Modi di dire e dintorni: «Insulto, dunque sono. Modi e funzioni delle ingiurie razziste»

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La curiosità Fare i portoghesi deriva da quando, nel ‘700, i romani approfittarono di una festa dell’ambasciata di Portogallo.

 

I francesi chiamavano gli italiani babis, rospi, mentre gli ucraini, pensando alle barbe, bollavano i russi come katsap, capre. Gli australiani ancora oggi parlano degli ex jugoslavi come flea, pulci, solo per il fatto che in tanti (slavi) hanno il cognome in -ich o -itch, che in inglese rimanda al pizzicore. Ma ce n’è anche per i francesi, che sul lago di Garda sono per alcuni i chenù, a causa del loro ossessivo ripetere chez nous (da noi). Gli esempi si trovano in «Insulto, dunque sono. Modi e funzioni delle ingiurie razziste», libro uscito per i tipi della Emi, Editrice missionaria italiana, scritto da Giovanna Buonanno, laurea in Pedagogia, insegnante di Lettere poi dirigente scolastica ora in pensione che si muove tra Pozzuoli, la sua terra d’origine, e Brescia, la sua città d’adozione. Il libro si muove su più livelli: uno più giocoso, che permette di viaggiare per il mondo e per i mille epiteti sprezzanti che i popoli usano o hanno usato per definire i vicini di confine o i «diversi»; l’altro più serio, non solo per il lavoro di ricerca rigoroso durato anni, ma anche per le riflessioni sul linguaggio. Che, spiega l’autrice, è sempre insidioso e spesso prepara aggressioni e guerre. «Nel linguaggio c’è potenza e allusione – afferma Buonanno -, ma io non mi preoccupo di politically correct, ma di rapporti di buon vicinato». Un invito alla responsabilità delle parole, a sapere e capire come si parla, perché è vero che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ma il comportarsi in una certa maniera aiuta ad usare un linguaggio appropriato. «Sfuggiamo l’eccesso di precisione e parliamo con sensibilità – spiega -: a cosa ci serve sapere che i bambini di una scuola sono di 55 etnie? Non basta sapere che arrivano da tutti i continenti? Il problema è che non ci manca l’informazione, ma la capacità di selezionare». E, verrebbe da dire, di innovazione ed elasticità mentale. «A fenomeni nuovi diamo nomi vecchi: l’immigrato è condannato a quella condizione, il migrante è transitorio».«Insulto, dunque sono» è un viaggio negli stereotipi, negli insulti, nelle parolacce e negli epiteti apparentemente innocui di mezzo mondo. È anche una felice scoperta: fare il portoghese sembra ad esempio che derivi dalla Roma papalina del XVIII secolo, quando l’ambasciata di Portogallo organizzò una grande festa alla quale i portoghesi residenti erano invitati gratuitamente ma alla quale parteciparono anche tanti romani «scrocconi»…

Bendinelli Thomas
(Dal Corriere della Sera, 20/11/2013).




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