Monicelli e la lingua degli italiani.

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Monicelli e la lingua degli italiani.

Il Prof. Fabrizio Franceschini svela il “linguista” nascosto dietro la macchina da presa.

Incontriamo Fabrizio Franceschini, Professore di Linguistica Italiana presso il Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell’Università di Pisa, per parlare di lingua, cinema e storia del nostro paese. Alla vigilia del100° anniversario dell’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale il suo volume “Monicelli e il genio delle lingue” (Felici Editore) diventa prepotentemente d’attualità.

Professore, come nasce questo libro?
Tutto nasce da un ciclo di lezioni che ho tenuto nel 2012 sui cambiamenti della lingua italiana visti attraverso i film di Monicelli: un corso diverso dal solito, accompagnato da alcune proiezioni al cinema Arsenale. La storia della lingua italiana non si insegna solo sui testi del ‘500 e il calore con il quale gli studenti hanno seguito questo corso lo dimostra.

Qual è il filo che lega Monicelli alla storia della nostra lingua?
Da tempo avevo la sensazione che il punto linguistico fosse all’origine di film come La grande guerra e L’armata Brancaleone. Certo, lo studioso deve poi approfondire per confermare le intuizioni e io ho trovato documenti straordinari.

Per esempio?
Per esempio un’intervista in cui Monicelli fa capire di aver ben presente la situazione linguistica dell’Italia alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, da lui definita “una penisola di trenta milioni di abitanti di cui il settanta percento analfabeti”, messi insieme a forza dal conflitto e che riuscirono a “costruire una lingua comune” per sopravvivere.

L’interesse linguistico di Monicelli è riscontrabile nei suoi film?
Certamente. Monicelli lavora sull’italiano a più riprese, nelle varie stesure della sceneggiatura e anche a film completato: era prassi, infatti, doppiare gli attori e Monicelli sfrutta questa possibilità per fare delle modifiche. Lo si vede bene confrontando dialoghi con il parlato filmico: questo passaggio arricchiva i vari personaggi, aumentandone l’espressività, come accaduto a Vittorio Gassman e Silvana Mangano ne La grande guerra.

In questo processo Monicelli non è solo, vero?
Sicuramente egli ha sempre rivendicato un ruolo di primo piano nel definire le coordinate linguistiche dei suoi film, ma il complesso lavoro di scrittura è stato fatto da Age e Scarpelli. E non dimentichiamo gli attori: Sordi ne La grande guerra aveva per contratto diritto di aggiungere qualcosa al suo personaggio, come fa anche Tognazzi in Amici miei.

Nel 2015 l’Italia celebrerà il centenario del suo ingresso nel primo conflitto mondiale, che posto occupa oggi La grande guerra nella storia del cinema?
Fino al 1959, anno di uscita del film, l’Italia non aveva prodotto grandi pellicole che raccontassero il conflitto, mentre c’erano capolavori americani come Shoulder Arms di Charlie Chaplin e Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick. Non solo il film di Monicelli colma questa lacuna, ma impone un punto di vista nuovo: non abbiamo la guerra raccontata dalle èlite militari o intellettuali, ma da due poveracci che non fanno nulla per sembrare diversi da come sono. Da qui inizia il rovesciamento del mito patriottico ed è uno dei motivi per cui il film resterà nella storia.
Intervista raccolta da Graziana Maggi
(Da pisainformaflash.it, 23/9/2014).




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