NELL’EUROPA DISTRUTTA DALLE GUERRE IL FILOSOFO SOGNA UNA PACE PERPETUA

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14.05.2004 Corriere della Sera p. 35

Dal nuovo libro di Sergio Romano, dedicato alla storia del vecchio continente, anticipiamo il capitolo sui «precursori»: l'utopia di Immanuel Kant e il progetto di Altiero Spinelli

Nell'Europa distrutta dalle guerre il filosofo sogna una pace perpetua


di SERGIO ROMANO

L’idea di Europa ha alcuni illustri precursori. Il primo fu probabilmente l’abate Charles-Irénée Castel de Saint-Pierre, nobile francese di provincia, “filosofo” della politica, autore di progetti sulla “pace perpetua tra i principi cristiani”. Il suo primo libro (Mémoire pour rendre la paix perpétuelle en Europe) fu scritto nel 1712, mentre il maresciallo Claude-Louis Villars, comandante delle forze francesi, batteva a Denain, nella regione del Pas-de-Calais, le forze inglesi di Lord Albemarle. Scrisse le altre sue opere, quindi, dopo la guerra di successione spagnola e la pace di Utrecht (1713), mentre la Francia di Luigi XIV aspirava a diventare la potenza egemone della vecchia Europa carolingia. Il progetto di Saint-Pierre non era federalista. L’abate proponeva la creazione una specie di Società delle Nazioni, diretta da un “consiglio di famiglia” di cui avrebbero fatto parte i re cristiani. Tutti i soci avrebbero rinunciato alla soluzione militare delle loro controversie e si sarebbero impegnati a prendere insieme le armi contro chiunque osasse violare il patto. Un’assemblea, composta dai plenipotenziari delle singole potenze, avrebbe regolato gli affari correnti. In una breve opera di Immanuel Kant (Per una pace perpetua), il progetto assume un carattere federale, una intonazione repubblicana (soltanto le repubbliche possono salvaguerdare la pace) e una forte motivazione morale. Se ogni Stato è garante della pace all’interno del suo territorio, sostiene Kant, soltanto un’unione degli Stati e dei popoli può evitare il ricorso alla guerra.
[…] Più tardi l’esempio della Federazione americana fornirà a questi “utopisti” un modello da invocare. Mazzini concepisce la “Giovine Europa” come una famiglia di nazioni amiche. Carlo Cattaneo e Victor Hugo auspicano gli “Stati Uniti d’Europa”. Un “razionalista umanitario”, Charles Lemonnier, pubblica nel 1872 una rivista intitolata Les Etats-Unis d’Europe. Marx considera il proletariato una classe europea, se non addirittura mondiale. Persino i grandi stati sembrano fare qualche esitante concessione al principio della sovranità condivisa. Nel testo della Santa Alleanza vi è l’eco, in termini religiosi, dei concetti di Saint-Pierre, e nei molti congressi convocati in Europa durante l’Ottocento vi è la prefigurazione del “consiglio di famiglia” che avrebbe dovuto, secondo l’abate garantire la pace dell’Europa. I trattati di Versailles e la Società delle nazioni sono quindi il risultato di un processo storico, maturato nel corso dell’Ottocento e accellerato dagli orrori della Prima guerra mondiale. Qualcuno dubitò subito, tuttavia, che una confederazione di Stati sovrani potesse garantire la pace d’Europa. Luigi Einaudi era convinto che la causa della guerra fosse l’inconciliabile convivenza fra sovranità assolute. In alcune lettere pubblicate dal Corriere della Sera sotto lo pseudonimo di Junius, fra il 1918 e il 1919, sostenne che la lega voluta da Wilson avrebbe fatto la stassa penosa fine dei tentativi del passato. L’esempio di cui si servì per dimostrare la sua affermazione fu quello americano. La prima Costituzione (gli “Articles of Confederation”), approvata dal Congresso nel 1777, fallì per l’incapacità degli Stati di accordarsi su una qualsiasi politica fiscale. Fu necessario convocare una Convenzione costituzionale a Filadalfia nel maggio 1787 e divenne valido non appena ratificato da nove delle tredici colonie che si erano ribellate al governo di Londra. Einaudi sapeva, naturalmente, che le condizioni storiche in Europa erano diverse e che non sarebbe stato facile persuadere i vecchi Stati del continente ad abbandonare di buon grado una parte della loro sovranità. Ma era convinto che ogni altra impresa sarebbe stata inutile e fallimantare.
Sul modo in cui procedere verso un’Europa integrata, non appena gli Stati avessero accettato di lavorare insieme, Einaudi aveva idee chiare. In una lettera pubblicata dal Corriere nel dicembre 1918 ricordò che gli Alleati avevano creato durante la guerra un organismo economico per l’acquisto, il trasporto, la distribuzione e il pagamento delle materie prime necessarie alla loro sopravvivenza. Lord Robert Cecil, ministro del Blocco nel governo britannico, aveva proposto che questa istituzione fosse mantenuta in vita dopo la fine del conflitto. Einaudi era d’accordo e pensava che il principio della sovranità assoluta potesse essere progressivamente intaccato da una seria di accordi multilaterali: per proteggere i milioni di lavoratori che si sarebbero spostati da un paese all’altro durante la fase della ricostruzione: per una migliore ripartizione delle materie prime; per regolare la navigazione nei grandi fiumi europei e negli stretti; per assicurare lo sbocco al mare dei Paesi continentali; per evitare l’evasione fiscale dei cittadini della federazione. Le Lettere politiche di Junius furono pubblicate dall’editore Laterza nel 1920 e caddero, qualche anno dopo, nelle mani di due antifascisti confinati nell’isola di Ventotene: Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. Il primo era un liberale di sinistra, un whig, educato politicamente alla scuole di Gaetano Salvemini ed economicamente a quella di Luigi Einaudi. Il secondo era un ex comunista, condannato a sedici anni di prigione nel 1928, ma deluso dall’ostilità della Terza internazionale per i partiti socialisti all’inizio degli anni Trenta. Aveva aderito al partito nel 1924 perché era convinto che al nazionalismo degli Stati europei, tutti egualmente responsabili della grande guerra, occorresse contrapporre un disegno internazionalista. Quando si accorse, dopo gli accordi Molotov-Ribbentrop del settembre 1939, che l’Urss era soltanto un’altra potenza imperiale, ruppe con il partito.
L’incontro con Rossi ebbe su Spinelli una grande influenza. Il “vecchio” whig (aveva dieci anni di più) dovette insegnarli che lo Stato totalitario non era, come sostenevano i comunisti, il figlio del capitalismo e l’estrema risposta della borghesia reazionaria alla lotta di classe. Era lo “stadio avanzato” del nazionalismo, la forma più adatta a perseguire gli obiettivi esclusivi ed egoistici di una nazione. Fu quello il momento in cui i due confinanti di Ventotene cominciarono a ragionare di Europa. Lessero le lettere politiche di Junius e i testi di federalismo economico che Einaudi mandava a Rossi, fra cui The Economic Causes of War che Lionel Robbins pubblicò nel 1939. Lessero forse un breve libro del 1918 (Federazione europea o Lega delle nazioni) in cui un imprenditore e un economista, Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati, erano giumti alle stesse conclusioni di Junius. Ebbero probabilmente conoscenza del movimento paneuropeo che un conte austriaco, Richard Coudenhove-Kalergi, aveva fondato nel 1923. Sapevano che aveva suscitato l’adesione di alcuni uomini politici e intellettuali: Carlo Sforza, Thomas e Heinrich Mann, Selma Lagerlof, Sigmund Freud, Akbert Einstein, Paul Claudel, Paul Valéry, Jules Romains, Lucien Romier, Miguel de Unamuno, José Ortega y Gasset, Salvador de Madariagara. E sapevano che un ministro degli Esteri francese, Aristide Briand, aveva proposto a Ginevra, nel 1929, che fra gli Stati europei si stabilisse, soprattutto per le questioni di economia, una specie di vincolo federale.
Da queste letture e conversazioni di Rossi e Spinelli nacque un documento che venne pubblicato a Roma nel 1944 dal Movimento italiano per la federazione europea, costituito dopo la caduta del fascismo nel luglio 1943. Luigi Einaudi lesse il “Mani festo di Ventotene”, come venne chiamato da allora, e scrisse in Svizzera, dove si era rifugiato nell’autunno del 1943, un lungo saggio su I problemi economici della federazione europea, che fu pubblicato a Lugano nel 1944 dalle Nuove edizioni di Capolago.
Comincia a prendere corpo un progetto europeo che non è una semplice enunciazione di principi e di speranze. Spinelli vi mise tutta la sua passione antinazionalista, delusa dall’esperienza comunista; Rossi il suo liberismo temperato dalle idee di Beveridge sullo Stato assistenziale; ed Einaudi, infine, insieme alla sua competenza, il desiderio di dare all’Italia, dopo il fallimento dello Stato risorgimentale, una nobile funzione europea. Tutti e tre erano convinti che i conflitti tra gli stati, e in particolare quello franco-tedesco, potessero venire risolti soltanto dalla creazione di una grande federazione europea.



Geografia e cultura, storia e attualità
I mille rivoli che portano all’Unione


Il nuovo libro di Sergio Romano, Europa, storia di un’idea. Dall’Impero all’Unione che esce il 20 maggio da Longanesi (pp. 227, € 15,50), si divide in tre parti. La prima traccia un profilo geografico e culturale dell’identità europea, cercando di individuarne i tratti peculiari così come si manifastarono in epoca medioevale. La seconda ripercorre le vicende dei grandi Stati del vecchio continente, della formazione delle monarchie nazionali fino alle guerre mondiali del Novecento. La terza, infine, ricostruisce i vari passaggi dell’integrazione e ne analizza le prospettive attuali, esprimendo l’auspicio che i popoli europei “abbiano ancora un soprassalto di fierezza e di orgoglio” e riescano a portare a compimento il sogno dell’Unione.









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