Modi di dire e dintorni

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La curiosità

Perché si dice «idem con patate»

La patata (di cui quest’anno la Fao celebra l’anno internazionale) divenne un alimento popolare in Europa solo nell’800. Il detto «Idem con patate» ha origine dal fatto che nelle trattorie delle zone di lingua tedesca veniva servito un solo piatto al giorno, con un unico contorno, le patate appunto, diffusissime e praticamente gratuite. Oggi il motto si usa per indicare un’aggiunta troppo ripetitiva e sostanzialmente inutile.
(Dal Corriere della Sera, 16/2/2008).
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Quel nome che arriva da Bruges

Ci vediamo à la Bourse. Nel ‘500 l’appuntamento per i mercanti di Bruges era obbligato. Per acquistare o vendere titoli che certificavano la proprietà di merci in viaggio (e che quindi non potevano essere mostrate al compratore) si ritrovavano in una piazza, Grauwwerkersstraat, dove c’era una sorta di mercato organizzato, ospitato nel palazzo che Jacopo Van der Bourse si era fatto costruire nel 1423. Da qui l’abitudine di chiamare Bourse il luogo dove gli operatori si scambiano titoli. Sul palazzo campeggiavano le tre borse ben rigonfie che rappresentavano lo stemma dei van der Bourse. I quali, in realtà, sembra che fossero dei Borsa, mercanti veneziani che, trasferitisi a Bruges, avevano “tradotto” il loro cognome in lingua fiamminga.
(Da La Nazione, 15/2/2008).
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Bada come parli

Il bamboccione non è sempre mangiapane a ufo

di Giovanni Nardi

Un anziano lettore mi chiede se il termine “bamboccione” di cui tanto si è parlato in questi ultimi tempi equivalga, almeno in parte, al “mangiapane a ufo” della sua giovinezza. Più che una domanda, questa mi pare una provocazione, alla quale peraltro non intendo sottrarmi. Credo che il lettore voglia riferirsi a un uso recente e malizioso del termine “bamboccione” nel senso di ex bambino cresciuto tra le mura domestiche, tra le quali si sia adagiato, accettando di essere mantenuto (e viziato) dai genitori fin verso i quarant’anni, senza impegnarsi a ricercare un lavoro e una sistemazione autonomi. Proprio come fa, in casa, un “mangiapane a ufo”, ossia un componente del gruppo familiare che non contribuisce alla sua economia. Ma le cose sono un po’ più complicate di quel che appaiono. Prendiamo “bamboccione”, accrescitivo di ‘bamboccio’, termine usato da secoli nella lingua italiana per definire dapprima un bambino grassoccio, e poi, in senso figurato, una persona semplice e inesperta, e quindi sciocca. Ma quella di un figlio costretto a rimanere in famiglia sempre più a lungo è piuttosto una necessità, dovuta alla difficoltà di trovare un lavoro stabile che lo renda autosufficiente e indipendente. Per quel che riguarda “mangiapane” (parola composta da mangia, voce del verbo mangiare, e pane) “a ufo” (termine d’incerta origine, probabilmente onomatopeica, anche se non sono mancate improbabili e amene ricostruzioni, quali la derivazione da formule latine – “ad usum Fabricae” oppure “ad urbis fabricam” – per significare l’esenzione da tasse e dazi) ossia a scrocco, il valore è sempre e soltanto negativo, da quando l’espressione fu usata per la prima volta, anche qui secoli fa: significa vivere facendosi mantenere. Che non è una necessità, ma una scelta di vita; basti pensare che una variabile del sintagma, col medesimo valore, è “mangiapane a tradimento”.
(Da La Nazione, 8/3/2008).
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Nuovo di zecca, un’eredità araba

di Giovanni Nardi

Ci sono nella lingua italiana due espressioni equivalenti, “nuovo di zecca” e “nuovo di trinca”; ma mentre la prima è ancora in auge, la seconda è invece usata da sempre meno parlanti. Forse perché mentre sul primo sintagma non esistono dubbi di sorta, sul secondo qualche perplessità c’è, non foss’altro per una supposta parentela con il verbo trincare, che significa bere molto e smodatamente. Di qualche aiuto può essere allora l’etimologia. Il verbo ‘trincare’, come i sostantivi ‘trinca’, ‘trincata’ e ‘trincone’, ha un padre comune, il verbo tedesco “trinken” che significa ‘bere’. Ma sarebbe troppo arduo, su questa base, arrivare al significato di ‘nuovo fiammante’. Esiste invece un’altra “trinca”, omografa ma non omologa, attestata fin dal Seicento, che significa legatura fitta, usata in gergo marinaresco. Questo termine ha probabile provenienza spagnola, ed estensivamente ha acquistato il significato di cosa ‘appena legata’ e quindi ‘appena fatta’ così come nuovo di zecca vale ‘appena coniato’, appena uscito dalla zecca, che è appunto nella lingua italiana, fin dal Trecento, la fabbrica dove si coniano le monete. Anche in questo caso, esiste un’altra ‘zecca’, omografa ma non omologa, che è il fastidioso acaro che può colpire animali e uomini. Quest’ultimo vocabolo ha origine longobarda, mentre la zecca delle monete è una delle parole che abbiamo ereditato dall’arabo. Dove “sikka(h)" vuol dire ‘conio, moneta’, e “dar-assikka” la ‘casa della moneta’. Da ricordare infine che da zecca – moneta deriva l’aggettivo “zecchino”, che gradatamente, divenuto nell’uso un sostantivo, sostituì come termine il più antico ducato, che era la moneta d’oro italiana coniata dapprima a Venezia – nel 1284 – e poi anche altrove. Quella parola si chiamava così dalla parola “ducatus” che figurava nella legenda (non leggenda, ma cosa da leggere, iscrizione) del conio veneziano.
(Da La Nazione, 15/3/2008).
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Pagare il fio, la pena dei seminatori di discordie

di Giovanni Nardi

C’è una singolare espressione, nella lingua italiana, che si perpetua immutata nei secoli: pagare il fio. La singolarità concerne il sostantivo fio, che significa da molto tempo ‘pena’, ‘conseguenza’, ‘castigo’; inoltre questo sostantivo è usato soltanto con il verbo pagare, che invece ha una pluralità di accezioni ed è uno dei termini correnti della nostra lingua. Per la verità, Dante usava pagare il fio nel senso di ‘pagare il debito’, come dimostra sia nell’Inferno (XXVII Canto, verso 135: che cuopre ‘l fosso in che si paga il fio) raccontando di Guido da Montefeltro seminatore di discordie, sia nel Purgatorio (XI Canto, verso 88: Di tal superbia qui si paga il fio;) dove incontra il celebre miniaturista Oderisi da Gubbio. Il vocabolo fio deriva dall’antico francese fieu che significa ‘feudo’, ed estensivamente ‘tributo’ e quindi ‘salario’.
Se il sintagma pagare il fio è davvero un unicum della lingua italiana, si possono tuttavia ricordare altre due accezioni del vocabolo fio, la prima nella lingua e la seconda in alcuni dialetti. In lingua, il fio era il nome dato in antico alla lettera ipsilon (y), e aveva assunto significati diversi in locuzioni come venire al fio (giungere al termine), dall’a al fio (dal principio alla fine), meno d’un fio (un nonnulla, un niente). Ma ormai nessuno usa più la parola con questi significati.
Alcuni dialetti, infine, conservano ancora la locuzione fio d(e) anema, ossia figlio d’anima, per designare il figlio adottato. Questa forma è presente sia nel dialetto veneto sia in quello veneto giuliano; in Friuli si dice fi d’anime e in calabrese meridionale e in siciliano figghiu d’anima. Da registrare infine, in Sardegna, il nuorese fiz’ ’e anima. La designazione di figlio d’anima per indicare l’adottato è proprio anche di altre lingue; l’origine potrebbe essere balcanica.
(Da La Nazione, 22/3/2008).
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Il problema di Edipo è l’accento, non il complesso

di Giovanni Nardi

Un bravo e colto giornalista televisivo, tutte le volte che adopera la parola carisma, la pronuncia con l’accento tonico sulla prima sillaba, càrisma. Probabilmente per ricordare l’origine greca del termine. Il vocabolo in effetti deriva da chàrisma, che significa ‘dono divino’, ‘grazia’ ed è collegato al sostantivo charis, che significa appunto ‘grazia’. Dal greco la parola è passata al latino tardo, senza peraltro modificare la pronuncia, ossia rimanendo sdrucciola. Si tratta di un termine per molto tempo confinato in ambito ecclesiastico e che, sia pur presente da parecchi secoli nella lingua italiana, appartiene alla lingua colta. Estensivamente, viene adoperato in questi ultimi tempi per indicare una persona che ha un eccezionale prestigio derivatagli da capacità di comando, forza di persuasione e presa sul pubblico. E c’è addirittura chi, come Max Weber, ha elaborato una ‘teoria del carisma’. Questa parola, in italiano, si pronuncia carìsma. Non esiste cioè, anche se il termine deriva dal greco, la possibilità di una doppia pronuncia (ossia di dire anche càrisma), come invece può capitare in alcune voci del lessico medico. Per le parole che terminano in –ema e in –osi (per esempio edema, flogosi, anastomosi, sclerosi, arteriosclerosi, ecchimosi) è in generale preferibile l’accentazione sulla penultima sillaba perché c’è stata la mediazione latina attraverso la quale sono giunte fino a noi, ma talvolta l’uso far preferire la pronuncia greca, per cui per esempio è meglio dire ecchìmosi rispetto a ecchimòsi. E che dire del nome proprio Edipo? Forse Freud si rivolterebbe nella tomba se qualcuno parlasse di complesso di Èdipo, come la pronuncia ‘alla latina’ consiglierebbe, perché gli psicoanalisti (e non solo loro) sono concordi nel parlare del complesso di Edìpo giuntoci attraverso la pronuncia greca del nome dello sfortunato figlio di Laio.
(Da La Nazione, 29/3/2008).
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Annunci di lavoro: parole, parole, parole (inglesi)

di Rosanna Frati

Bisogna saper bene l’inglese per far carriera: è il ritornello che sentiamo ripetere con assillante costanza. Eppure anche quelle di noi che – avendone l’occasione – potrebbero intrattenere una conversazione in lingua originale con George Clooney rischiano qualche difficoltà nel comprendere il lessico degli annunci di lavoro, infarciti di termini tecnici e specifici. Spesso neanche il vocabolario è d’aiuto. Le parole prese a prestito dall’inglese in cui ci si imbatte nel mondo del lavoro esprimono, infatti, concetti che una tradizione letterale non riesce a restituire e costituiscono uno slang, indispensabile da conoscere per comprendere a fondo il senso degli annunci e sostenere al meglio i colloqui.
Come una sorta di Virgilio anglosassone, Ilaria D’Aquila, direttore di risorse umane di Adecco, una delle più importanti agenzie di intermediazione del lavoro presenti in Italia (i cui dipendenti sono al 75% donne), spiega i concetti che si nascondono dietro alcuni dei vocaboli più ricorrenti nel mondo del lavoro.
Action learning. Un gruppo di persone che fanno parte di uno stesso comparto è chiamato a focalizzare un problema e, attraverso domande e riflessioni che ciascuno compie a seconda delle proprie competenze, cerca e trova la soluzione.
Hard skills. Sono le abilità tecniche necessarie a svolgere un lavoro, una professione; per esempio, la capacità di utilizzare il computer, saper redigere un bilancio, parlare e scrivere in una lingua straniera. Si possono anche apprendere con il “training on the job”, un’attività di formazione che si svolge sul luogo di lavoro, in particolare ogni volta che una persona, nell’ambito della stessa azienda, passa da un ruolo a un altro per il quale ha bisogno di altri hard skills.
Job sharing. E’ una tipologia di contratto concepita, in particolar modo, per le madri che vogliono continuare a lavorare senza rinunciare a stare vicino ai figli. Due persone, per esempio due donne, condividono un unico rapporto a tempo pieno, con le stesse mansioni, responsabilità e obiettivi. Se una delle due è malata, l’altra è obbligata a sostituirla.
Outplacement. E’ un servizio previsto dalla cosiddetta legge Biagi, effettuato solo da agenzie per il lavoro autorizzate. L’agenzia, pagata dal datore di lavoro, aiuta quei dipendenti, considerati in esubero a causa di fusioni societarie o chiusure di reparti, a trovare un lavoro in un’altra azienda. A seconda dei casi, viene fornito aiuto psicologico o un corso di formazione, oppure vengono insegnate le tecniche di ricerca di un nuovo lavoro e di riorientamento professionale.
Permanent placement. Posto di lavoro con contratto a tempo indeterminato (volgarmente detto posto fisso).
Recruitment. E il processo che comincia con l’annuncio di ricerca del candidato, prosegue con la selezione, fino a identificare la persona da assumere.
Soft skills. Più intangibili delle capacità tecniche, sono requisiti comunque richiesti e valutati da chi seleziona il personale. Riguardano le modalità attraverso le quali le persone si relazionano tra loro, per esempio la capacità di comunicare, di ascoltare, e di risolvere i conflitti, di delegare e di trovare le soluzioni ai problemi (“problem solving”).
(Da Grazia n. 13, aprile – 2008).
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Perché si deve “tirare le fila”

di Giovanni Nardi

Il sostantivo maschile “filo” ha due plurali: il normale – e maschile – “fili”, e il femminile “fila”. Ma l’uso della seconda forma è particolare e circostanziato, e non può sostituire sempre il maschile, come invece qualcuno fa pensando di far bene, né tanto meno usarlo come equivalente di “file”, femminile plurale del sostantivo femminile “fila”. Vediamo di spiegarci meglio, aiutandoci con degli esempi.
Il significato più comune del termine filo – che deriva dal latino “filu(m)” – è quello di un prodotto sottile e allungato che serve per cucire, tessere e per altre funzioni simili. Per cui esiste un filo di cotone, uno di seta, uno di lana e via filando. Tra gli altri significati, c’è anche quello di ‘tirante delle marionette’: le marionette, cioè, sono collegate a un filo, attraverso il quale il burattinaio le fa muovere.
In questo caso, si dice che il burattinaio ‘tende’, ‘tira’ le fila, ed estensivamente ‘tirare le fila di un complotto’ significa prepararlo, organizzarlo e attuarlo, quasi sempre nell’ombra e nel mistero (come appunto fa in genere il burattinaio, che gli spettatori del suo teatrino non vedono).
Il sostantivo femminile “fila”, nell’uso normale, ha al plurale soltanto il femminile “file”. Il significato più comune di questa parola è un insieme di persone o di cose disposte una dopo l’altra, da cui discende quello di ‘serie continua’. Ecco quindi una fila, due file, tre file eccetera. In un solo caso si usa il plurale fila: nell’espressione serrare le fila, quando i militari sono invitati a stringersi in formazione compatta. Comunque, non è sbagliato dire serrare le file.
La parentela vera tra il “filo” e la “fila” si ritrova a livello etimologico. Gli studiosi ritengono infatti probabile la derivazione del termine femminile dal plurale femminile del maschile filo, ossia dalle fila serrate poco sopra.
(Da La Nazione, 5/4/2008).
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Lo stress col tempo diventa noioso

di Giovanni Nardi

Nel linguaggio esagerato che ci è stato imposto dalla spettacolarizzazione dell’informazione (un testimone non è mai un testimone e basta, ma ‘il’ supertestimone, così come un film non è mai brutto e basta, ma una boiata pazzesca), si va diffondendo sempre più l’uso del vocabolo stress e della sua famiglia (dal verbo stressare alle sue forma verbali, fino all’aggettivazione di stressante e stressato e alla sostantivazione di stressamento). Per cui subire un banale contrattempo diventa, anche nel linguaggio di tutti i giorni, essere vittima di uno stress. Il termine indica propriamente l’affaticamento dell’organismo derivante dalla reazione a una serie di stimoli intensi di natura fisica, chimica, psichica, e le condizioni stesse che danno origine a tale affaticamento. Ne ha parlato per primo, a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, il medico canadese di origine austriaca Hans Hugo Bruno Selye, dedicandosi a un saggio, intitolato The stress of life (Lo stress della vita) e introducendo così il termine nel linguaggio scientifico internazionale. Il vocabolo è inglese e significa ‘sforzo’; se però andiamo alla ricerca dell’etimologia, ci imbattiamo nell’origine latina della parola. Infatti stress è forma aferetica (ossia ha perduto la sillaba iniziale) di distress e questo termine, a sua volta mediato dal francese antico estresse, è collegato con il latino popolare districtia.
In senso lato, la parola viene usato per indicare genericamente tensione nervosa, logorio conseguente specialmente a ritmi di vita frenetici. Ma una vera e propria banalizzazione si è prodotta nel linguaggio giovanile, con l’assunzione del significato di fastidio e, specie nell’espressione che stress!, di noia, fino al ‘rompimento di scatole ’. E i giovani, in questo caso, hanno fatto scuola.
(Da La Nazione, 19/4/2008).
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Il nuovo italiano al computer

di Giovanni Nardi

“Andare”, “bannare”, “cannare” …: sarà questo l’alfabeto del terzo millennio? A giudicare dall’uso crescente – da parte dei giovani – di tali termini, sembrerebbe proprio di sì. I primi due verbi appartengono per ora prevalentemente al linguaggio informatico; il terzo, da una trentina d’anni a questa parte, al parlar comune, anche se non è certo un elegante modo di esprimersi.
“Addare” è la messa in italiano, naturalmente a orecchio, del verbo inglese ‘(to) add’, che significa ‘aggiungere, accrescere, aumentare ’. Nel linguaggio della rete, in un blog o un profilo pubblico, vuol dire aggiungere altri utenti come amici, ed è il metodo più diffuso per socializzare e farsi conoscere su Internet.
“Bannare” è anch’essa voce adottata dall’inglese ‘(to) ban’ che significa ‘proibire, interdire’. Talvolta adoperato come contrario di addare, nel linguaggio informatico è un provvedimento estremo nei confronti di chi violi ripetutamente le regole. Bannare un utente da un forum o da un qualsiasi luogo virtuale significa impedire che questa persona possa accedere al ‘luogo’.
“Cannare”, infine, è voce italiana a tutti gli effetti (anche se l’origine, nonostante l’affinità formale con ‘canna’, è incerta); questo verbo viene adoperato sia transitivamente nel senso di sbagliare, fallire, respingere, bocciare, sia intransitivamente nel senso di non riuscire in una prova. Per consolare infine chi rimane fedele al buon italiano di una volta, oppure anche che non vuole (o non può) usare il computer e servirsi del suo linguaggio, c’è da dire che anche parole di oggi come addare hanno origini classiche. Il verbo inglese ‘add’ deriva dal latino (la preposizione ad e il verbo dare): il significato è ‘aggiungere’.
(Da La Nazione 26/4/2008).
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Una rondine non faceva primavere neanche per Dante

di Giovanni Nardi

Tutti sanno che cos’è un proverbio; molto meno nota è la parola che designa il loro studio, la paremiologia, termine che deriva dal greco e che significa ‘studio dei proverbi ’. A Firenze uno specialista della cultura e delle tradizioni popolari, il professor Carlo Lapucci, ha raccolto ben 25 mila proverbi, andandoli a ripescare fino agli albori della loro presenza nelle culture primitive e mostrando come essi siano stati un elemento fondamentale del sapere. Oggi, con la civiltà dell’immagine, sembra che i proverbi abbiano perduto gran parte delle loro funzione; ma a parte il valore di testimonianza, sono ancora largamente citati, dovunque si attinga alla tradizione. Tra i più noti, da ricordare quelli che ricorrono alle metafore degli animali per fare satira sulla società degli uomini. Qualche esempio: Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino è preso dall’osservazione degli animali domestici: i gatti sono molto golosi dei cibi grassi. Ma la loro avidità nel rubare il lardo li porta a cadere nelle trappole tese dal padrone. Il proverbio allude al fatto che chi commette azioni malvagie presto o tardi sarà scoperto. Una rondine non fa primavera significa che non basta una rondine per garantirci che la primavera è arrivata. In senso figurato non basta un solo segno positivo per ritenere che la situazione volga al meglio. Si tratta di un proverbio antichissimo, usato da Aristotele nell’Etica Nicomachea, e citato da Dante nel Convivio: “Siccome dice il mio maestro Aristotile nel primo de’ l’Etica ‘una rondine non fa primavera’”.
(Da La Nazione, 3/5/2008).
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La costituzione spiegata solo con sette parole

di Giovanni Nardi

Il testo costituzionale – secondo la rilevazione del linguista Tullio De Mauro – è formato da quasi novemilacinquecento parole: per l’esattezza 9369. I vocaboli che gli danno vita sono settemila, di cui almeno duemila possono essere considerati ‘di massima frequenza’, nel senso che sono capiti, scritti e adoperati dalla maggior parte dei cittadini.
La Fiera del libro, attualmente in corso a Torino, ha programmato un ciclo di conferenze tenute da esperti e divulgatori per festeggiare i primi sessant’anni della nostra Carta intitolando tale ciclo “Costituzione in sette parole”. Queste sette parole (selezionate dalla prima sezione della Carta medesima, dedicata ai Principi fondamentali) sono nell’ordine: Costituzione, Democrazia, Solidarietà, Bandiera, Lavoro, Identità, Repubblica (quest’ultima voce spiegata in un incontro dedicato ai bambini). Tutte parole che non necessitano di chiarimenti, e quindi a rigore fuori posto nel nostro appuntamento settimanale. Tuttavia, c’è qualche particolare che ritengo ignoto ai più. Per esempio la parola Costituzione racchiude un concetto giuridico che – come abbiamo imparato a scuola – ha avuto grande rilievo nel periodo risorgimentale; ma è termine molto antico, databile attorno agli albori della lingua italiana. E proprio in senso specifico, come “complesso di leggi che stanno alla base dell’ordinamento giuridico di uno Stato”. Ritroviamo infatti questa definizione nel Breve del Popolo del Comune di Pisa risalente agli anni tra il 1313 e il 1323. Ma il termine, nel suo significato iniziale di istituzione, formazione, è attestato fin dal secolo precedente ed è adoperato anche da Dante. La parola deriva dal latino costituzione(m) ed è collegata al verbo constituere che significa ‘costituire’.
(Da La Nazione, 10/5/2008).
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La poliziotta è corretta, la professoressa meno

di Giovanni Nardi

Il caso dell’agente di polizia che si è ucciso nei pressi dello stadio dov’era di servizio ha portato sulle prime pagine dei giornali la parola poliziotta. Fino a non molti anni fa, parecchi di questi quotidiani avrebbero usato la perifrasi donna poliziotto, perché le poliziotte erano allora una rarità nel corpo delle guardie di pubblica sicurezza; ora invece, come in parecchie altre professioni, la parità con gli uomini si sta, più o meno velocemente, conquistando da parte delle donne. Questo esempio conforta coloro che sostengono che la regola generale dei nomi maschili che finiscono in –o e al femminile in –a debba essere applicata, salvo casi particolari, anche alla professione e al mestiere. Così da poliziotto si ha poliziotta, da deputato deputata, da ministro ministra, da filosofo filosofa, da commissario commissaria. Secondo me, allargando il discorso ai nomi che finiscono in –e, si dovrebbe dire dottora mentre è ancora assai diffuso il termine dottoressa, e professora in luogo dell’ancor più diffuso professoressa.
Altro caso che fa discutere, il femminile di avvocato. Nella lingua italiana esiste da secoli la parola avvocata, ma il suo uso è stato circoscritto a una qualità della Madonna nel senso di ‘protettrice’, ‘che intercede’; non vedo perché non si possa usare anche come femminile di avvocato, al posto di avvocatessa. E per il termine soldato? Per me varrebbe la regola generale, per cui si dovrebbe dire soldata, ma persistono sia la versione soldatessa sia il sintagma donna soldato. Infine, i nomi che designano, in ambito musicale, le voci in ragione della loro estensione: sono tutti quanti maschili. Non solo quando indicano le voci virili (il basso, il baritono, il tenore), ma anche quelle femminili (il contralto, il mezzosoprano, il soprano). Per cui è bene dire il soprano Maria Callas piuttosto che la soprano Maria Callas.
(Da La Nazione,17/5/2008).
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La tabacchiera di Lalande

di Giovanni Nardi

Che cos’è la tabacchiera di Lalande? E’ una normalissima tabacchiera, posseduta e usata dal signor Joseph Jérôme Lefrançois de Lalande, un astronomo francese del Settecento non solo benemerito della scienza (compilò tra l’altro un elenco di 47.000 stelle) ma ottimo divulgatore della disciplina di cui si occupava. Tra le abitudini di questo scienziato c’era infatti quella di appostarsi vicino a un ponte sulla Senna, a Parigi, munito di un piccolo telescopio, col quale mostrava ai passanti le meraviglie del cielo: gli anelli di Saturno, i satelliti di Giove, i crateri lunari. Poteva capitare talvolta che i passanti non gli dessero retta; e allora lui apriva la sua tabacchiera, ne estraeva un ragno vivo e lo mangiava. La gente si fermava, faceva ressa e a quel punto lui tirava fuori il telescopio e faceva vedere le stelle.
Vero o falso che sia, l’aneddoto fa dell’astronomo parigino un campione della divulgazione: servendosi di una circostanza che con la scienza niente aveva a che vedere, riusciva a interessare anche il non specialista ai ‘misteri’ della volta celeste. Della tabacchiera di Lalande parla, quasi in apertura di libro, Piero Bianucci, divulgatore scientifico per mestiere e per passione, che ha scritto un gustoso e serissimo manuale su come scrivere di scienza per farsi capire. Il volumetto, comodo da portare in tasca, s’intitola Te lo dico con parole tue (Zanichelli). Bianucci parla delle notizie. Che cosa sono e come si distinguono quelle vere da quelle false; e soprattutto come vanno scritte. A fine lettura, si scoprirà che scrivere di scienza è (quasi) come scrivere di storia e di letteratura o di qualsiasi altro argomento: scegliendo le fonti, rispettando la deontologia professionale, esprimendosi in maniera chiara e comprensibile a tutti.
(Da La Nazione, 24/5/2008).
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La “monnezza” non repelle

di Giovanni Nardi

Una pubblicità televisiva per l’igiene ha riportato all’attenzione un verbo di antico lignaggio, ma ormai adoperato da pochissimi, salvo il participio presente. Il verbo è repellere, il participio presente (usato prevalentemente come aggettivo) è repellente. Nel messaggio pubblicitario in questione la forma verbale è l’indicativo presente, terza singolare: repelle. Nella lingua italiana, dov’è attestato fin quasi agli albori del volgare, questo verbo (dal latino re- che significa ‘indietro’ e pellere ‘spingere’) quando è transitivo significa ‘respingere’, ‘allontanare’, mentre se è intransitivo vuol dire ‘disgustare’, ‘essere repellente’. La pubblicità esalta la funzione infettifuga del prodotto reclamizzato; ma a mio modesto avviso tale funzione non è davvero magnificata da quell’obsoleto repelle.
Altra parola che in questi ultimi mesi è comparsa spessissimo nelle prime pagine dei giornali e nei notiziari televisivi è monnezza. Non voglio qui unirmi al coro di quanti filosofeggiano sui rifiuti che ‘abbelliscono’ Napoli e dintorni; ma solo sottolineare qualche particolarità del termine. Innanzitutto, si tratta di una deformazione dialettale del termine mondezza: questo dialetto è il romano che –complice la televisione – sta invadendo la lingua. Inoltre, è un derivato di immondezza, con un curioso passaggio semantico. ‘Immondo’, ‘immondezza’, ‘immondezzaio’ sono termini che significano ‘non puliti’ e quindi ‘sporco’, ‘sporcizia’, ‘ammasso di sudiciume’; il valore negativo è dato dal prefisso ‘im-‘ (latino in-) perché la parola ‘mondo’, in origine, significa ‘puliti’. Ossia mondezza (e mondezza) in sé non indicherebbero un ammasso di rifiuti, ma una quantità di cose lustre, pulite. Ma vallo a raccontare a Napoli e ai vari commissari incaricati di rendere pulita la città.
(Da La Nazione, 31/5/2008).
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Don Camillo e Cavour in Toscana raddoppiano la “emme”

di Giovanni Nardi

Il nome proprio Camillo è ancora abbastanza diffuso in Italia, e ancor più al femminile. Di antichissima origine – certamente romana, forse precedentemente etrusca, designava il fanciullo che assisteva nei riti e nei sacrifici il flamen Dialis (sacerdote di Giove) – ha acquisito nuova vitalità nell’Ottocento grazie soprattutto alla notorietà dello statista piemontese Camillo Benso conte di Cavour, tra gli artefici dell’Unità d’Italia, e nel Novecento per il personaggio Don Camillo inventato dallo scrittore Giovanni Guareschi. Tra le varianti al nome ci sono Cammillo e Cammilla, di ambito quasi esclusivamente toscano. A questo proposito c’è una curiosità: non solo si è aggiunta una emme al nome originario, ma in qualche caso si è addirittura introdotta, questa emme, nel nome storico. Così, per esempio, a Pisa c’è una strada nel centro intitolata a Cavour, in cui il nome di battesimo è stato alterato in Cammillo, (via Cammillo Cavour, dove ha sede fra l’altro il comando carabinieri). La targa stradale è ormai storicizzata, e non avrebbe senso correggerla, anche se l’errore pare marchiano; ma nella città toscana nessuno sembra farci caso. Non solo perché nella memoria dei più anziani c’è ancora la ‘Cammilla del Lante’ (nome dato a una vecchia locomotrice della dimessa ferrovia litoranea locale), ma anche perché c’è un altro raddoppiamento simile: via San Niccola, piccola strada del centro storico alle spalle di Palazzo Reale. E’ vero che il nome maschile Niccola è attestato a Pisa fin dal 1228 (e a Firenze dal 1260; anche in questo caso, la variante è quasi esclusivamente toscana), ma il nome del Santo patrono della Puglia e di Bari è senz’altro con una sola ci: Nicola (anche se Dante, nel Purgatorio, scrive Niccolò).
(Da La Nazione, 7/6/2008).
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I jeans che piacevano anche a Melville

di Giovanni Nardi

E poi vennero i jeans. Com’è noto, il termine è l’accorciativo dell’espressione, nata in America, blue jeans, e indica i pantaloni da uomo e da donna fabbricati con una tela ruvida di cotone e segnati da grosse cuciture. Il blu da colore unico è diventato prevalente, tanto che ormai i jeans si trovano in tutti i colori, specie nei negozi di jeanseria, neologismo quest’ultimo attestato nella nostra lingua da circa un trentennio. L’indumento è nato negli Usa, ma etimologicamente il termine jean(s) è collegato con la nostra Genova – sia pure attraverso la mediazione dell’antico francese Janne (dal latino Janua) oggi Génes – perché lì si fabbricava quel particolare tipo di stoffa.
Ma prima dei jeans? Prima – ma per fortuna c’è ancora adesso – c’era il fustagno, tessuto spesso e resistente, per lo più di cotone ma anche di lana, con una faccia vellutata e l’altra più liscia e spigata. Questa stoffa era ed è usata per confezionare abiti, pantaloni (addirittura, un tempo, anche mutande) assai resistenti, e quindi impiegati soprattutto come indumenti da lavoro. Nei vocabolari di fine Ottocento e di primo Novecento alla versione fustagno era preferita quella con l’inserimento di una erre, ossia frustagno; poi le due voci sono diventate concorrenti fino alla prevalenza, ormai definitiva, di fustagno, mentre il frustagno è considerata voce defunta. Dal punto di vista etimologico la erre di frustagno è considerata ‘epentetica’ (ossia inserzione non etimologica) e quindi bisogna rifarsi a fustagno. Che qualcuno collega al latino fustis che significa ‘legno’, altri all’arabo Fustat (o Fostat), sobborgo del Cairo dove si fabbricava la stoffa.
In ultimo, la parentela fra jeans e fustagno, non solo nel significato. Fin dal 1567 – secondo il dizionario etimologico DELI – esiste l’espressione Jene fustyan (ossia fustagno di Genova) per indicare la stoffa dei blue jeans, indumento peraltro citato a metà Ottocento da Herman Melville.
(Da La Nazione, 14/6/2008).
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L’asino di Buridano è ancora vivo e vegeto

di Giovanni Nardi

Fare come l’asino di Buridano significa essere incerto, indeciso tra due soluzioni da adottare, e alla fine non scegliere nessuna delle due. L’asino di Buridano – narra la leggenda – posto davanti a due mucchi di fieno perfettamente uguali, non seppe decidersi quale cominciare a mangiare, e questa indecisione gli costò la vita, perché morì di fame. Questa leggenda nacque per deridere il filosofo francese Giovanni Buridano, docente a Parigi nella prima metà del Trecento, il quale sosteneva tra l’altro che la scelta della volontà discende necessariamente dal giudizio dell’intelletto. Tra due beni, uno maggiore e uno minore, valutati dall’intelletto, l’uomo sceglie il maggiore. E se i due beni sono uguali? La volontà – sosteneva il filosofo – non può decidersi né per l’uno né per l’altro. In altri termini: la volontà è libera solo nel senso di poter sospendere o impedire il giudizio dell’intelletto. Il ragionamento vale soltanto per l’uomo, perché nell’asino manca la capacità di autodeterminazione propria della volontà, e la sua scelta è basata solo sullo stimolo esterno: se gli stimoli sono uguali, l’animale non sceglie. Questo, naturalmente, secondo i detrattori del filosofo medievale; perché quell’asino, dal Medioevo a oggi, sembra più vivo che mai. Non tanto (o non soltanto) perché alla fine avrà mangiato non uno, ma tutti e due i mucchi di fieno, quanto perché l’apologo che lo riguarda fa ancora discutere. Per esempio c’è chi sostiene che la decisione dell’uomo non dipende soltanto dal giudizio dell’intelletto, perché esiste anche la libertà d’indifferenza, nel senso che l’uomo può decidere indipendentemente dalle motivazioni. Insomma l’asino di Buridano, nonostante non mangi, è ancora vivo e vegeto.
(Da La Nazione, 21/6/2008).




30 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Parole fiorentine<br />
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Far berlicche e berlocche<br />
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Berlicche dalle fattezze di diavolo faceva parte della rinomata compagnia dei burattini. Ma si dà il caso che a seconda di come venisse girato dal burattinaio, prendesse anche il nome di berlocche. Un burattino a doppia faccia. Da qui l’espressione ‘far berlicche e berlocche’ a indicare voltafaccia e mutar promessa.<br />
(Da La Nazione, 20/1/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Parole fiorentine<br />
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Avere il palio di San Giovanni<br />
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Il detto “Credere di avere il Palio di San Giovanni”, oppure “Avere il Palio di San Giovanni addosso” un tempo denotava una persona riccamente vestita, elegantissima. Il palio di san Giovanni, infatti, consisteva in una pezza di broccato del valore di trecento e anche più fiorini data in premio al vincitore.<br />
(Da La Nazione, 27/1/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Parole fiorentine<br />
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Pensare alla bucolica<br />
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La mordace ironia fiorentina non ha risparmiato nemmeno le ‘Bucoliche’ di Publio Virgilio Marone, raccolta di ecloghe pastorali. Così, “Pensare alla buccolica”, nella città che diede i natali a Dante, un tempo equivaleva a “Desiderio di mangiare”, alludendo alla bocca e avvalendosi della desinenza di Virgilio.<br />
(Da La Nazione, 3/2/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Parole fiorentine<br />
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Acciugaio<br />
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L’acciuga o alice che dir si voglia è notoriamente… un pesce della famiglia degli Engraulidae. Nell’ironica parlata fiorentina del bel tempo che fu, però, assunse connotazione negativa – e come poteva essere altrimenti? – di libro di poco conto, degno soltanto di essere venduto al salumaio affinché poi vi involtasse, appunto, le acciughe.<br />
(Da La Nazione, 17/2/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Parole fiorentine<br />
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Abburrattare<br />
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Dividere col buratto, termine arcaico per setaccio, la farina dalla crusca. Ma se utilizzato in senso traslato o per similitudine, abburrattare indica il rumore emesso da chi parla in fretta e così non scandisce bene le parole. Di conseguenza, abburrattare sta a indicare persona che borbotta, o meglio ancora borbottino.<br />
(Da La Nazione, 24/2/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Parole fiorentine <br />
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Andare ai tetti rossi<br />
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“Andare ai tetti rossi”, ossia andar fuori di testa, impazzire. L’allusione è al colore delle tegole dell’edificio dove un tempo aveva sede il manicomio di San Salvi, ospedale psichiatrico fino al 1978, anno della legge 180 detta Basaglia. La locuzione è ovviamente analoga a quella ben più esplicita di “finire a San Salvi”.<br />
(Da La Nazione, 3/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Parole fiorentine<br />
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Stare in barba di micio<br />
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E’ la sensazione che si prova dopo un buon pranzetto, magari innaffiato, ma senza esagerare, da un buon bicchiere di vino schietto. “Stare in barba di micio” per i nostri bisnonni era espressione che equivaleva a dire starsene satolli, godendo proprio come fa il gatto mentre fa le fusa soddisfatto del suo pasto”.<br />
(Da La Nazione, 10/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Parole fiorentine<br />
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Andare da Boscarino<br />
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‘Andare da Boscarino’, ossia morire… Nel borgo di Trespiano, dove nel 1784 fu costruito il maggiore cimitero comunale fiorentino, vi era un tempo la trattoria “Da Boscarino”: Vasco Pratolini in ‘Diario Sentimentale’ ricorda la consuetudine di pranzare all’osteria di Boscarino dopo la visita al cimitero e prima di tornare giù in città.<br />
(Da La Nazione, 17/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Parole fiorentine<br />
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“Capalle fa da sé”<br />
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“Capalle fa da sé”, antico ribobolo, modo di dire usato in periferia, che sta a indicare il rifiuto di un aiuto non richiesto. L’origine va ricercata nel fatto che la parrocchia di Capalle era l’unica del comune di Campi Bisenzio a non dipendere dalla Pieve di Santo Stefano per antico privilegio arcivescovile.<br />
(Da La Nazione, 24/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Parole fiorentine<br />
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Siena piange Firenze ride<br />
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“Quando Siena piange, Firenze ride”, sintesi metaforica ma non troppo della rivalità tra le due città. Rivalità che affonda le radici nella battaglia di Montaperti, del 4 settembre del 1260, allorché le truppe guelfe fiorentine furono sconfitte dai senesi con il rinforzo dei ghibellini esuli da Firenze.<br />
(Da La Nazione, 31/3/2013).

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