Motore della crescita inceppato in tutta la Ue. Di F. Giavazzi

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Corriere della Sera 8.4.04

Motore della crescita inceppato in tutta la Ue

IL PATTO STUPIDO E QUELLO FLESSIBILE

di FRANCESCO GIAVAZZI

I cittadini non devono illudersi che basti una diversa politica di bilancio per far ripartire l'economia europea. Se gli Usa crescono e noi no, è perché oltreoceano il tasso di fertilità è al 2,13 mentre in Germania e Italia è all'1,2; perché i giovani (maschi) tra i 25 e i 29 anni non ancora entrati nel mercato del lavoro sono solo 7 su 100 negli Usa, e 19 in Italia; perché le università attraggono i migliori da tutto il mondo, e noi li perdiamo:

provate a spiegare a un matematico indiano che per essere assunto da un'università italiana o francese deve sottomettersi a un concorso nazionale che si svolge ogni due o tre anni. Perché alla facoltà di matematica di Pavia, una delle migliori d'Europa, le matricole sono meno di 20, mentre c'è la coda per iscriversi a Scienza delle comunicazioni. Negli Stati Uniti bassi tassi d'interesse, spese e tagli fiscali hanno spinto consumi e investimenti e l'economia ha rapidamente ripreso a correre. Molti temono che sia una ripresa «drogata» e che prima o poi il motore americano cominci a «picchiare in testa». Non è un rischio che corre l'Europa: il nostro motore funziona male e finché non lo si aggiusta non è cambiando la benzina che l'economia correrà di più.

In una ricerca condotta da due economisti, Veronica De Romanis e Francesco Daveri, si analizzano gli effetti di una trentina di episodi di riduzione delle imposte nei Paesi Ocse tra il 1975 e il 2000. Un taglio delle tasse di un punto l'anno, in percentuale del Pil, ripetuto per tre anni, aumenta la crescita del Pil potenziale (la misura che meglio coglie gli effetti permanenti di una riduzione delle imposte) di circa 0,72 punti se il deficit resta inalterato, ma di soli 0,33 se esso aumenta. Come ha scritto la Banca centrale europea, se si riducono le imposte è meglio che tale riduzione sia attuata mantenendo il pareggio di bilancio e cioè tagliando le spese, altrimenti i guadagni di crescita si dimezzano.

Il guaio è che gli elettori puniscono chi cerca di tagliare la spesa pubblica.

Un anno fa Raffarin varò la riforma delle pensioni e ora si apprestava a ridurre i costi della sanità: i francesi lo hanno bruscamente fermato. In Germania, Paese di diverso colore politico, se il cancelliere Schröder si presentasse oggi alle elezioni, dopo aver avviato la prima riforma dello stato sociale tedesco dal dopoguerra, raccoglierebbe non più del 30% dei voti. Lo ha capito subito Berlusconi, e infatti la nostra riforma delle pensioni, che a novembre sembrava cosa fatta, è stata di nuovo rimandata; e intanto la spesa pubblica corre a un tasso doppio dell'inflazione.

Non v'è dubbio che il Patto di stabilità così com'è non funziona, perché non aiuta i governi a fare le riforme. Per incentivare la previdenza integrativa è necessario ridurre i contributi al sistema pubblico; ma nel frattempo bisogna continuare a pagare le vecchie pensioni. Quindi, per un po', le entrate diminuiscono, mentre le uscite rimangono invariate. Non fare le riforme solo perché non se ne può pagare il costo nel breve periodo non è saggio. Il nuovo Patto dovrà essere flessibile con chi fa le riforme e rigido con chi si illude sia sufficiente tagliare le tasse senza ridurre la spesa.

Presto Pedro Solbes lascerà Bruxelles per diventare il nuovo ministro dell'Economia di Madrid. La sua strenua difesa del Patto è stata criticata da tutti, persino da Prodi, che lo definì una regola stupida. Ma se in giugno i governi europei nomineranno una Commissione più docile forse rimpiangeremo l'austero spagnolo, il quale ogni giorno ci ricorda che, se il motore non va, cambiare la benzina non basta.

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