Nello Stato di Nollopoli

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Satira

Giochi linguistici nel romanzo di Mark Dunn, «parodia orwelliana» di ogni forma di autoritarismo

L’isola che perse le lettere dell’alfabeto (e insieme la libertà)

di Cristina Taglietti

Un’isola di 164 chilometri quadrati al largo della città di Charleston, nella Carolina del Sud, che ha innalzato la lingua a forma d’arte nazionale, relegando la tecnologia moderna allo status di flagello. In questo Stato indipendente che porta il nome di Nollopoli, si onora l’illustre cittadino Nevin Nollop, autore del verso «Fu questa volpe a ghermir d’un balzo il cane» la cui particolarità consiste nell’essere un pangramma, vale a dire composto utilizzando tutte le lettere dell’alfabeto (un altro esempio può essere «Che buffo romanzetto pien d’eloquio stravagante»). Su questa struttura narrativa l’americano Mark Dunn imbastisce, con uno straordinario gusto per il gioco linguistico, un romanzo epistolare in lipogrammi progressivi. Il libro però non è solo un gioco per amanti dell’enigmistica, ma una storia compiuta che ha più livelli di lettura. Il verso di Nollop è inciso sulle piastrelle del cenotafio che si trova al centro del mercato. Quando una di queste piastrelle cade, precisamente quella che reca la lettera Z (nella parola balzo), il Gran consiglio dell’isola, attraverso il decano Gordon Buontrombone, lungi dal considerarla una caduta dovuta alla semplice casualità o all’inefficacia, dopo trent’anni, della colla, convoca una riunione straordinaria per decidere che cosa significhi l’evento. Il verdetto è che il fondatore della città ha voluto, con questo segnale ultraterreno, indicare lo sradicamento assoluto della lettera Z dal vocabolario della comunità. Per i trasgressori sono previste pene che vanno dalla pubblica invettiva alla frusta (o gogna a scelta del condannato), fino all’esilio dalla città, mentre il rifiuto di lasciare il Paese sarà punito con la morte. A Nollopoli non si potrà più zompare, schizzare o zigzagare, non si potrà dire zia (in sostituzione verrà ripristinato il termine obsoleto barbana), né ringraziare, a meno che non si ricorra alla formula «molto obbligato», il color carta da zucchero diventa un più spento carta da saccaride, mentre Zaccaria dovrà usare il suo secondo nome Isaac. Dunn racconta la storia in forma epistolare (telefoni e posta elettronica sono pressoché sconosciuti su quest’isola dove il tempo si è fermato), soprattutto (ma non solo) attraverso le lettere che una giovane di Nollopoli, Ella, scrive alla cugina sulla terraferma, Tassie. Le due ragazze commentano (disapprovandolo come possono) l’assurdo editto che diventa via via sempre più restrittivo, anche perché dopo la Z cade la Q e poi l’H, la B, la F, la A costringendo gli abitanti ad acrobazie lessicali sempre più spericolate, rendendo, infine, impossibile ogni comunicazione e l’esilio forzato di gran parte degli abitanti. I protagonisti si impegnano fino allo stremo per trovare la frase perfetta, il pangramma che salvi loro e la libertà (per la cronaca sarà: «Voglio questi fiaschi di bronzo in tempo»). Il talento di Dunn (e anche quello di Daniele Petruccioli, che ha tradotto e curato il testo in italiano) consiste proprio nell’usare sempre meno parole, trovando sinonimi, perifrasi, locuzioni che danno al testo un gusto tra il retrò, lo sperimentale, lo stile giovanilistico da sms. Così, per esempio, la madre di Tassie scrive alla figlia: «Sono stata colta in errore proprio retro casa, presso il pescimerciolo col carretto sul molo, mentre compravo piccoli crostacei, i cari retrocamminatori il cui nome è ormai vietato…». Ma si incontrano anche espressioni così: «kome kawolo wi kiamate». Il libro però non è solo una gustoso tour de force tra i giochi linguistici, ma anche un vero e proprio apologo sulla libertà di parola e contro ogni forma di censura tanto che alcuni critici americani l’ hanno definito una versione soft della Fattoria degli animali di George Orwell. La ribellione a un potere autoritario ingiusto e non rappresentativo va di pari passo con l’amore che la giovane protagonista Ella scopre man mano che le sue possibilità di parlare diminuiscono costringendola a inventare anche un nuovo alfabeto dei sentimenti. Unica pecca del romanzo è la scarsa caratterizzazione dei personaggi: Dunn si concentra soprattutto sull’uso delle parole e, in questo mondo, gli sfuggono le psicologie, rendendo, di fatto, i personaggi, tutti un po’ simili tra loro.

(Dal Corriere della Sera, 5/7/2008).

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