Noi, ragazzi stregati da quel dialetto in rock.

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IL COMMENTO.

NOI, RAGAZZI STREGATI DA QUEL DIALETTO IN ROCK.

Identità e avanguardia Grazie a lui potevamo identificarci in qualcosa della nostra lingua da non condividere con le generazioni passate.

di Francesco Piccolo.

Bisogna partire da lontano. Da noi ragazzi al liceo che un giorno abbiamo sentito questo disco in cui il nostro dialetto veniva cantato con una musica che ci apparteneva. Era stato un salto gigantesco: dalle canzoni dei nostri padri, che un giorno avremmo imparato anche ad amare, si passava al blues, al rock, a certe melodie struggenti ma contemporanee e però questa voce che sembrava in falsetto stava parlando a noi, solo a noi. Fu un evento gigantesco. In quegli anni, poi, la vera novità della musica e della lingua napoletana insieme, era la Nuova Compagnia di Canto Popolare guidata da Roberto De Simone. E cioè la novità era il recupero dei canti della tradizione. Ricordo mio padre che ci ossessionava con i dischi e portò tutta la famiglia, compreso mia nonna, a vedere La Gatta Cenerentola . Gliene sono ancora grato; ma sembrava di far parte di un mondo antico, al quale appartenevamo senz’altro. Però poi i cantautori e il rock in lingua inglese ci facevano da tramite per la comunicazione tra noi. E poi è arrivato Pino Daniele. Cominciò a suonare quella musica e a cantarci sopra le parole del nostro dialetto. Lo ricordo come se fosse oggi, il momento in cui, nel bar accanto al liceo, una mattina – ormai già conoscevamo lui, e l’altra grande novità di Napoli Centrale – la radio mandò per la prima volta «Je so’ pazzo», che finiva con una rima liberatoria che ci fece esultare. La possibilità di cantare a voce alta non più i cantautori italiani o americani o i gruppi rock mitici, ma la lingua che ci si scioglieva nello stomaco, involontaria, e così poteva appartenere finalmente anche a noi, come una cosa viva, attuale. Tanto che poi si mischiava con l’italiano, l’inglese, e parlava a quelli di Torino, di Ferrara, di Venezia. E parlava a quelli di altri mondi, e non solo grazie alla musica. Succede quasi sempre così: che quando si pensa che qualcuno parli solo a noi, poi parlerà a tutti. Finalmente ci si poteva identificare in qualcosa della nostra lingua da non condividere con le generazioni passate. Finalmente poteva esser una lingua anche nostra. Questo è stato Pino Daniele, per noi. Poi ci ha regalato molte belle canzoni, alcune bellissime, e le abbiamo cantate tutte. Ma avevamo oltrepassato il confine con il mondo nuovo, e ci eravamo subito abituati, era già diventata la colonna sonora della nostra vita, tutta intera, fino a oggi. E continuerà. In quegli anni, ho visto una quantità di concerti di Pino Daniele che quasi mi vergogno. Me ne ricordo uno, nello stadio della mia città, con Toni Esposito biondissimo che cercava di convincere i «compagni» che entrare gratis era impossibile. E ne ricordo un altro, con Pino Daniele da solo seduto su uno sgabello, quel suono inconfondibile della sua chitarra, e noi a cantare insieme a lui. L’ho incontrato una sola volta, eravamo tutti e due ospiti in un programma televisivo, qualche anno fa. Mi ha sorriso con sguardo quasi assente. E poi per andare via ha messo la sua mano sul mio braccio, senza dire nulla, e io ho capito che dovevo guidarlo ma senza mostrare che lo stavo guidando. E siamo tornati dietro le quinte. Ho subito chiamato casa, ho detto: sono stato sottobraccio con Pino Daniele. Esistono due tipi di artisti. Quello razionale, una sorta di artista-intellettuale, che sente il dovere di conoscere quante più cose possibili del mondo, altrimenti non saprebbe muoversi. E quello istintivo, che sembra essere nato, per esempio, con le dita sulla chitarra. Così sembrava Pino Daniele. Uno che sapeva esprimersi alla perfezione con la chitarra in mano e la voce nel microfono. Di tutto il resto, potevano occuparsene gli altri.
(Dal Corriere della Sera, 6/1/2015).

 




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