Nella terra degli indignados africani

L’ IDENTIKIT ESTREMISMO RELIGIOSO, RIVOLTA ANTI-CORRUZIONE, MECCA DEL CINEMA NERO: LA NAZIONE DELLE 10 LINGUE E DELLE 250 ETNIE

Nella terra degli indignados africani

Ma i disordini non frenano gli investimenti stranieri. E il Pil cresce del 7%

di Alessandra Muglia

Un Paese nel caos, sull’orlo della guerra civile. Ma anche destinato a diventare il motore della rinascita economica regionale, la locomotiva d’Africa. Visioni contrapposte della Nigeria di oggi, terra di paradossi. I più eclatanti: le spinte secessionistiche arrivano dalla parte più povera del Paese, il Nord, dove si concentrano gli attentati dei fondamentalisti. E ancora: il Paese galleggia sul petrolio, eppure oltre il 70% dei nigeriani sopravvive con meno di 2 dollari al giorno. Primo produttore di greggio in Africa ma senza raffinerie, quindi importa il petrolio di cui ha bisogno: 35 milioni di litri al giorno, molti meno dei 59 milioni che sulla carta risultano scaricati in Nigeria quotidianamente e sui quali lo Stato paga sovvenzioni, rivela una commissione d’inchiesta nigeriana. Per interrompere la gestione clientelare dell’oro nero, il presidente Goodluck Jonathan e la sua super ministra delle Finanze, Ngozi Okonjo-Iweala – che hanno fatto della lotta alla corruzione e della liberalizzazione dell’economia i loro cavalli di battaglia – avevano annunciato a gennaio l’abolizione dei sussidi per i carburanti. Volevano dirottare quelle risorse (un terzo del budget federale) sulla costruzione di infrastrutture, considerato che in molte zone mancano luce ed elettricità. Ma ritirare in un colpo le sovvenzioni si è rivelata una mossa sbagliata: il Paese si è rivoltato. La protesta dei 10 mila con cui si è aperto il 2012 ha mobilitato cristiani e musulmani, poveri e abbienti. Gli indignados di «Occupy Nigeria» hanno paralizzato il Paese per sei giorni. Quello che è un frastagliato mosaico di 10 lingue (ufficiali) e di oltre 250 gruppi etnici si è ritrovato ricompattato al grido di: «Remove corruption, not subsidy». La rabbia per l’improvviso raddoppio del prezzo della benzina (e, a caduta, di mezzi di trasporto, cibo e altri beni) si è estesa alla denuncia di disuguaglianze, privilegi e corruzione: il risveglio della società civile nigeriana. Dalla fine dei regimi militari, nel 1999, «per la prima volta i comuni cittadini hanno sperimentato il loro potere» osserva un leader del movimento. In campo personalità come Desmond Elliot, star di Nollywood, l’Hollywood nigeriana, la più prolifica cinematografia africana, con oltre un migliaio di titoli l’anno e un business da 500 milioni di dollari. «Perché il nostro presidente necessita di 6 jet privati?» polemizza l’ attore su Twitter. La scrittrice Chimamanda Adichie, della generazione degli eredi di Wole Soyinka, scrive sul New York Times : «Il governo dice che paga i sussidi agli importatori perché tengano bassi i prezzi del carburante e che questi derubano lo Stato gonfiandoli. È come se le istituzioni non riuscissero a vigilare sulle frodi». Lo scrittore Chinua Achebe ha lanciato un appello a Jonathan invitandolo a essere un «leader che ascolta la sua gente». Alla fine il governo ha «ascoltato»: ha ripristinato le sovvenzioni, seppur dimezzate. Un dietrofront che qualcuno però ha visto come il nuovo fallimento di un presidente già in difficoltà nel fermare gli attacchi dei fondamentalisti islamici(oltre 200 vittime da gennaio). Gli estremisti del gruppo Boko Haram cavalcano la frattura che divide il Nord a prevalenza musulmana e più povero dal Sud cristiano e animista, dove si concentra il business del petrolio. Sfruttano il malcontento del Nord, che non si sente rappresentato dall’attuale governo di Jonathan, un cristiano del Sud. «Al di là dei legami con gli shabab somali e con le milizie di Al Qaeda per il Maghreb le ragioni dell’accresciuta attività dei Boko Haram vanno ricercate nei rapporti che i suoi membri avrebbero stretto con alcuni politici del Nord frustrati per la perdita di potere – osserva padre Giulio Albanese, fondatore dell’agenzia internazionale Misna – Vogliono rendere la Nigeria ingovernabile, purtroppo la guerra civile è davvero dietro l’ angolo. A meno che il presidente non affronti la questione non solo in termini di sicurezza». Intanto i disordini sociali non stanno frenando gli investimenti stranieri: stimati in 6,5 miliardi di dollari nel 2011, potrebbero raggiungere i 9 miliardi nel 2013. La Nigeria potrebbe presto superare il Sudafrica come maggiore economia africana, prevede il Financial Times . Nell’ultimo decennio, del resto, questo gigante demografico (167 milioni di abitanti) ha fatto enormi progressi: il Pil nigeriano cresce stabilmente di circa il 7% l’ anno. Il governatore della Banca centrale nigeriana, Lamido Sanusi, è ottimista: «Credo che la rivolta anti-sussidi e la violenza al Nord rappresentino un’opportunità per il presidente di conquistarsi un posto nella storia».
(Dal Corriere della Sera, 7/3/2012).




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