Morto l’ideatore del Codice Navajo

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Morto l’ideatore del “Codice Navajo”

Il marine pellerossa che batté i giapponesi

Sam Billison, con altri indiani, usò la lingua della sua tribù per trasmettere messaggi assolutamente indecifrabili

di Giampaolo Pioli

Non ha mai avuto un certificato di nascita. E’ venuto al mondo sul tappeto di stuoie in una tenda indiana nella riserva dell’Arizona intorno a metà degli anni ’20. E’ morto ieri per un attacco cardiaco non lontano dalla sua vecchia tenda dopo una vita passata a spiegare un linguaggio sconosciuto e non scritto: il “Navajo code”. Con lui sparisce un simbolo della cultura e del patriottismo dei pellerossa americani. Samuel Billison, quasi 80 anni, “Kee” nella sua tribù, è stato il fondatore dei “Code Talkers”, quel manipolo di giovani indiani che hanno tradotto il linguaggio “navajo” in un segretissimo e mai violato “codice militare” durante la seconda guerra mondiale. Così come i misteriosi cerchietti scuri tra le nuvole fatti con un telo e un fuoco servivano ad orientare le tribù in guerra, i messaggi militari in “codice navajo” sono diventati più rapidi, sicuri e protetti di qualsiasi cablogramma. Hanno permesso ai marines di spostare truppe e pianificare attacchi senza essere mai scoperti dal nemico giapponese.

Il “Navajo Code” è stato giudicato dagli strateghi militari il vero elemento chiave per molte delle vittorie americane nel Pacifico e più avanti in Corea e Vietnam.

Billison conosceva perfettamente il “codice” dall’età di 4 anni e quando venne mandato dalla madre nella scuola parrocchiale della tribù, preti e suore che gli insegnavano l’inglese non vollero più che lui parlasse con gli altri bambini quella “lingua segreta”. Lui disobbedì e continuò a praticarla trasformandola nel suo “tesoro”. Divenne la voce dei “Navajo Code Talker G.I.Joe”. Fu il primo dei 29 giovani pellerossa arruolati a Fort Wingate in New Mexico ad insegnare la lingua indiana senza alfabeto. “Se non fosse stato per i Navajo – ha detto il generale Howard Condor – i marines non sarebbero mai arrivati alla conquista di Iwo Jima”. L’importanza di questa lingua tramandata e in via d’estinzione come “arma letale” nelle comunicazioni belliche venne scoperta da Philip Johnston, un veterano della prima guerra mondiale, figlio di un missionario vicino ai pellerossa e uno dei pochi non Navajo a conoscere il loro modo di comunicare. Quando si è trattato di convincere le alte gerarchie militari a trasformare i codici classici nel “linguaggio navajo”, la resistenza divenne talmente forte che a Johnston non restò che arrivare fino al presidente Franklin Delano Roosevelt per farsi ascoltare. Il test della Marina fu decisivo.Costretti a competere con gli specialisti dell’alfabeto morse, Billison e i suoi indiani riuscirono a mandare 800 messaggi in 48 ore senza il minimo errore, riducendo il tempo di trasmissione di ogni singolo ordine da 3 ore a 3 minuti. Dopo la guerra nessuno dei “Code Talkers” ottenne promozioni o medaglie. Ricevettero soltanto l’ordine del “silenzio”. Potevano solo dire “ho combattuto con i marines” senza spiegare come. Il Pentagono riuscì a custodire come un vero segreto militare il codice di Billison oltre venti anni dopo la guerra. Venne rivelato pubblicamente solo nel 1968.

Hollywood ha esaltato l’avventura umana dei Navajo combattenti e di “Samuel il maestro” con due film. Ma uno di questi “Windtalkers”, diretto da John Woo, venne scritto con troppe licenze e non ottenne il consenso della tribù. Sam finì l’università dopo la guerra e ottenne il master in scienze e amministrazione diventando professore e preside, oltre che membro del consiglio generale dei Navajo e instancabile punto di riferimento per i giovani pellerossa.

(Da La Nazione, 19/11/2004).

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