Modi di dire e dintorni.

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Quella donna? E’ una gattamorta.

Chi lo direbbe che l’origine è greca.

“Sì, sì. La conosco bene io quella lì!”, disse la donna al figlio. “Cosa vuoi dire mamma? Di cosa stai parlando”, le chiese il ragazzo sorpreso. E la madre di rimando: “Quella lì, caro il mio ingenuo, è una gattamorta”. Il breve dialogo ci serve a introdurre una nuova e colorita espressione: “essere” o anche “fare la gattamorta”. Il detto risale allo scrittore greco Esopo (VI sec. a.C.), che in una delle sue favole narra di come un gatto si finse morto per riuscire a catturare i topi. Questi ultimi ingenuamente gli si avvicinarono e lui così poté mangiarli. La storia, poi, è stata ripresa anche da La Fontaine. Di qui il significato di fingersi ingenui e tranquilli, rivelando la propria indole al momento opportuno per trarne vantaggio. L’espressione è spesso usata per alludere a quelle donne che sono abili seduttrici.
(Da La Nazione, 2/4/2014).

Parole fiorentine

Reggi Reggello che Cascia la pende

“Reggi Reggello che Cascia la pende”. Trattasi di gioco comico e relative etimologie. Reggello dal verbo reggere e Cascia da accasciare. Reggello anticamente si chiamava Reggello di Cascia e solo nel 1773, grazie ad un provvedimento amministrativo del Granduca Leopoldo, si registrò la nascita della comunità di Reggello.
(Da La Nazione, 6/4/2014).

Che cosa sono le sette camicie?

Scoprirlo può diventare faticoso

“Quindi ti farai interrogare di nuovo?”, chiesero i compagni a Mario. Siete matti, ho sudato le sette camicie per strappare la sufficienza almeno in matematica. Mio padre si arrabbierà, ma almeno non dovrò passare l’estate sui libri”, rispose il ragazzo. Ancora una volta ci siamo serviti di un breve dialogo per introdurre un modo di dire dell’italiano: “sudare sette camicie”. Che cosa significa questa espressione? L’espressione significa un impegno tale per cui si è reso necessario cambiare la camicia ben sette volte, tanto si è faticato per portare a termine un lavoro. Ma perché si usa proprio 7 e non 5 o 7? Il sette è un numero magico e proverbiale, basti pensare quanto ricorre spesso nella Bibbia (sette sono i peccati capitali, i sacramenti, i doni dello spirito Santo, ecc.). Per convenzione, però, indica una lunga ripetizione, così come quattro o due alludono invece a poco (per esempio “fare due o quattro chiacchiere”).
(Da La Nazione, 9/4/2014).

Parole fiorentine

“Festa in Boboli”

“Festa in Boboli” si diceva con sarcasmo quando si spendeva senza criterio per cose futili, appunto come presa in giro per un pranzo più ricco del solito. Il Giardino di Boboli era il giardino granducale di Palazzo Pitti. In particolare l’anfiteatro, il più antico teatro di corte della città, era il luogo deputato per gli spettacoli estivi, tant’è che le feste principesche che vi si allestivano divennero proverbiali.
(Da La Nazione, 13/4/2014).

“Peggio che andare di notte”

Si possono prendere due direzioni

Più volte, in questa rubrica, ci è capitato di evidenziare come alcune parole più di altre abbiano suggerito o siano state scelte per la creazione di modi di dire. Ne è un chiaro esempio “notte” (notte bianca, far notte, eccetera). L’espressione di cui ci occupiamo questa volta è “peggio che andare di notte”. Il modo dire è legato al pericolo che si correva girando di notte un tempo, quando mancava l’illuminazione. Non solo si vedeva poco e si poteva cadere, ma c’era anche il rischio di imbattersi in malfattori, che con il favore del buio giravano praticamente indisturbati e certi di non essere identificati. Avventurarsi di notte, quindi, era molto insicuro al punto da essere quanto di più brutto si potesse augurare a una persona. Espressioni simili sono “di male in peggio” e “cadere dalla padella nella brace”.
(Da La Nazione, 16/4/2014).

Parole fiorentine

Arno e mori ogni anno ne vole

“Arno e mori ogni anno ne vole”. Le statistiche di incidenti assai comuni un tempo nel fiume che attraversa la nostra città suggerì questa un po’ macabra espressione, che stava a significare “fare incautamente il bagno in Arno e salire sui rami dei gelsi”. Il gioco linguistico utilizzava mori come voce del verbo morire e come sostantivo, sinonimo di gelsi.
(Da La Nazione, 20/472014).

Discutere dell’ombra dell’asino

Che cosa nasconde il giro di parole?

La lingua italiana si è evoluta con il passare dei secoli, arricchendosi di neologismi, ma anche dimenticando vocaboli e rimpiazzandoli con il loro equivalente inglese. Questa volta abbiamo però deciso di occuparci di un modo di dire di uso meno frequente per i nostri giorni, sebbene di grande suggestione. Che cosa significa, dunque, discutere dell’ombra dell’asino? Narra Plutarco che Demostene difendeva un cliente, ma l’uditorio era distratto e l’oratore prese così a narrare di un viaggiatore e di un padrone di un asino: litigavano per stabilire chi avesse diritto a ripararsi all’ombra dell’animale. Recuperata l’attenzione, Demostene ricominciò a parlare del suo cliente tra le proteste del pubblico che voleva conoscere come andava a finire la lite. L’oratore allora rimproverò tutti i presenti, accusandoli di interessarsi più della discussione sull’ombra dell’asino che delle sorti di9 un loro concittadino.
(Da La Nazione, 23/4/2014).

Parole fiorentine

Tra Affrico e Mensola

“Essere tra Affrico e Mensola”. Da un punto strettamente geografico, o meglio idrografico, Affrico e Mensola sono due torrenti che scendono da Fiesole a Firenze. L’espressione è visualizzazione della metafora, come a dire “essere tra incudine e martello”. I due torrenti, infatti, delimitavano quella zona del Campo di Marte dove, un tempo, venivano issati forche e patiboli.
(Da La Nazione, 27/4/2014).

 




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