Niente Europa siamo inglesi.

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In due anni e mezzo di governo Cameron, il Regno Unito ha rispolverato il peggio della retorica anti-Ue Alla ricerca di un isolamento che, nei fatti, non c’è

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA. Mai silenzio è stato tanto eloquente. David Cameron è l’unico leader dei 27 paesi della Ue a non avere pubblicamente commentato l’assegnazione del Nobel per la pace all’Unione Europea. Per lui, in compenso, parlano i più euroscettici, o piuttosto eurofobici, giornali britannici, con dosi di pesante sarcasmo: «State scherzando!» (Sun), «>Un premio all’idiozia» (Daily Mail), «Una decisione frivola» (Times), «Una crudele barzelletta» (Daily Express), «Peccato sia troppo tardi per gli eredi di Alfred Nobel per chiedere indietro i loro soldi» (Daily Telegraph). Hugo Rifkind, un columnist del Times, offre ai suoi lettori perfino un umoristico quiz sul tema, con quesiti di questo genere: «Quale era lo scopo fondamentale della UE?» (risposta: un terzo tentativo di dominazione europea da parte della Germania, e stavolta ha funzionato); «Che aspetto ha il perfetto uomo politico europeo?» (la moralità sessuale di Dominique Strauss-Khan e il fisico di Silvio Berlusconi); «Perché la decisione di dare il Nobel all’Europa è sorprendente?» (perché se alla Norvegia piace tanto la UE, non si capisce come mai non ne faccia parte). A rivelare l’opinione del premier provvede peraltro il membro del governo a lui più vicino, Michael Gove: «Dobbiamo dire chiaramente a Bruxelles che siamo pronti a lasciare l’Unione, ridateci la nostra sovranità o ce ne andiamo», ha dichiarato ieri il ministro dell’Istruzione. Gove sostiene che il Regno Unito potrebbe fiorire economicamente e commercialmente benissimo da solo, come fanno nazioni europee quali appunto la Norvegia o la Svizzera. Altri ministri, tra cui quello del Welfare Ian Duncan Smith, concordano. «Non dobbiamo avere paura», osserva una fonte governativa. «Quando in passato abbiamo chiesto qualcosa alla UE e la UE ha rifiutato di darcela, siamo tornati a casa con la coda fra le gambe. Ora è venuto il momento di dire all’Unione che non tolleriamo più la sua dittatura. Se non ci ridanno i nostri poteri, ci separeremo». Niente di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire, o meglio sotto la pioggerella più tipica di queste latitudini. «Nebbia sulla Manica, il continente è isolato», recita una vecchissima storiella: si sa che gli inglesi hanno bisogno di sentirsi diversi dal resto d’Europa, non si sono ancora liberati del complesso dell’Impero, cioè dell’idea di essere o perlomeno essere stati (fino alla Seconda guerra mondiale) il più grande impero della storia, convinti che il Commonwealth (l’associazione delle loro ex-colonie) e la «relazione speciale» con gli Stati Uniti (un’ex-colonia anche quella, in fondo) diano loro un sufficiente ruolo e peso internazionale, senza bisogno di legarsi con il continente che sorge al di là del Canale. In realtà qualcosa di nuovo c’è. Nei due anni e mezzo di governo Cameron, la Gran Bretagna ha rispolverato il peggio della retorica anti-europea. E alla retorica sono seguiti i fatti. Nel 2011 Londra è stato l’unico dei 27 a non firmare il patto di integrazione fiscale ed economica varato per rispondere alla grande crisi finanziaria del 2007. la primavera scorsa il primo ministro ha ribadito il suo no alla Tobin Tax, la cosiddetta «tassa sui ricchi» ovvero sulle transazioni finanziarie, sostenuta da Francois Hollande in Francia e dalla Merkel in Germania. Nei giorni scorsi, durante l’annuale congresso del partito conservatore, il premier ha annunciato che metterà il veto al budget dell’Unione Europea e pretenderà un doppio budget: uno per i paesi dell’eurozona, uno per l’area dei dissidenti, di cui il Regno Unito si sente il leader. Domenica il ministro degli Interni Theresa May ha reso noto che, fra le richieste di riappropriazione di sovranità, intende esigere indietro dalla UE «più di 100 poteri» e prerogative in campo giudiziario, legale e di sicurezza. Accettare l’accordo di Schengen per la libera circolazione dentro le frontiere europee resta un anatema, da questa parte della Manica. Non c’è dunque solo nostalgia per il «Rule Britannia», il tempo in cui il British Empire comandava sul mondo: è una linea di contrapposizione totale da quella europea. In parte si tratta di calcoli politici a breve termine. I Tories hanno 11 punti di distacco dai laburisti nei sondaggi, la popolarità di Cameron è al minimo, una nuova recessione rischia di far tornare il suo partito all’opposizione alle prossime elezioni (in programma nel 2015 o 2014), dopo avere atteso tredici lunghi anni per andare al governo dopo l’era Blair-Brown. E dunque non c’è niente di meglio che qualche attacco populista all’Europa per distrarre l’opinione pubblica dal disagio economico, oltre che per portare via voti al piccolo ma risoluto Ukip, il partito indipendentista (nel senso di indipendenza dalla UE) britannico. Tuttavia la «svolta» contro Bruxelles, come la definisce il Mail, esprime anche la genuina visione del leader conservatore. Nel 2010 i commentatori più attenti avevano avvertito che il cambiamento più importante con l’arrivo al potere di Cameron, rispetto agli anni del governo guidato dal Labour e in particolare da Blair, sarebbe stato il rapporto con l’Europa. Così è stato. A dispetto delle minacce del suo ministro dell’Istruzione, Cameron si oppone a un referendum su una completa uscita della Gran Bretagna dalla UE. Preferirebbe farne uno su un mezzo divorzio, sulla ridiscussione di ruoli e poteri fra Londra e Bruxelles: e in un’Europa travolta dalla tempesta dell’euro è probabile che lo vincerebbe. Ma in questo modo, ammonisce Philip Stephens, editorialista del Financial Times, «il Regno Unito scivolerebbe nella serie B europea», dove si conta meno ed è impossibile influenzare le grandi decisioni. E il recente intervento di Berlino per mandare a monte la fusione tra Bae e Eads, i giganti britannico e francese dell’industria aerospaziale europea, sottolinea come «non sia consigliabile per noi dire auf wiedersehen alla Germania e al l’Europa». Anche perché, nel frattempo, la Scozia (che nel 2014 terrà un referendum sulla secessione) potrebbe dire «goodbye» al Regno Unito, dando la tentazione a Irlanda del Nord e Galles di fare altrettanto: un divorzio (da Bruxelles) potrebbe contribuire a innescarne altri (da Londra). Il paradosso è che nel lungo termine il destino britannico appare lo stesso inscindibile da quello del continente. «Sono convinto che l’ euro sopravviverà e che, quando avrà superato i suoi problemi, per la Gran Bretagna diventerà nuovamente interessante aderirvi», dice Tony Blair, più libero di rivelare il suo pensiero ora che non è più a Downing Street. «Ero risolutamente favorevole a entrare nell’euro quando ero primo ministro e lo resto tuttora», afferma l’ex-leader laburista. «Dicevo allora e dico adesso che lo si potrà fare solo quando l’Europa avrà fatto le riforme necessarie a rendere l’adesione britannica economicamente convincente per la nostra opinione pubblica. E se facciamo un passo indietro, se invece di guardare ai problemi attuali guardiamo ai grandi cambiamenti della Storia, non ci sono dubbi che l’integrazione europea dovrà andare avanti e che la nostra piccola isola di appena 60 milioni di abitanti dovrà fame parte, se non vorrà perdere la sua influenza sul mondo». Tra l’altro il Regno Unito è ora letteralmente legato all’Europa da un tunnel sottomarino: e il numero di passeggeri dell’EuroStar continua a crescere, superando i 10 milioni l’anno. Quando c’è nebbia sulla Manica, insomma, il continente non è più isolato: prima o poi dovranno riconoscerlo anche gli inglesi.

JOHN LLOYD

LONDRA

L’ASSEGNAZIONE del premio Nobel per la Pace all’Unione Europea coincide con un periodo pessimo per la politica britannica. Il partito conservatore al governo ha appena concluso la sua assemblea annuale, nel corso della quale il primo ministro David Cameron ha promesso due cose per ciò che concerne l’Europa: prima di tutto si opporrà a qualsiasi aumento del budget europeo e così facendo proporrà l’istituzione di due budget, uno per gli stati della zona euro e un altro per i paesi che come la Gran Bretagna ne sono fuori. In secondo luogo, ha detto che accoglierà favorevolmente «l’occasione per la Gran Bretagna di ridefinire in modo nuovo e migliore il nostro rapporto con l’Europa», impegnandosi «a perseguire tale obiettivo e quindi a ottenere un consenso popolare». Ha ribadito di essere contrario a un referendum sull’adesione alla UE – che al momento, per altro, quasi certamente porterebbe a un «verdetto negativo »- ma ha dichiarato che una volta approvata la «ridefinizione di un nuovo rapporto», indirebbe un referendum per approvarlo. Poi è arrivata la notizia del Nobel all’Unione. I politici che si oppongono strenuamente a essa si sono divertiti a farsene beffe: Nigel Farrage dell’UK Independence Party – la cui popolarità va crescendo di mese
in mese – ha detto che «i norvegesi dimostrano davvero di avere il senso dell’umorismo».

Nondimeno, anche coloro che appartengono a partiti favorevoli all’adesione si sono concessi qualche ironia. Durante una riunione a Dublino il ministro delle finanze ombra del partito laburista all’opposizione ha fatto la seguente battuta: «Di certo ad Atene staranno festeggiando, non credete?».
Di fatto, nel Regno Unito lo scetticismo nei confronti della UE si è acuito e dilaga. Lo Scottish
National Party, che a Edimburgo guida l’amministrazione ”devoluta”, ha abbandonato l’idea di entrare nell’euro quando e se otterrà l’indipendenza della Scozia, preferendo continuare a usare la sterlina. Il Nobel pare arrivare troppo tardi o forse troppo presto addirittura per coloro che di solito sono ben disposti nei confronti dell’Unione.
Quest’ultima fu concepita dai suoi padri fondatori, tra i quali Jean Monnet, Robert Schuman e Altiero Spinelli, come uno strumento per porre fine prima di ogni altra cosa alla guerra: le interminabili trattative che la creazione di un tale strumento ha comportato hanno costretto i leader europei per ben tre generazioni, ormai – a scambiarsi punti di vista, discutere, trovare un compromesso e in linea di massima, alla fine, un accordo.

Anche se la graduale determinazione del popolo tedesco ad affrontare le atrocità inflitte al
mondo è stata e resta la chiave di decenni di pace, indubbiamente a ciò ha contribuito un contesto
specifico – nel quale la Germania ha creduto più di ogni altro paese – che ha dato ai tedeschi
(e agli italiani) accesso al club delle democrazie. Lo stesso è avvenuto nei casi di Grecia,
Portogallo e Spagna, tutti paesi nei quali c’erano regimi autoritari e mani sporche di sangue, dove
si sono poi affermati partiti e leader che hanno usato l’Europa per darsi una legittimità democratica.
Tutto questo, però, accadeva decine di anni fa, e a suo tempo suscitò un’ondata di ottimismo
a livello europeo. Perché dunque conferire all’Europa il Nobel adesso?

Se fosse stato assegnato nel 1950, quando con la Comunità del carbone e dell’acciaio germogliò
la prima idea di Unione; o quando vi entrarono a far parte stati fino ad allora sotto un regime
dittatoriale; o ancora quando vi fecero ingresso gli ex paesi comunisti, si sarebbe verificato un confluire di simboli e di fatti concreti comprensibile a tutti, di ispirazione a ogni livello. I premi come il Nobel devono avere vasta eco nell’opinione pubblica, devono dare in tutto il mondo la sensazione di essere opportuni e conferiti al momento giusto. Lasciando perdere gli estremisti, nessun europeo – a prescindere dalle proprie opinioni specifiche in merito all’utilità o all’auspicabilità dell’Unione – può augurarsi sul serio che essa crolli: si è già ampiamente e chiaramente discusso di quanto sarebbero gravi e deleterie le conseguenze di un simile fallimento, non soltanto per l’Europa ma per tutto il mondo. Se intende sopravvivere, l’Unione deve realizzare molti cambiamenti, che metteranno alla prova la sua stessa comp agine e logoreranno la sualeadership. Soltanto se e quando ce la farà, meriterà il premio Nobel per la Pace. Ma, come Barack Obama, l’ha già ricevuto prima ancora di incominciare.

(Traduzione di Anna Bissanti)

Repubblica, 15-10-2012




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