Nel Paese delle quaranta tribù prove tecniche di democrazia

Nel Paese delle quaranta tribù

Prove tecniche di democrazia all’ombra della superstizione

dI PAOLO IORIO

Bishkek.«La nuova statua dev’essere pronta per il 30 agosto, per la festa nazionale, e sarà pronta, almeno credo». Meerim ha una cinquantina d’anni, il viso ovale e gli occhi fini dei kirghizi, metà bocca
d’oro, da cui fa uscire il fumo di una sigaretta, e una camicia ben aperta su un ventre decisamente abbondante.
È con altri cinque operai della sua squadra che si gode l’ombra del piedistallo che, nella torrida piazza centrale di Bishkek, sorregge il simbolo nazionale. Da lì sopra fino al primo agosto faceva bella
mostra la Statua della Libertà nella versione locale: la Statua della Libertà che sorregge il tunduk, l’elemento centrale – un cerchio in cui si incrociano tre assi di sostegno – della yurta centroasiatica.
«Ma non so perché ce l’hanno fatta togliere, non dovete chiederlo a me», sospira guardando i suoi tre colleghi che lavorano, gli unici, sulla cima dell’imponente piedistallo.
Il governo sì che lo sa. La Statua della Libertà è stata smontata perché portava jella. Nella tradizione locale una donna non può infatti sorreggere il tunduk mentre la yurta viene montata o smontata. A supporto della curiosa teoria, viene portata la storiarecente del paese.
Da che nel 2004 questa figura di donna con le ali, le vesti mosse dal vento e nella mano sinistra il famoso tunduk (è presente anche nella bandiera, giallo su sfondo rosso con intorno una fiamma per ognuna delle 40 tribù del Paese), ha preso il posto del più serio, ma meno autoctono Lenin (la più grande statua del padre dell’Unione sovietica ancora esistente è stata traslocata in un’altra piazza della capitale) questa giovane repubblica centroasiatica havissuto due rivoluzioni – quella dei tulipani nel marzo 2005 e poi una nell’aprile 2010, entrambe conclusasi con l’esilio del Presidente – e poi, nel giugno dell’anno scorso, un brutale scontro nel sud ovest del Paese tra la maggioranza kirghiza e la minoranza uzbeka ha fatto più di 400 vittime e costretto 100 mila uzbeki alla fuga.
Le loro case di Osh, seconda città del paese a due passi dall’Uzbekistan, sono ancora oggi distrutte.
E così per molti, tra cui chi comanda, la Statua della Libertà è diventata la Statua dell’Instabilità, il simbolo di una nazione che non trova pace.
Soluzione? Rimuoverla e mettere al suo posto un’opera che simbolizza il Manas, il poema epico nazionale, in pratica l’Iliade locale, assurto a nuovo simbolo di unità per un Paese dilaniato da tensioni etniche e tribali, oggetto delle pressanti attenzioni geostrategiche di Russia, Cina e Usa e governato – la Statua insegna – da un manipolo di superstiziosi.
Abdyrahman Mamataliev, membro del partito di opposizione Ar-Namys, è a capo del gruppo di deputati che chiede di cambiare il colore della bandiera, un bel rosso accesso, perché ricorda «il sangue». Ma non solo: a metà aprile sette montoni sono stati sgozzati all’interno del Parlamento «per cacciare gli spiriti maligni – versione ufficiale dell’ufficio stampa – dal Zhogorku Kenesh», nome della locale Camera. L’imam ha pregato per le vittime degli scontri dell’aprile 2010 e la carne è stata offerta ad un orfanotrofio e ad una moschea. Ma a poco è servito.
Pochi giorni dopo i membri di due partiti si sono presi a cazzotti in una furibonda lite all’interno
dello stesso Parlamento: diversi feriti ma la cosa, fortunatamente, non è degenerata, come avrebbe facilmente potuto succedere. La polizia ha infatti poi requisito ai presenti diverse pistole e pure un AK47. «La scazzottata è la dimostrazione di come i comportamenti criminali abbiano ormai fatto strada nel Parlamento», riflette Shairbek Jurayev dell’American University of Central Asia di Bishkek.
Da che nell’aprile 2010la piazza, caso unico tra le repubbliche centro asiatiche, ha cacciato il suo secondo Presidente, Kurmanbek Bakiyev riparato in Bielorussia con l’accusa di corruzione e violenze, il Kirghizistan è ancora alla ricerca di un assetto interno e di una posizione esterna. E ha sempre gli stessi problemi, tra cui spicca una corruzione endemica, tra le peggiori al mondo.
Dalle elezioni politiche dell’ottobre scorso, considerate una pietra miliare della democrazia in Centro Asia, ma osteggiate dagli Usa, è uscito vincitore il partito ultranazionalista Ata-Zhurt, seguito dalla formazione filorussa dell’attuale premier Almazbek Atambayev mentre solo quinto arrivava il partito pro Usa Ata-Meken, dato per vincitore alla vigilia dello scrutinio.
In Parlamento siedono anche altre 25 formazioni, segno evidente di instabilità, potenziale e reale, e nella prossime elezioni presidenziali di ottobre «ci saranno sicuramente tanti candidati quanti sono i partiti, ossia 28», racconta un funzionario della Camera locale, «ma vincerà Atambayev», conclude. Il che non è ancora detto, anche se probabile, ma soprattutto non è detto che Atambayev riesca ad assicurare la stabilità al suo paese.
L’attuale premier è legato a filo doppio con Putin, tanto che voleva pure intitolargli una cima di
4.3 76 metri (in Kirghizistan ce n’è già una vetta Lenin e una Eltsin), ma la cosa non è che piaccia molto ad un popolo che guarda a Mosca e alle sue ingerenze con un certo fastidio.
Il partito pro-Usa ha ricordato a Atambayev che una legge del 1995 proibisce di dare il nome di persone viventi a montagne, quindi dovrà attendere. Chi non aspetta è invece Putin: a dicembre ha lanciato un pacchetto di aiuti per vincere l’influenza statunitense e per stringere definitivamente a sé il Kirghizistan, allontanando le mire commerciali cinesi.
Ed è solo l’inizio, il Cremlino preme con forza perché Bishkek entri nell’unione doganale russokazaka.
Per farlo, il premier russo sta prendendo il paese per il collo, con la benzina. «Due mesi fa un litro costava 28 sum (0,44 euro) ora siamo superato i 40 sum (0,63) – si lamenta Sharif, un tassista della capitale – ne sta arrivando meno dalla Russia, può essere perché ce n’è meno di là, ma può anche
essere per esercitare pressioni su di noi, per farci entrare nell’unione doganale». E guarda caso la benzina più economica è quella della Gazprom, che sta lentamente conquistando l’intero mercato interno.
«Il problema – insiste Sharif – è che se entriamo nell’unione rallenta il commercio con la Cina: il Kirghizistan è il centro di distribuzione delle merci cinesi in centro Asia, una posizione che dà lavoro
a tanta gente e ci permette di avere beni a basso costo», conclude il tassita, in tempo per lanciare sull’autoradio A far l’amore comincia tu di Raffaella Carrà.
Oltre che a bloccare la penetrazione commerciale cinese, giocata non solo sui beni ma anche sui servizi (le strade sono costruite da aziende di Pechino che puntano a migliorare la rete viaria di tutta la regione per accelerare la penetrazione commerciale), Mosca vuole mettere fuori gioco gli Usa, radicati nella base aerea di Manas, cruciale per gli approvvigionamenti delle operazioni in Afghanistan.
A fine marzo la Gazprom, assieme alla Kyrgyzgas (in parte in mano alla stessa Gazprom), ha preso il controllo della fornitura di carburante alla base scalzando la statunitense Mina Corp., che ha perso il contratto per presunti legami con il figlio dell’ex Presidente Bakiyev, legami non rilevati da un’indagine statunitense, ma poco importa, la voce è bastata per iniziare a fare terra bruciata intorno alla base.
E questo è solo il primo passo per scalzare gli americani da una zona che il Cremlino vede come
di sua naturale ed esclusiva influenza. Gli altri dipendono dalle elezioni di ottobre, sempre che fino ad allora la nuova statua riesca nel suo intento: portar fortuna ed evitare nuovi scontri interetnici
che metterebbero a rischio tutto il processo di velata democratizzazione.
«L’unico che può evitare la guerra civile è Atambayev – assicura con fare agitato Volonia, 25
anni e un lavoro malpagato (150 euro al mese) nel turismo a Karakol, estremo est del Kirghizistan,
ai piedi delle montagne che portano alla Cina – se non vince lui le elezioni è a rischio l’integrità del
Paese e noi torneremo a Bishkek a protestare, come abbiamo fatto l’anno scorso. E ne vedremo
delle belle», conclude agitando con forza la sua bottiglia di birra.
«Nelle prossime elezioni ci saranno sicuramente tanti candidati quanti sono i partiti, ossia 28, ma
vincerà Atambayev».
(Da Il Riformista, 20/8/2011).




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