Neologismi

Posted on in Politica e lingue 23 vedi

LA CRISI GLI SCENARI

Da «Grexit» a «Spanic» I neologismi della crisi

di DANILO TAINO

E adesso siamo allo Spanic, il panico spagnolo delle banche in bancarotta. Ancora più terrificante della Grexit, l’uscita della Grecia dall’euro. Parole composte, o portmanteau words come dicono gli inglesi, che spaventano non solo per il fenomeno che descrivono. È che, oltre a quello, qualcosa di incontrollabile è entrato nella narrazione della crisi europea e nel linguaggio che la racconta. Cioè nelle nostre menti. Non che il fenomeno sia del tutto nuovo. Un tempo, però, era motivato da manifestazioni di lungo corso e da esigenze linguistiche forti: i democratici cristiani italiani diventavano democristiani, Tanganica e Zanzibar si fondevano nella Tanzania. Oggi, invece, Merkozy – per esprimere un asse più o meno solido – dura qualche mese. Merkollande – meno creativo – vorrebbe prendere il suo posto ma forse non volerà mai. Siamo ossessionati dall’obbligo di sintetizzare e dagli slogan da marketing della crisi. Sarà magari la ricerca dell’hashtag perfetto, della parola chiave che permette di dare un po’ di ordine a Twitter. Oppure è che in Europa la vita, scandita al ritmo dei mercati, ci ha fatto assorbire la lingua della finanza dei prodotti sintetici e dei Bund con i muscoli e dei Bonos sgonfiati: che le nuove parole piacciano molto a Financial Times ed Economist può essere indicativo. Oppure ancora è che lo Spanic, se dovesse prendere piede, e la Grexit, se si verificasse, sarebbero le portmanteau finali dell’Unione monetaria: potremmo leggerle, dunque, come scongiuri inconsci. Più probabilmente è che la fantasia, respinta quando si applica a risolvere la crisi vera e propria, si vendica come può. Succedeva anche sul Titanic. Orrore per orrore, «lingata»: una lingua rassegnata.
(Dal Corriere della Sera, 4/6/2012).




4 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Da oggi si dirà anche Linguapadre: NN intervista Carlos Cosmo Gullì, autore del neologismo<br />
<br />
di Rocco Di Vincenzo<br />
<br />
Si tratta di un’importante svolta sociolinguistica: da oggi, non si dirà più solamente ‘madrelingua’, laddove per ‘madrelingua’ si intende “Lingua della propria patria, appresa nei primi anni di vita”; nel vocabolario italiano entrerà presto anche il termine ‘linguapadre’. Il neologismo (legato a un concetto ben più ampio) è stato coniato da Carlos Cosmo Gullì (anche conosciuto come Cosmo de La Fuente, intellettuale eclettico e già autore di alcuni interessantissimi contributi per NewNotizie) in collaborazione con il Dipartimento di Didattica delle lingue moderne e dell’italiano per straniere ed in particolare con la Professoressa Carla Marello, professore ordinario di Didattica delle Lingue moderne presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Torino. Noi abbiamo avuto il piacere di poter intervistare l’autore dello studio: ecco a voi quanto emerso.<br />
Il termine ‘Madrelingua’ ha sempre rappresentato una parola quasi discriminatoria (in una sorta di sessismo al contrario): a cosa si deve questo uso intensivo (nella maggior parte delle lingue, specialmente di origine latina) del termine ‘Madrelingua’ e alla discriminazione della versione ‘Paterna’?<br />
La derivazione latina ha sicuramente anche una motivazione che riporta al fatto che proprio il latino era la lingua considerata madre delle altre. Tutte le lingue moderne, però, non occorre che partano da questo presupposto, credo. Per poter rispondere alla sua domanda, credo sia utile fare un breve resoconto dello studio effettuato e spiegare il perché si sia arrivati a parlare di questo termine. Ho effettuato, insieme a Carla Marello, professore ordinario di Didattica dell’italiano come lingua straniera, uno studio sulle capacità metalinguistiche di venezuelani con origini italiane, valutando competenze e padronanza del linguaggio. Le scoperte sono state molto interessanti e la ricerca è partita in maniera scientifica per poi spaziare in campo socio e psicolinguistico, senza tralasciare i metodi adottati dai docenti allo scopo di rendere possibile l’acquisizione di una L2 da parte di studenti di qualsiasi età e grado di cultura; il tutto considerando la ‘famiglia’ alla stregua di uno Stato bilingue, sempre accompagnato dal mio innato desiderio di parità sia donna-uomo, che uomo-donna, all’interno di una Società come la nostra, troppo legata a credenze obsolete.<br />
Qual è il percorso socio-linguistico che ha portato alla nascita del neologismo ‘Linguapadre’?<br />
Chi ha seguito il mio percorso comunicativo pubblico sa che mi sono dedicato molto alla sensibilizzazione della gente e all’abbattimento di luoghi comuni che chiudono il nostro paese in una sorta di asfissiante prigione culturale. Si conosce il mio parere riguardo, ad esempio, la bi-genitorialità e il mio appoggio alla parità tra genitore maschio e genitore femmina. Parallelamente a tale pensiero, ho dato ascolto alla mia passione nel campo della linguistica, cimentandomi in più studi dell’area della didattica e delle lingue moderne. L’ultimo mio lavoro è stato presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Torino dove ho conseguito, tra l’altro, la laurea in Lingue e Letterature Moderne. Per rispondere alla sua domanda posso dirle che La discriminazione linguistica, improvvisamente, diventa parte integrante di questo studio. Se al pari di altri lingue, come l’inglese, in cui, per citare un esempio, un termine come come ‘policeman’ è stato sostituito da ‘policeofficer’ in modo da non penalizzare il genere femminile, mi è sembrato giusto non parlare più di ‘linguamadre’ ma di lingua di famiglia o, almeno, di fare un distinguo, come nel caso di alcuni figli di padre italiano, e madre non italiana, nati e residenti all’estero, che imparano l’italiano in un secondo momento e che è, quindi, effettivamente la “linguapadre”, se vogliamo riferirci alla lingua dei genitori. Il discorso si accende ulteriormente se definiamo ‘linguamadre’ la lingua propria di ogni individuo, quella, cioè, del paese in cui viviamo, che nulla ha a che fare con la lingua della propria mamma; in questo caso siamo di fronte a una vera e propria discriminazione linguistica che vede, ancora una volta, in secondo piano il ruolo del padre, figura sempre discriminata e spesso considera di serie “B” rispetto a quella della madre: basti pensare al diritto di famiglia di qualsiasi paese al mondo. Ho voluto dar vita a questo nuovo termine che ha subito incontrato il parere favorevole di Carla Marello, autorevole docente universitario, la quale mi ha concesso di utilizzare il neologismo Linguapadre, subito apprezzato da quanti ne vengono a conoscenza.<br />
Come mai ‘Linguapadre’ e non ‘Padrelingua’?<br />
Perché, paradossalmente, utilizzando un termine come ‘Padrelingua’ mi sembrava alquanto discriminatorio verso la ‘Madrelingua’, una sorta di ripicca. Ne abbiamo coniato uno completamente nuovo.<br />
Quali sono i precedenti, se ci sono, legati a studi per l’imposizione di questo nuovo termine?<br />
Non credo ci siano precedenti, per primo ho osato tanto, soprattutto se si pensa all’Italia dove la mamma è sempre la mamma, le si perdona tutto, anche in casi come quello tristemente famoso di Annamaria Franzoni, mentre al papà, per ottimo che sia, non si regala nulla, nemmeno un termine linguistico. Tengo a precisare che la ricerca effettuata non aveva alcun riferimento al femminismo ma, prima di entrare nel merito della Linguapadre, ha effettuato uno studio abbastanza approfondito circa le competenze metalinguistiche di un certo numero di studenti; di intercomprensione tra lingue affini; di conflitto linguistico per poi concludersi con delle schede atte a evidenziare gli errori ricorrenti nel linguaggio di venezuelani con origini italiane.<br />
Quando potremo leggere su un vocabolario questo neologismo?<br />
Esattamente non so dirglielo, sicuramente passerà un po’ di tempo, anche se verrà utilizzato da subito. Lo studio da me effettuato, oltre al discorso che mi sta a cuore, riguardante la discriminazione linguistica, si è farà parte del Corpus V.A.L.I.C.O. un portale di ricerca linguistica e glottodidattica, di formazione per insegnanti e studenti di italiano LS. Tenga presente che Carla Marello si occupa, tra l’altro, di dizionari di lingua italiana. Al momento sto vagliando alcune proposte editoriali. Se ne riparlerà presto.<br />
(Da newnotizie.it, 28/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Il sonno della politica genera neologismi<br />
<br />
di SEBASTIANO MESSINA<br />
<br />
L'ultima trovata è la più affascinante, non come formula politica ma come invenzione lessicale, ed è il «governo a bassa intensità». Ma chssà se il suo autore si rendeva conto di evocare quelli che i manuali militari chiamano «Low Intensity Conflict», ovvero una guerriglia non convenzionale, che sarebbe l'esatto contrario di un'alleanza di governo. La stagione degli ossimori arriva quando la matematica si arrende, e in Italia - paese di poeti, santi, navigatori e soprattutto di inventori - nulla è più semplice che trovare un nuovo nome, una nuova etichetta, una nuova insegna quando non si riescono a trovare soluzione da "Paese normale". Perciò prepariamoci ad aggiungere una nuova pagina ai manuali di diritto costituzionale, e a cercare con il microscopio dello scienziato gli incerti confini giuridici del «governo di scopo», dopo quello «del presidente». La politica debole genera neologismi. E già che ci siamo, converrà aggiungerne almeno un'altra, o altre due, per descrivere e spiegare l'inedito assoluto dei "dieci saggi", questi dieci superesperti in leggi elettorali o in manovre finanziarie che Napolitano ha promosso al rango di protagonisti della crisi di governo, però senza dar loro alcun rilievo istituzionale, perché dovranno preparare una relazione sull'urgente, sul necessario e soprattutto sul fattibile ma dovranno rivelarla a lui solo, e non al Parlamento né al prossimo presidente incaricato, e poi tornarsene nell'ombra, come fantasmi della Costituzione.<br />
Del resto, la storia della Repubblica è piena di interpretazioni innovative e di invenzioni salvavita. Tutto cominciò, lo sappiamo, con le «convergenze parallele». Ossimoro perfetto, che faceva convivere la distanza e l'incontro, rimandando alla definizione della geometria scolastica: due rette parallele si incontrano solo all'infinito. Eravamo alla fine degli anni Cinquanta e molte cose consigliavano un'alleanza tra democristiani e socialisti. Però mezza Dc non voleva far entrare Nenni in quella che lui avrebbe chiamato «la stanza dei bottoni», e mezzo Psi non voleva rompere con i comunisti. Così, dopo il disastroso fallimento del governo Tambroni, la fertilissima immaginazione di Aldo Moro partorì una formula che avrebbe traghettato Dc e Psi verso un esecutivo con ministri di entrambi i partiti. E lo fece al congresso di Firenze del 1959. «Diviene indispensabile - disse - progettare convergenze di lungo periodo con le sinistre». Non disse mai, Moro, «convergenze parallele», anche se il suo discorso fu tradotto così, e così fu battezzato il terzo governo Fanfani, che il 26 luglio 1960 nacque grazie all'astensione dei socialisti. «Non potevamo fare diversamente», annotò Pietro Nenni sul suo diario, il 2 agosto. «La soluzione Fanfani ha evitato il rischio di un vero e proprio colpo di Stato».<br />
Prima di allora, un altro governo era nato da un parto anomalo, sul piano dei rapporti con i partiti: quello formato da Giuseppe Pella nell'agosto del 1953. Dopo il crollo dell'ultimo gabinetto De Gasperi, il presidente Einaudi decise di dar vita a un «governo amministrativo», privo di ogni colorazione politica, che avrebbe dovuto solo far approvare la legge di bilancio. E così chiamò Pella, suo ex allievo all'università. Lo fece senza consultare nessuno, addirittura lontano dal Quirinale: l'incarico fu affidato in una dependance di Villa Farnesea Caprarola, e comunicato a due giornalisti arrivati lì per avere notizie. Uno di loro era Vittorio Gorresio, che domandò: e le consultazioni? Einaudi rispose secco: «La Costituzione non parla di consultazioni e si affida al criterio del capo dello Stato, e il mio criterio mi dice che in questo momento quello che è necessario è un governo». Sopportato più che appoggiato dalla Dc, che lo definì gelidamente «un governo amico», il gabinetto Pella durò cinque mesi e un giorno.<br />
Ancora più breve, quattro mesi e un giorno, fu la vita del «governo d'affari» che - ancora una volta senza consultazioni - nacque il 25 marzo 1960. Non riuscendo a trovare una maggioranza, il presidente Gronchi nominò a sorpresa il dc Fernando Tambroni: c'era da fronteggiare un'emergenza sportiva, le Olimpiadi di Roma, e il Quirinale aveva visto in Tambroni un uomo che avrebbe potuto avere la simpatia (e soprattutto l'astensione) dei socialisti. Ma le cose andarono diversamente: Tambroni ebbe la fiducia solo grazie ai voti dell'Msi, e il «governo d'affari» andò a sbattere sulla sanguinosa repressione - cinque morti - della protesta di piazza a Reggio Emilia.<br />
Trovare una maggioranza quando la somma dei numeri non la dà, ecco la sfida che hanno dovuto affrontare sei presidenti della Repubblica su undici. Dopo Einaudi e Gronchi, e prima di Cossiga, Scalfaro e Napolitano, anche Giovanni Leone si trovò davanti allo stesso rompicapo, dopo che le elezioni del 1976 avevano ricreato - stavolta con il Pci al posto del Psi - lo stesso scenario del 1960: fare un governo con i comunisti era impossibile, governare senza di loro pure. E così a Giulio Andreotti fu dato l'incarico di guidare il suo terzo governo, che sarebbe passato alla storia come il «governo della non sfiducia»: un monocolore democristiano - ingentilito dalla presenza della prima donna ministro, Tina Anselmi - al quale il Pci di Berlinguer garantiva l'astensione (e la sopravvivenza). Altre due parallele che sarebbero riuscite a convergere senza incontrarsi mai.<br />
Poi è arrivata la stagione dei tecnici. Il primo a farne un uso massiccio fu Amintore Fanfani, che dopo la caduta del governo Craxi ebbe l'ingrato compito di formare un esecutivo per andare alle urne e dunque nominò sei ministri (su 25) senza tessera di partito. Ma quel «governo elettorale» stava per rimanere prigioniero di una mossa del Psi, perché Craxi annunciò a sorpresa il suo voto favorevole: e se il governo avesse ottenuto la fiducia, Cossiga non avrebbe potuto sciogliere le Camere. Così, per la prima volta nella sua storia, la Dc fu costretta ad astenersi. E centrò il suo paradossale obiettivo: la bocciatura del suo governo.<br />
La storia del governo Monti, il «governo del presidente», è cronaca fresca. Ma il primo «governo tecnico» lo nominò Oscar Luigi Scalfaro il 17 gennaio 1995.<br />
Il primo gabinetto Berlusconi era stato irrimediabilmente affondato dalla Lega, ma lo spirito del maggioritario appena inaugurato impediva la nascita di un esecutivo di segno opposto. Da qui l'invenzione del «governo tecnico», che Scalfaro affidò a Lamberto Dini, ex direttore generale di Bankitalia, a sua volta diventato ministro proprio in quanto tecnico. Nel governo non entrò nessun parlamentare, proprio per sottolineare la sua autonomia dai partiti, ma questo non bastò a evitargli l'accusa berlusconiana di essere solo «il governo del ribaltone». Cadde il 17 maggio 1996, un venerdì 17, e qualcuno ci lesse un segno della cattiva sorte di quello sforzo di fantasia. <br />
(Da La Repubblica, 2/4/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Il «discensore sociale» che fa ricco il vocabolario <br />
<br />
di PAOLO DI STEFANO <br />
<br />
Per definire il malessere delle classi medie, si impone in Francia un nuovo termine: «le descenseur social», ovvero il «discensore sociale», che potrebbe essere adottato tranquillamente anche in Italia in opposizione all’ascensore sociale che nei bei tempi dello sviluppo rombante prevedeva un ricambio e dunque la possibilità, anche per cittadini di umili origini, di scalare i gradini della società. Per la verità, l’espressione fu coniata profeticamente sette anni fa, all’alba della crisi, dal sociologo Alain Mergier, come informa Le Monde. Ma ora acquista un significato meno astratto se è vero che si aggancia a numeri che dimostrano inequivocabilmente come le categorie modeste e le classi medie cosiddette «inferiori» siano cresciute negli ultimi quattro anni, in Francia, dal 57 al 67 per cento. E il risultato di una inchiesta condotta dalla Fondazione Jean-Jaurès. Insomma, mentre la crisi genera povertà, produce fantasia lessicale: da «discensore sociale» diventa «ascensore linguistico». E probabile che quando (se) verremo fuori (si presume malconci) dalla immane depressione di questi anni saremo più ricchi nel vocabolario. Nessuno, tanto meno il comune cittadino, potrà mai più dimenticare lo «spread», il «rating», la «deflazione», i «bond», il «debito sovrano». Il «rigore» non evocherà più banalmente la sfera educativa, quella calcistica o quella meteorologica. E ogni volta che prenderemo il lift di casa ricorderemo, per associazione (e senza rimpianti), il crudele «discensore sociale». Saremo semanticamente iperdotati. Magrissima consolazione. <br />
(Dal Corriere della Sera, 18/5/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Il neologismo<br />
<br />
Sexting, gli sms diventano hard<br />
<br />
Spesso le tecnologie digitali generano nuove abitudini e nuovi termini. E’ questo il caso della parola Sexting, che nasce dall’unione dei vocaboli inglesi sex e texting, quest’ultima, a sua volta, un neologismo creato dal successo degli sms. Rende conto dell’abitudine di scambiarsi, generalmente in rete, messaggi sessualmente espliciti, diverse volte accompagnati anche da immagini di pari tenore. Nato con gli sms, il sexting ha trovato terreno fertile di sviluppo con i programmi di messaggistica istantanea, vedendo una vera e propria esplosione con le App per chattare dallo smartphone, strumento con cui è facile e immediato registrare brevi video o scattare fotografie. Si tratta di una moda in voga soprattutto tra i giovanissimi: una delle fasce più popolate di utilizzatori è quella comprensiva tra i 16 e i 19 anni.<br />
(Da La Nazione, 9/7/2013).

You need or account to post comment.