NIENTE EUROPA SIAMO INGLESI: L’EDITORIALE DEL MINISTRO SCOGNAMIGLIO NELL’ULTIMO NUMERO DI EAST

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"NIENTE EUROPA SIAMO INGLESI": L'EDITORIALE DEL MINISTRO SCOGNAMIGLIO NELL'ULTIMO NUMERO DI EAST

ROMA – "Niente Europa, siamo inglesi": questo il titolo dell'editoriale firmato dal ministro Giuseppe Scognamiglio nell'ultimo numero, il 46, di East, magazine in vita già da otto anni, che dal 1° marzo sarà in edicola nella sua nuova versione.

"Un rapporto difficile", quello tra Regno Unito ed Europa, "fin dagli esordi", spiega l'autorevole firma. "Come nei matrimoni che resistono a lungo, non sono tutte rose e fiori e le responsabilità non sono equamente ripartite: c’è chi ha profuso più impegno e dimostrato maggiore pazienza, nel tentativo di consolidare il rapporto. Ma c’è un limite…".

Riportiamo di seguito il testo integrale dell'articolo.

"L’Europa che sogniamo parla anche inglese? Forse, la risposta più sincera delle élite continentali è "sì, vorremmo parlare tutti inglese, ma senza inglesi!". Cerchiamo di capire il perché di questo diffuso sentimento anti-britannico, provando anche a fare chiarezza sui fatti.

O forse dovremmo analizzare la storica diffidenza british verso il progetto europeo: una sera di vent’anni fa, Ralph Dahrendorf, davanti ad un caminetto di un fascinoso castello della campagna inglese, mi spiegò che, mentre noi europei continentali lavoravamo per far funzionare l’Europa, i più filo-europei tra gli inglesi si sforzavano di spiegare ai propri connazionali quanto fosse conveniente per il loro Paese stare dentro l’Unione. Un’ottica non proprio coincidente.

Tony Blair perse forse l’occasione di scolpirsi un posto nella storia quando, complici anche gli ultimi mesi di mandato, non trovò la forza e il coraggio politico di condurre il suo Paese nell’euro, scelta di cui era peraltro personalmente convinto. Questo è forse stato il punto più alto di un rapporto UE-UK che si è rivelato complicato fin dal primo giorno di vita insieme, quel 22 gennaio 1972.

Quarantuno anni dopo, simbolicamente nello stesso giorno, il leader conservatore e primo ministro David Cameron ha annunciato che, se l’Europa dovesse proseguire verso formule che non sono negli interessi del Regno Unito, sottoporrà a Referendum l’opzione di uscire dall’Unione, dopo le elezioni inglesi del 2015.

Non è un caso peraltro che già a marzo dello scorso anno, l’unico Paese – insieme alla Repubblica Ceca – a non aver firmato il Fiscal Compact, contenente le cosiddette regole d’oro dell’equilibrio di bilancio europeo, sia stato proprio il Regno Unito.

Il pronunciamento strategico del primo ministro, dal sapore più interno che continentale, conferma due cose: la prima è che questa leadership inglese è modesta e non riesce a interpretare correttamente i bisogni e, soprattutto, le attuali difficoltà del proprio Paese. Il Regno Unito è uno dei Paesi più indebitati al mondo, quando si sommano debito pubblico e privato: 287% del PIL, contro il 247% italiano, il 253% della zona euro e il 233% Usa. Ha il secondo più alto deficit (in rapporto al PIL) nell’Europa comunitaria: -6,6%, contro il -4,5 della Francia, -3,4 dell’area euro e -2,8 dell’Italia; deficit britannico che, a differenza di Grecia, Portogallo e Spagna (unico Paese che batte UK con -8%, ma con previsioni al ribasso per l’anno in corso fino a -6), presenta una preoccupante tendenza ad ampliarsi.

E neanche l’euroscettico più pessimista oggi contesterebbe che UK è un grande beneficiario dell’integrazione europea e della sua moneta unica: come avrebbe potuto infatti rinascere la City di Londra se non finanziando l’integrazione economica continentale, proponendosi così come centro finanziario di riferimento per la UE, pur ostinandosi a mantenere in vita una debolissima sterlina?

La seconda conferma che ricaviamo dal discorso del capo dei Tories è che negli ultimi vent’anni l’unico leader europeo che è riuscito ad interpretare il valore della sua leadership, trascinandosi dietro un’intera nazione verso

obiettivi alti, noncurante dei sondaggi, è stato il turco Erdogan, che ha modernizzato il Paese a tappe forzate, riuscendo anche a imporre scelte non sempre facili.

Dagli altri grandi Paesi europei, invece, leader non pervenuti: le politiche di Berlusconi, così come quelle di Sarkozy e di Zapatero, hanno sempre rincorso la pancia delle rispettive opinioni pubbliche, rinunciando a priori a governarle. E Cameron non fa eccezione: nel suo discorso è chiaro che pensa soprattutto a compiacere i tanti euroscettici inglesi, in un goffo tentativo di lanciare già la sua campagna elettorale per le lontanissime elezioni politiche del 2015.

Le reazioni internazionali al suo intervento sono state unanimi: "L’Unione Europea vuole che la Gran Bretagna resti in Europa", ha detto Barroso, mentre gli Stati Uniti, prima per bocca del sottosegretario Gordon, in visita a Londra, e poi con una dichiarazione dello stesso Obama, hanno chiarito che il destino del Regno Unito non può che essere nell’Unione.

Al di là delle dichiarazioni, è evidente che l’Europa sta vivendo una stagione cruciale, di svolta per disegnare il suo futuro di integrazione economica e di unione politica. La strada intrapresa prevede un’unione bancaria in un anno e passi avanti spediti verso un budget comunitario meno asfittico dell’attuale e dunque una politica economica più unitaria (l’agenda Van Rompuy).

Noi tutti ci rendiamo conto che un’Europa senza inglesi sarebbe un’Europa monca. Ma nessuno, in una fase così delicata del processo di integrazione, può permettersi il lusso di zavorrare la marcia intrapresa verso un’Europa federale, unico obiettivo che consentirebbe a noi europei di tornare protagonisti della storia. Che gli inglesi si interroghino pure sul futuro dell’Europa, ma lo facciano "con molta attenzione – come ha sottolineato lo stesso Cameron – perché non ci sarebbe ritorno, sarebbe un biglietto di sola andata!".

Da aise.it, 15/02/2013




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