravissima. Senza
più un bilancio comune difficilmente potrebbe continuare a sopravvivere l’attuale mercato unico dell’Ue; alla lunga, difficilmente potrebbe sopravvivere la stessa Unione così come la conosciamo e concepiamo oggi.
In un diluvio di interviste a giornali e televisioni, scatenato nel primo giorno del congresso conservatore a Birmingham, Cameron ha rinverdito con energici echi thatcheriani la vecchia minaccia anticontinentale cara agli euroscettici inglesi: l’uso del veto a sostegno di un contributo ridotto della Gran Bretagna nelle negoziazioni intergovernative sul budget comunitario. La Thatcher, da
brava ma accorta populista insulare, usava agitare più che adoperare lo spettro del veto. La situazione odierna offre invece a Cameron l’appiglio giustificativo, che la Thatcher ai suoi tempi non aveva, di una realtà europea intimamente mutata, effettivamente duplice e per di più in crisi profonda: da un lato l’Europa dei Diciassette, malamente uniti attorno all’ostia avvelenata dell’euro, dall’altra
l’Europa dei Dieci più che mai soddisfatti di trovarsi fuori dai miasmi inquinanti
dell’eurozona.
Se ci mettiamo nella pelle di un inglese tradizionale come Cameron, tipico rappresentante elitario della cosiddetta "Eton mens", potremo o potremmo anche capire le ragioni che, giustamente dal suo punto di vista, lo inducono a profittare oggi delle divisioni europee per allargare lo stretto di mare che
separa l’Inghilterra protetta dalla sterlina dal Continente inguaiato dall’euro.
Non solo. Altri punti di separazione si vanno facendo, quasi senza che ce ne accorgiamo, sempre più numerosi e più insidiosi. L’europeista liberaldemocratico Nick Glegg si è di fatto eclissato dalla coalizione, dominata da un Cameron aggressivo che non lo nomina più e insiste a gonfiare l’acqua della Manica trasformata in un linea di disgiungimento e divorzio: già incombe l’assenza del visto di Sua Maestà sui passaporti dei migranti europei, mentre Londra, seconda piazza finanziaria al mondo, rifiuta di aderire alla Tobin Tax sui movimenti di capitale che proprio nella City dovrebbero trovare il loro capolinea fisiologico.
Non si possono ignorare le ambiguità storiche che, da sempre, hanno caratterizzato
il difficile e travagliato rapporto tra Gran Bretagna e costruzione di un’Europa unita. Benché patrocinata idealmente da Churchill già nel 1946, la Comunità europea, appena cominciò a prendere peso economica e forma istituzionale, non piacque agli inglesi che fecero di tutto per osteggiarne la crescita. Si ricorderà che Londra inventò nel 1960 in risposta alla Cee una sorta di pseudocomunità parallela, chiamata Efta, European Free Trade Association, che non ebbe grande fortuna e durò fino al 1973: anno in cui l’Inghilterra, con uno spettacolare salto della quaglia, decise di entrare essa stessa nella Cee nell’intento, certo non dichiarato, di continuare dall’interno le manovre di freno o disturbo che almeno in parte ci sono note. Non a caso aderirono all’Efta, e poi seguirono l’ammiraglia britannica nella Cee, alcuni Paesi come Danimarca, Svezia, Finlandia, che oggi costituiscono,
con un piede a Berlino e mezzo a Londra, il nucleo duro dei falchi del Nord contrapposto a quello morbido e indebitato del Sud mediterraneo. Ora la sensazione è che l’Inghilterra, prendendo le distanze da un’Europa che si autofrantuma da sola, cerchi di ricostituire con i falchi nordici un quasi
doppione dell’Efta fra le pieghe strinate della decadente Unione europea.
Ma la Germania, a questo punto? Forse un utile ago della bilancia? In effetti la potente e autonoma Germania potrà al massimo tollerare, con molte cautele, nel reciproco rispetto delle regole del gioco, la sottile politica isolazionista e disfattista di Londra; ma non potrà mai assecondarla del tutto per mille ragioni non solo politiche.
La riabilitazione etica della Germania nel mondo e la riunificazione tedesca nel cuore del continente hanno avuto il loro fondativo vincolo storico e culturale nell’idea d’Europa. La stabilità dell’Europa, la convivenza fra i diversi popoli d’Europa non sarebbero state immaginabili né possibili se all’origine non ci fosse stato il lavacro europeo della Germania, legittimato dal patto di cooperazione e di pace permanente con la Francia nemica.
Il Nobel giunto inatteso da Oslo all’Europa avvalora qualcosa che riconosce questo e va al di là di tutto questo: ci dice che nonostante le crepe, i fallimenti, gli anacronistici sbandamenti nazionalisti, l’Unione Europea è considerata da un Paese che non ne fa ancora parte come un’entità unitaria e indivisibile della nostra epoca turbolenta.
(Da La Stampa, 14/10/2012).




4 Commenti

E.R.A.
E.R.A.

“Per oltre sei decenni hanno contribuito al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa. (Motivazione del Premio Nobel per la Pace all’Unione Europea. Jugoslavi, somali, iracheni, afghani, libici, siriani, da sottoterra o sottovita, si spellano le mani)<br />
<br />
Quando si avvicinerà la fine dei tempi, gli uomini saranno ammaliati dal demonio e passeranno le loro giornate davanti a delle immagini tremolanti. (S.Giovanni, Apocalisse)<br />
<br />
Ciò che pensiamo, o che sappiamo, o che crediamo e, in fondo, di scarsa rilevanza. E’ rilevante ciò che facciamo. (John Ruskin)<br />
<br />
Nessuno ha fatto un errore più grande di colui che non ha fatto niente perché poteva solo fare poco. (Edmund Burke)<br />
<br />
Io so che quando il grande potere menerà il colpo per dividere l’umanità in appena due fazioni opposte, io sarò dal lato della gente comune. (Che Guevara)<br />
<br />
Unione Europea, premio Nobel per la Pace. Ovvio, no? Come diceva Tacito: “Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace”. E l’insegna dovrebbe abbagliarci, tanto da non farci accorgere che questa Unione di 27 cosche della criminalità organizzata in cravatta si va salutariamente disfacendo sotto la forza centrifuga di chi ha capito che la propria salvezza sta nella sovranità del suo Stato. Oggi. E forse, domani, in un’Europa liberata dalle élites e dai loro metodi. C’è chi con un Nobel ad assassini e bancarottieri fraudolenti si stupisce, si schernisce, nitrisce improperi. Perché mai? Qual è la sorpresa? Nobel l’Obama delle 7 guerre, degli elenchi degli assassinandi, dello stupro dei diritti civili e sociali a casa sua e fuori. Nobel Kissinger, che infilava dittatori necrofagi nel corpo agonizzante dell’America Latina. Nobel Begin, che da terrorista stragista sotto mandato britannico è passato a killer seriale di arabi vicini e lontani. Nobel Churchill, alla luce di quanto ha fatto con i gas nelle colonie dell’impero e col fosforo alle città tedesche. Nobel Aung San Suu Kyi, da vent’anni al servizio della Cia per vendere il suo paese alle multinazionali. Nobel retroattivi in vista a Gengis Khan, Hitler (che Oslo prese effettivamente in considerazione!), Goffredo di Buglione e a Landrù. Come potevano negare, in questo mondo da Lewis Carroll, un Nobel a chi ha mutilato il continente disintegrando la Jugoslavia, a chi si è impegnato nella decimazione degli afghani, libici, siriani, a chi, senza carote alcune, ma con la ricca varietà di bastoni del suo armamentario repressivo, sta conducendo una guerra all’ultimo sangue contro la propria società? Più Nobel della pace di così!<br />
<br />
In dirittura d’arrivo per Oslo sono ora Draghi, Monti-Fornero-Saramas-Sarkozy-Hollande-Rajoy, tutti ex-equo. Se toccasse all’Italia, nessuno toglierebbe la precedenza a Napolitano Si vedrà chi, marciando sul tappeto di corpi serbi, afghani, iracheni, libici, siriani, palestinesi, affiancato dalle urne funebri del welfare e del diritto domestici, farà fuori più gente in eccedenza. Una bella gara. E’ già in vista il trampolino iraniano.<br />
<br />
Quello del meno carote e più bastone, quelli delle carote dell’anima de li mortacci tuoi. E domani del bastone-boomerang.<br />
<br />
Io di parole d’ordine, dette anche slogan, così precise, di valenza tattica e strategica, con l’esatta individuazione di responsabilità e responsabili, quindi con un contenuto programmatico alternativo implicito, nelle varie manifestazioni di questi anni, sindacali, viola, partitiche, di categorie operaie, le avevo raramente sentite. Molte riprendevano i messaggi al potere e ai suoi scagnozzi e la volontà di innescare e condurre lo scontro fino in fondo, di anni lontani, infinitamente più freschi e luminosi di quelli attuali. Coloro che ancora tremano al ricordo del decennio nel quale al confortevole collaborazionismo colliso-colluso del PCI con il già allora feroce e corrotto clero-massonico-mafio-capitalismo, diranno che questo rifiuto radicale dell’esistente e questi obiettivi di una catarsi costi quel che costi (“Siamo pronti a tutto”, se interpretato bene, e non nel senso disperato delle autocombustioni, è la cosa migliore che una classe operaia logorata e addomesticata ha espresso da molto tempo), sa di sterile nostalgia, di polveroso reducismo, addirittura di conservatorismo. E delle manifestazioni degli studenti medi in decine di città italiane riferiranno al massimo quello che gli piace riferire anche dei pastori sardi, degli operai dell’Alcoa o e di quelli non irretiti da Riva dell’Ilva: un po’ di disperazione, una lacrima sul ciglio, un accenno di rabbia. Si sa che queste sofferenze sono indispensabili al bene di tutti, ci evitano il “baratro” (un altro, visto che in uno, vero, ci hanno già cacciato) e poi non si intravvede una lucetta in fondo al tunnel? Lo dice il “tecnico”. Peccato che quel tunnel sia lungo qualche generazione. Anzi, per lor signori è lungo quanto lo spazio e il tempo e la lucetta in fondo e solo un miraggio, come di un’oasi che non c’è.<br />
<br />
Di una luce vera sono arrivati i riverberi da Grecia, Spagna e Portogallo, ma anche da mille altri posti della resistenza e del contrattacco, Damasco, Caracas, Kabul, Quito, La Paz, la Wall Street degli Occupy, e hanno percosso le pareti di un tunnel in cui tante migliaia di ragazzi si sono infilati da prospettarne la disintegrazione. Io il 12 ottobre degli studenti ero con quelli di Roma, diecimila, quasi tutti delle medie, con una coda CGIL. Appropriatamente in coda. Altro che le processioni delle buone maniere, o quelle delle geremiadi. Qui c’era energia, di mente e di corpo, c’era fiducia in se stessi e determinazione, c’era l’allegria dell’ottimismo della volontà, ma, per Giove, anche della ragione. E, dunque, della visione. “Son ragazzi!” si sente auspicare da destra a “sinistra”, dalle marmotte inbernate nei loro anfratti, dai predatori che mimetizzano con carote le trappole per prede da finire con i bastoni, come assicurato da uno scherano che i boss hanno fatto ministro dell’istruzione. “Son ragazzi” salmodiano preti, irridono clown, si rassicurano domatori. Ma sono quelli che, da sempre, fuoco di paglia qui, fuoco di paglia là, finiscono con l’innescare un incendio che incenerisce i cavernicoli di un perenne “nuovo” che risale a quando Caino fregò l’eredità ad Abele. Il 27 ottobre a Roma, “anti Monti day” (tanto per farsi capire anche fuori di qui), si vedrà se questo “fuoco di paglia” rischiarerà la vista ai giocatori per quei tackle agli avversari, bari del compra-vendita di partite, che porti a un gol. La partita è lunga, ma un primo gol rincuora. E poi, dopo la Grecia, la Spagna, gli Usa, che hanno saputo alzare l’asticella dello scontro, arrivano pian piano anche gli altri. Ultima , dopo il Cile dei tre anni di battaglie per l’istruzione, gli studenti e indigeni honduregni anti-golpe che non si fanno ingabbiare nella scelta istituzionale di sindacalisti e politicanti, la Colombia della Marcha Patriotica, delle Farc che hanno costretto al negoziato il regime oligarchico, dei 300mila dell’altro giorno contro la distruzione di scuole e università. Forse, anziché “maledetta primavera”, potremo cantare benedetto autunno caldo.<br />
<br />
Hanno svuotato, grazie a un rappresentante dei cittadini fattosi sovrano di sudditi e che ha messo in campo un’armata di mutanti da sterminio, la già scarsa bombola d’ossigeno che, aperto il rubinetto dalla Costituzione, ci faceva respirare qualche alito di democrazia. Gli apparati di regime addetti alle investigazioni hanno soffiato alla magistratura rivelazioni di scandali e ruberie, saputi da sempre (come i covi dei Riina e dei Provenzano), per il duplice scopo di consentirsi tagli di autonomie e di soldi, onde azzerare ogni istanza intermedia autonoma tra cittadini e cupola criminale (circoscrizioni, comuni, comunità, provincie, regioni), e per mimetizzare dietro alla crapula dei ladri di polli le proprie carneficine dei diritti e dei beni di tutti coloro che o schiavi, o nessuno. Ha inteso bene quell’ispettrice di polizia che, durante lo stupro dell’anima del bambino da portare via a madre, zia e nonna (troppe donne e so bene, per esperienza e conoscenza quali manipolazioni infliggono ai figli certe madri, pur sempre sacre alle femministe), alla madre che contribuiva a pagarne il soldo mercenario, intimava: “Io sono ispettrice di polizia e lei non è nessuno”. Perfettamente in linea con il noto “Io so’ io e voi nun siete un cazzo”, motto di marchesi, papi e banche.<br />
<br />
Sistemati pensionati che tardano a sparire, mandati lavoratori maturi a rifocillarsi, dopo quattro quinti di vita trasformati in sudore, grasso per i cingoli del padrone, nell’inedia o su ulteriore lavoro, metamorfizzati ospedali, asili nido, carrozzelle ed esenzioni per disabili, in cacciabombardieri, portaerei, spedizioni di guerra, bonus e stipendi miliardari per manager, salvaguardato il territorio sostituendo al primitivismo delle piante e delle arene la modernità del cemento di cosca, trovato aperto e asfaltato dai vari centrosinistra il passaggio dalla scuola al mercato (e al bastone), restava da far piazza pulita dei giovani (e di chi li accompagna). E della conoscenza, in troppi di loro non ancora intossicata e pericolosamente capace di critica. Dunque di quella scuola (e università) che, Gentile o non Gentile, per un secolo è stata una delle migliori del mondo. Non per nulla il ’68 da noi è stato il più lucido, forte e longevo. <br />
<br />
A Mario Draghi (BCE), Christine Lagarde (FMI), Manuel Barroso (futuro monarca di un’Unione Europea denazionalizzata (cioè, da cui sono state rimosse tutte le conquiste e le trincee dello Stato Nazione, la sovranità individuale, collettiva, nazionale), non gliene potrebbe fregare di meno di quanto si debba trasmettere alle generazioni in arrivo, al di là della consapevolezza della propria subordinazione. Anzi, le “immagini tremolanti”, profetizzate nell’Apocalisse, devono assediarci e annientarci da tanti e tanti canali dell’illusione da rendere le armate di Von Paulus a Stalingrado circondate da nanetti di giardino. Occorre, per i progetti dell’élite criminale, che i giovani non sappiano, non capiscano, non facciano nulla, se non quanto conviene a Dolce e Gabbana, a Kinder, al call-center. Per chi resta vispo ci sono corsi speciali onde incanalare a buon fine tale energia: corsi di istruttori di cielo, mare e terra, sia nella aule che nelle caserme. I più bravi – il merito, il merito! - arrivano a essere definitivamente normalizzati alla Bocconi (fornace di eccellenze robotiche), nei college anglosassoni, o da Erasmus. Sempre più frequenti sono le gite scolastiche in Israele, Eden della modernità, democrazia, pace (così ha definito la colonia conquistata in Medio Oriente l’ultrà razzista Netaniahu, in un discorso ONU da manicomio criminale, in cui “gli ebrei, superiori in scienza, arte, tecnologia, sono anche i massimi portatori di pace e amore”. Riconsacrato il “popolo eletto”).<br />
<br />
Di questi gerontocrati della crapula postribolare, i giovani sono il terrore da neutralizzare, addomesticandoli, decerebrandoli. L’operazione inizia presto, inducendo genitori ruffiani (vedi la Fiona May di Kinder) a prostituire i propri figli facendoli recitare falsità negli spot tv per prodotti devastanti, o sollecitando adolescenti a vendersi, con tette gonfiate, a uno show-business che, con l’apparire, disintegra l’essere di chi fa e di chi guarda. Chi sopravvive viene colpito a scuola e università. Sul piano intellettuale con, per dirne una, la sciagurata abolizione della geografia (il centrosinistro De Mauro) e della storia dell’arte (il “tecnico” Profumo), strumenti per conoscere i moti del mondo e degli altri, gli habitat e il vivente e per orientarsi tra merce e anima. Momenti di valutazione della crescita e maturazione che misuravano l’intesa tra allievo e società, passato, presente, verità, libertà, sostituiti dall’imbecillità narcotizzante di metodologie statunitensi anti-complessità, che in quel paese hanno prodotto la popolazione più appecoronata del mondo. Sul piano materiale, negando i mezzi per raffinarsi ed essere all’altezza delle sfide, imponendo costi che fanno dell’Italia il primo paese europeo per abbandono scolastico e analfabetismo, cancellando un altro miliardo dalla sussistenza di base dopo quelli della Gelmini, cacciando nel vuoto 150mila insegnanti ancora con radici nell’insegnamento della critica, dell’uguaglianza, dell’autonomia mentale e ammonticchiando 40 ragazzi in gabbie per polli col becco tagliato. E ora, con l’efferato disegno di legge Aprea, cancellando, a favore di aziende che esigono di coltivare polli umani (iniziò Luigi Berlinguer, bella famiglia!), gli organi collegiali conquistati dal ’68 per equilibrare la dittatura della gerarchia scolastica fascista. Sul piano sociale eliminando gli ascensori di classe dalle scuole pubbliche (due terzi delle quali affidate allo sfacelo e all’inagibilità) e facendone d’oro e di sola salita nella scuole private: Io son io e voi nun siete un cazzo!<br />
<br />
IL 5 ottobre, massacrati di botte da energumeni montiani armati da guerre stellari contro corpi nudi (per fortuna, non sempre “nudi” quel giorno), e il 12 ottobre dei centomila in 90 città, che ha sotterrato capofila e banda di pedofobi sotto una grandinata di carote. Ora il 27 ottobre, Giornata anti-Monti, anticoglioni, tanto incompetenti quanto belluinamente sadici. La premessa, ci auguriamo, per arrivare, nel 2013 delle elezioni-farsa (con premio di maggioranza, caro al golpista, che annienta il principio di uguaglianza), a quella che ci prospettano come la codificazione elettorale bipartisan di un potere definitivamente antidemocratico, tecno-iper-fascista, con il paese, giovani in testa, in piedi e con alle spalle parecchia terra inquinata già bruciata in un autunno-inverno di fiamme. Si scopre che la cifra dei non votanti, estrema trincea antitotalitaria, rischia di arrivare al 50%. Benissimo, con quella metà degli italiani “liberi e pensanti” si possono fare altre cose, piuttosto che l’onanismo del voto, <br />
per affermare il giuramento degli studenti.<br />
<br />
DA: <!-- m --><a class="postlink" href="http://www.infopal.it/nobel-allue-100mila-carote-al-re-di-bastoni/">http://www.infopal.it/nobel-allue-100mi ... i-bastoni/</a><!-- m -->

E.R.A.
E.R.A.

All’Unione europea il Nobel per la Pace, il perché di una scelta controversa<br />
<br />
Un segnale di fiducia per un’istituzione in grave crisi<br />
<br />
Il Comitato di Oslo riconosce il ruolo svolto dall’Europa in difesa di democrazia e diritti umani per oltre 60 anni. Un segnale di fiducia per un’istituzione in grave crisi<br />
La scelta del Comitato norvegese di assegnare il Premio Nobel per la Pace 2012 ad una comunità di oltre 500 milioni di cittadini quale l’Unione europea è destinata a far discutere, come molto spesso nel caso dei Nobel. Il precedente più prossimo nel tempo fu l’assegnazione dello stesso premio al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, da poco eletto e subito insignito (era il 2009) dell’alta onorificenza con ben due guerre in corso ereditate dalla precedente amministrazione repubblicana, in Afghanistan ed in Iraq (anche se per la seconda erano già state gettate le basi per il ritiro definitivo dei militari Usa dal Paese arabo).<br />
Non per la prima volta ad essere beneficiario del Nobel per la Pace non è un singolo, già in passato il premio è stato riconosciuto ad importanti istituzioni internazionali come Medici senza Frontiere (1999) e le Nazioni Unite (2001), ma mai prima d’ora era stato insignito dell’onorificenza una nazione in particolare, o una confederazione di Stati come nel caso attuale.<br />
L’Europa è oggi più di altri continente di pace e di democrazia. Si legge nel testo della motivazione che “l’Unione e i suoi membri per oltre sei decenni hanno contribuito al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa”. Ci sono alcuni aspetti su cui riflettere, in merito. La guerra in tutti questi anni è stata sì tenuta lontana dal territorio europeo, ma conflitti sono stati combattuti da Stati che oggi sono membri della Ue al di fuori dei suoi confini, dai tempi della decolonizzazione (anni ’50 e ’60 del ‘900) fino alla guerra in Afghanistan, passando per le Malvinas/Falkland, l’Iraq, la Libia. Senza dimenticare gli orrori della guerra civile nella ex-Jugoslavia dal 1991 al 1995 – con la tragica appendice della guerra del Kosovo del 1999 contro la Serbia – il più grave evento bellico avvenuto in territorio europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. In quell’occasione l’Europa agì tardi e male, senza riuscire ad essere all’altezza dei drammatici eventi (basti pensare a quello che fecero, o meglio che non fecero, i caschi blu olandesi dell’Onu in occasione del massacro di Srebrenica, nel luglio 1995). Senza contare che tre dei principali Paesi membri dell’Ue, Italia, Francia e Germania, sono anche tra i maggiori produttori di armi a livello mondiale. Un aspetto di non poco conto…<br />
Una scelta, quella del Comitato del Nobel, che non è dunque priva di lati oscuri e zone d’ombra. L’Unione europea non ha un ruolo forte nella ricerca e salvaguardia della pace nel mondo, e sarà così almeno fin tanto che non saprà esprimere con voce unanime una propria autonoma politica estera. Manca un autentico Ministro degli esteri Ue, così come carente è tutta la costruzione politica dell’Europa. La sua vera forza sta nell’esempio di pace interna che essa stessa ha costruito, e nella capacità di attrattiva di questo esempio a livello globale.<br />
È infatti innegabile che l’Unione europea (coi suoi predecessori istituzionali nel passato) ha sostanzialmente garantito fin dal 1945 la coabitazione pacifica tra i vari popoli e Stati del continente, fondandola su una solida base di democrazia e di benessere (Welfare State), base che, per quanto messa duramente in discussione dall’attuale grave crisi dei debiti sovrani, rimane ancora tra le più evolute e studiate al mondo.<br />
Merita ricordare che, nel corso della millenaria storia d’Europa, i periodi di pace tra i Paesi del Vecchio Continente non sono stati che brevi eccezioni: la guerra è stata la regola. Le due Guerre Mondiali del ‘900 sono state il coronamento di questa tendenza autodistruttiva, di fatto un vero e proprio suicidio collettivo, con la successiva Guerra Fredda che ha tagliato l’Europa a metà sottoponendola alla tutela delle due superpotenze di Usa ed Urss.<br />
Se nonostante tutto questo il continente europeo ha saputo trovare – dalle ceneri del 1945: “Europa anno zero”, verrebbe da dire parafrasando il celebre film di Roberto Rossellini – la volontà e la forza di rialzarsi e diventare un modello (per quanto sempre perfettibile, come tutti i modelli) di pace, democrazia e rispetto dei diritti umani, allora si capisce che la decisione del Comitato per il Nobel non è stata probabilmente infondata.<br />
In un momento di profonda crisi economico-finanziaria che mette a rischio la stessa sopravvivenza dell’Unione europea, quando la guerra non è più fatta coi cannoni ma con gli spread, ad essere premiati dal Comitato, evidentemente, sono stati anche gli sforzi per una maggiore integrazione politica, verso l’approdo ad un futuro Stato federale europeo (gli “Stati Uniti d’Europa”) che sappia garantire ed implementare le conquiste di civiltà finora compiute.<br />
Il Nobel per la Pace alla Ue è un riconoscimento che celebra il grande patrimonio politico, sociale, economico e culturale del Vecchio Continente. Ancora più che un elogio dell’“essere”, è un richiamo a quello che è il “dover essere” dell’Europa unita. È come se il Comitato di Oslo abbia voluto invitare i Capi di Stato e di Governo e i cittadini europei tutti a riflettere sul fatto che, andando oltre le differenze ed i numeri impietosi dell’economia, quello che ci unisce è nonostante tutto di più e più forte di ciò che ci divide.<br />
Come un faro che, nella notte avvolta dalle nebbie, richiama i naviganti verso un porto sicuro, questo Nobel così insolito ci può aiutare forse a comprendere il valore del progetto europeo, perché il cammino di progresso faticosamente intrapreso, ora in forse, non venga spezzato.<br />
<br />
Pubblicato da Fabio Giambi il 14 ottobre 2012 alle 17:10 in Europa

E.R.A.
E.R.A.

Tv: a Regioneuropa Schulz e Tajani sul Nobel per la Pace alla Ue<br />
13 Ottobre 2012 - 16:25<br />
(ASCA) - Roma, 13 ott - Un'Europa da Nobel: dopo il conferimento del premio Nobel per la Pace all'Unione Europea, il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schultz, i vice presidenti italiani Gianni Pittella e Roberta Angelilli e il vicepresidente della Commissione Europea, Antonio Tajani, ne parlano a ''RegionEuropa'', il settimanale della Tgr curato da Dario Carella con la collaborazione di Antonio Silvestri, in onda domani, domenica 14 ottobre alle 11.30 su Rai3.<br />
<br />
In sommario, inoltre, un reportage sulla direttiva che obbliga la pubblica amministrazione ad effettuare i pagamenti ai fornitori entro 60 giorni e che entra in vigore definitivamente anche in Italia: una direttiva attesa soprattutto dalle piccole e medie aziende italiane, dal momento che il nostro Paese e' maglia nera in Europa con pagamenti ai fornitori oltre i sei mesi. La direttiva europea, voluta da Antonio Tajani obbliga a saldare i debiti entro sessanta giorni nel settore sanitario e in un mese negli altri settori della pubblica amministrazione. In caso contrario i creditori hanno il diritto automatico a richiedere gli interessi di mora mentre i giudici hanno l'obbligo di un'ingiunzione di pagamento delle fatture entro novanta giorni dalla domanda del creditore. Ne parlano, oltre allo stesso Tajani, il vicepresidente di Confindustria per le piccole imprese, Vincenzo Boccia; e il relatore alla Commissione Affari Giuridici dell'Europarlamento, Raffaele Baldassarre, mentre il capogruppo all'europarlamento del Pdl - e vicepresidente del Ppe - Mario Mauro, spiega come lo stato italiano ritardi appositamente da anni i pagamenti per spostare i debiti e non gravare sul patto di stabilita'.<br />
<br />
Mauro osserva, inoltre, che le questioni europee - a partire dalle necessarie ulteriori cessioni di sovranita' nazionale in modo da avere veri e propri ''Stati Uniti d'Europa'' - saranno al centro delle campagne elettorali nazionali che si svolgeranno la primavera prossima in Italia e Germania e le due grandi famiglie politiche dell'Unione, popolari e socialisti, dovranno lavorare insieme per battere nazionalismi e derive xenofobe.<br />
<br />
Made in Italy protagonista, poi, con Silvio Albini, presidente di Milano Unica, e Michele Tronconi, presidente di Sistema Moda Italia che parlano delle prospettive del settore tessile e della moda dalla fiera europea ''Milano Unica''.<br />
<br />
Nel notiziario ''Qui Bruxelles qui Strasburgo'' obiettivo sul primo intervento di cataratta con il laser eseguito dal professor Antonio Scialdone, direttore della divisione oculistica dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano, e sul primo Fascicolo Sanitario Elettronico presentato nella sede del Parlamento Europeo a Bruxelles dalla Regione Emilia Romagna. E ancora, sulla giornata mondiale per la prevenzione delle malattie agli occhi e sugli studenti vincitori del concorso ''INV Factor''.<br />
<br />
Gli ''Angoli d'Europa'' di Anna Di Benedetto, infine, ospitano la presidente del Fondo per l'Ambiente Italiano Ilaria Borletti Buitoni, il vice Marco Magnifico e l'attore Pierfrancesco Favino, testimonial della campagna del Fai ''Ricordati di salvare l'Italia''.<br />
<br />
Il settimanale europeo della Tgr e' anche in live streaming ai siti <!-- m --><a class="postlink" href="http://www.tgr.rai.it">http://www.tgr.rai.it</a><!-- m --> e <!-- m --><a class="postlink" href="http://www.regioneuropa.rai.it">http://www.regioneuropa.rai.it</a><!-- m -->, curati da Mario Fatello e Claudio Lanza, in collaborazione con Rainet.

E.R.A.
E.R.A.

IL NOBEL ALL’EUROPA. “ L’Unione europea e i suoi membri per oltre sei decenni hanno contribuito al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa…”. Inizia così il testo che motiva l’assegnazione del Nobel 2012 per la Pace all’Unione europea. Esultano un po’ tutti, da Berlino a Parigi a Roma, tranne Londra che resta in silenzio. Qualche problema ci sarà quando si tratterà di indicare chi dovrà andare a ritirare il premio, materialmente, il prossimo 10 dicembre, dalle mani del Comitato norvegese composto da 5 membri nominati dal governo di Oslo.<br />
<br />
Come sempre, davanti a ‘scelte’, c’è sempre un pro ed un contro. Anche perché l’Ue di contro ne ha non pochi. In Norvegia, addirittura, due referendum hanno respinto la possibilità di entrare nel club, sono ‘fioccate’ richieste di dimissioni per Jagland. Anche nella ‘perfida Albione’ c’è poca voglia di abbracciare una Europa che potrebbe tornare<br />
( in men che non si dica) protagonista di primissimo piano, isolani come sono, ex maestri di tante conquiste e (ormai) rivolti ( almeno così sembra) più al ( loro grande) passato che al ( nostro grande futuro) futuro. L’idea Europa, comunque, con o senza britannici, va avanti.<br />
Stentando, ma va avanti. E non potrebbe che essere così, visto che le ‘ferite’ dei millenni non si rimarginano in pochi anni. La ‘freddezza’ di Cameron, il premier degli isolani, assapora di diffidenza. Quella di coloro che amano fare tutto ( o quasi) da soli. Una psicologia ( abbastanza) tipica di chi nasce e cresce circondato dal mare. Ma che, oggi, dentro un villaggio globale europeo, che ( tra l’altro) ben conoscono, non ha più tanta ragione d’esistere. Son paure inveterate, da superare. Perché, al di là dei numeri che la Vecchia Europa può (ancora) scodellare, c’è un ruolo mondiale al quale non può rinunciare. Per sé e per gli altri. In difesa d’una civiltà antica. E anche a nome e titolo della ‘perfida Albione’, con le sue nostalgie riaffioranti, anche solo al pub o al club, tra un boccale di birra e l’altro.<br />
<br />
LE CIFRE DELL’EUROPA. Unione europea: popolazione 502,5 milioni abitanti ( lingue ufficiali 23); debito estero il più alto al Mondo; Pil, 17,6 mila miliardi di dollari ( il più alto al mondo, pari al 20% della ricchezza globale); aiuti allo sviluppo 53 miliardi annui; armi 40,3 miliardi annui; internet 380 milioni di utenti; import-export maggiore al mondo sostanze alimentari; compagnie 161, conto 139 Usa, 71 Giappone e 46 Cina; turismo 240 milioni annui, contro 63 Usa, 58 Cina; siti patrimonio Unesco dell’Umanità 353, contro 43 Cina, 21 Usa, 29 India.<br />
E perfino nello sport il Vecchio continente sarebbe al vertice. Nelle ultime Olimpiadi a Londra ha collezionato infatti 302 medaglie ( di cui 92 d’oro), contro 104 Usa ( 46 oro) e 88 Cina ( 38 oro). Si gareggiasse a continenti, nell’attesa purtroppo ancora remota, del ‘villaggio globale’, Europa, avrebbe la meglio ancora. Di gran lunga. E che altro occorre allora per sfoltire tutte quelle ‘teste’ che andando a ritroso rifiutano questa leadership mondiale di fatto, impegnativa certo, forse più che in quel passato sfociato nell’aborrito colonialismo, ma che ( oggi) tanto aiuterebbe l’integrazione, la democrazia, lo sviluppo e la pace in ogni angolo del Pianeta?<br />
<br />
DA: <!-- m --><a class="postlink" href="http://www.romagnagazzette.com/2012/10/16/unione-europea-premio-nobel-premiati-60-anni-di-progresso-civilta-e-pace-tutte-le-cifre/">http://www.romagnagazzette.com/2012/10/ ... -le-cifre/</a><!-- m -->

You need or account to post comment.