Muore una lingua ogni quindici giorni

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Globalizzazione

Ogni 15 giorni nel mondo muore un idioma. Anche l’italiano perde i pezzi

Non diciamo yes a chi ammazza la nostra lingua

di Aldo Forbice

Ogni quindici giorni nel mondo muore una lingua. E, ovviamente, con essa viene cancellata una cultura, espressione di una civiltà, di un costume, di una tradizione. Oggi gli idiomi nel nostro pianeta sono circa 10 mila, anche se ufficialmente ne risultano censiti 7 mila. Entro mezzo secolo ne scompariranno 3.400, mentre vi sono studiosi che profetizzano l’estinzione di quasi tutte le lingue (tranne quattro o cinque) entro la fine di questo secolo. E’ certo una visione apocalittica, ma tutt’altro che remota. Del resto, la conferma ci viene dai linguisti. Ad esempio, una ricerca della National Science Foundation conferma che “ogni due settimane muore l’ultimo uomo in grado di parlare un determinato linguaggio”. Secondo l’Unesco le lingue destinate all’estinzione sono circa 3000. Anche in Italia le lingue e i dialetti a rischio sono più di 20: al primo posto vi è il cimbro, diffuso nell’altopiano di Asiago. Segue il

sardo- gallurese, il mocheno (parlato da soli mille abitanti delle valli trentine), l’italiano- ebraico (l’italkian), quasi del tutto scomparso, e così via. Naturalmente sono a rischio anche gli idiomi nazionali, come l’italiano. La nostra lingua, infatti, trova difficoltà ad essere accolta tra quelle ufficiali della Ue e ad essere utilizzata dai giovani (che preferiscono l’inglese e il loro dialetto, talvolta fondendoli in uno strano idioma), dalla gente comune per snobismo e provincialismo. Con il risultato che insegne di negozi, bar, ristoranti e persino testate di giornali di provincia vengono intitolati con parole straniere. Ma, del resto, anche le nostre massime istituzioni (come il Parlamento) da tempo sembra che abbiano rinunciato alla lingua nazionale per adottare gli anglismi. Un solo esempio: la nota trasmissione tv di risposte alle interrogazioni parlamentari si chiama Question Time. Personalmente ne ho parlato col presidente della Camera Casini, che si è molto interessato al problema: ha promesso di occuparsene, ma finora non è cambiato nulla. A parte l’Accademia della Crusca e lo scomparso Mario Luzi, pochi linguisti sembrano dare molto peso a questo problema. E’ d’accordo su questo anche Diego Marani, che, in un divertente libro (“Come ho imparato le lingue”, Bompiani) ha stigmatizzato il diffuso disinteresse per la nostra lingua.

(Da La Nazione, 8/9/2005).

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