Nella loro lingua madre la richiesta di documenti per i cittadini stranieri.

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Il Tar condanna lo Stato italiano a comunicare in lingua cinese.

Una donna non presenta la dichiarazione dei redditi: no al rinnovo del permesso di soggiorno. Ma i giudici la salvano: «I documenti per lei erano incomprensibili».

di Serenella Bettin .

La questura le nega il rinnovo del permesso di soggiorno, lei sarebbe destinata all’espulsione, fa ricorso, ma il Tar del Veneto annulla il diniego. Il tribunale, infatti, le ha dato ragione in quanto la richiesta della questura di allegare i documenti utili al rinnovo del permesso era in italiano e non le era stata tradotta in lingua cinese. Così lei non capendoci nulla non ha nemmeno presentato la dichiarazione dei redditi e i documenti necessari. Spiegazione alquanto bizzarra dato che una cinese in Italia da cinque anni non può non masticare nulla di italiano. Rinnovo quindi negato ma la donna tramite il suo legale si appella al fatto che la richiesta avrebbe dovuto essere scritta nella sua lingua perché indirizzata a lei. E certo; perché adesso la polizia nelle questure dovrebbe anche sapere il cinese, l’arabo, il russo, il moldavo. Quando a noi per una semplice contravvenzione per divieto di sosta in uno stato estero, difficilmente il verbale ci viene tradotto in lingua italiana. Tant’è che le spese processuali della donna cinese indovinate chi le paga? Lo Stato. Sì, signori, lo Stato. Il ministero dell’Interno è stato, infatti, condannato alle spese processuali.
Verrebbe da dire, azzardando qualche ipotesi che fa sorridere, con i soldi dei cittadini italiani sanzionati per non aver presentato o per aver presentato male la dichiarazione dei redditi. Ma non è l’unico caso in cui il ministero viene sanzionato. A Padova pochi giorni fa un marocchino è riuscito a far condannare il ministero dell’Interno al pagamento di 1.500 euro più tutte le spese processuali. La prefettura gli aveva negato la dichiarazione di emersione di lavoro irregolare, cioè quel beneficio che si è inventato il legislatore nel 2012, con cui si dà la possibilità ai lavoratori clandestini e irregolari, già presenti in Italia, di ottenere il permesso di soggiorno, a condizione che i datori di lavoro siano disposti ad assumerli e a versare i relativi contributi. Lui non solo è riuscito a far annullare l’atto della prefettura, ma anche ha dimostrato di aver lavorato in una azienda nonostante abbia svolto un periodo di lavoro in nero.
Ergo: senza produrre alcun documento contabile. Insomma cosa dire in questi casi, ci rivoltano come vogliono. E ricorsi ai giudici ordinari per i dinieghi dello status di rifugiato o al Tribunale amministrativo regionale contro gli atti di questura e prefettura non vanno di certo scemando. È di qualche settimana fa la notizia riportata da Il Gazzettino che gli avvocati del patrocinio gratuito dell’ Ordine di Venezia stanno rischiando il collasso. E il motivo è che i ricorsi che gli immigrati fanno contro i dinieghi all’asilo sono troppi. A febbraio 2016, a soli due mesi dall’inizio dell’anno, erano 485 le richieste pervenute, contro le 172 dell’anno scorso per lo stesso periodo. Sono profughi che non potendosi permettere di pagare l’avvocato, chiedono che le spese legali siano pagate dallo Stato. E a giudicare dai fatti ci riescono benissimo comprendendo spese legali, processuali e aggiungiamoci anche le sanzioni al ministero dell’Interno.
(Da ilgiornale.it, 31/3/2016).

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