Neologismi nati dalle catastrofi

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Sversare in trasferenza: ovvero addomesticare il dramma con le parole

di Sebastiano Vassalli

Mi è già successo, in passato, di osservare come le catastrofi in Italia producono morti, feriti, danni materiali e… parole. È successo con le guerre e con gli eventi naturali come l’alluvione del 1987 in Valtellina: che, scrivevo a quell’epoca, «è servita a rilanciare due verbi fuori uso: tracimare e esondare, e a far nascere il sostantivo sfioro. (Quasi immediatamente defunto). Gli italiani, di fronte alle catastrofi, cercano di addomesticarle parlandogli, le coccolano con la voce, le tengono buone. E così sta succedendo con i rifiuti di Napoli. Già il lessico dei rifiuti è un lessico orrendo, dove galleggiano sostantivi come percolato e verbi apparentemente inutili come sversare che significa, in buona sostanza, scaricare: con in più soltanto una nota visiva e olfattiva. Gli oggetti normali si scaricano, quelli puzzolenti e schifosi si sversano. «I camion», ci dicono le cronache, «raccolgono l’ immondizia, ma non hanno la possibilità di sversarla perché le discariche sono tutte esaurite». Perciò, perché i camion possano sversare, è nato l’ ultimo mostro linguistico: la trasferenza. Questa parola, che non esiste in alcun dizionario della lingua italiana antico o moderno (soltanto nel 2010 lo Zingarelli ha incominciato a registrarla come «voce burocratica»), indica ciò che nelle discariche è di passaggio e d’urgenza, e serve a rassicurare gli abitanti dei luoghi dove i camion, finalmente, sversano. Nei siti di trasferenza, infatti, i rifiuti non dovrebbero rimanere più di 72 ore. (Non dovrebbero. «Giova sperare», diceva il buonanima don Lisander).
(Dal Corriere della Sera, 3/7/2011).




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