Mille linguaggi per una nuova Italia

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Come avevo previsto, l’effetto Eurobarometro si è verificato puntuale. I dati sconfortanti sulla conoscenza linguistica in Italia non potevano lasciare indifferenti. E così ecco puntuale un bell’editoriale su Corrire. Avevo puntato su Severgnini, ma mi sono solo sbagliato. E’ Alberoni oggi sul corriere a predicare l’anglofonizzazione dell’Italia: “la materia scolastica più importante dove essere l’inglese”.

Però, rispetto a 20 anni fa ha fatto progressi. Adesso dice che si devono imparare 2 lingue. Il che, guarda caso, è proprio quello che predica Bruxelles.

Poi uno parla dell’indipendenza degli intellettuali…

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Sono convinto che la nostra scuola, nonostante la sua politicizzazione, nonostante i capricci dei pedagogisti contro l’apprendimento mnemonico e la storia, resti buona. Però i nostri bambini, i nostri ragazzi, i nostri giovani non imparano tutto quanto serve alla sfida che l’Italia dovrà affrontare nei prossimi anni. Finora il centro del mondo è stato l’Occidente. Noi, eredi di un’antica cultura estetica, siamo riusciti a ritagliarci in esso un posto e un ruolo. Siamo diventati produttori del bello in qualsiasi campo ci applicassimo, dalle navi a Michelangelo e Raffaello, al design, alla moda, alle piastrelle, alle scarpe, all’oreficeria. Ma la mondializzazione e lo sviluppo dei Paesi asiatici, in particolare della Cina e dell’India, con la manodopera a basso prezzo, hanno messo in ginocchio le nostre imprese. E hanno anche introdotto nuovi criteri di bellezza, stanno modificando il gusto. La nostra ripresa, la riconquista di un posto nel mondo, passa attraverso una trasformazione a un tempo economica e culturale. Ma in quale direzione rivolgerci? Dobbiamo abbandonare il nostro terreno, il nostro ruolo tradizionale, cercare di diventare competitivi con Paesi che hanno sempre puntato sulle grandi produzioni ad altissima tecnologia come gli Usa? Non credo che rientri nelle nostra capacità e nella nostra vocazione. Dobbiamo perciò sviluppare al massimo la ricerca, muoverci verso attività sempre più sofisticate, ma restando nei campi in cui abbiamo una tradizione e un sapere. Ma con un accorgimento fondamentale: assimilare ed elaborare tutte le esperienze del mondo e poi rivenderle trasfigurate. E’ quello che abbiamo sempre fatto dal Medioevo al Rinascimento.

Per riuscirci però dobbiamo elevare enormemente il livello di istruzione tanto nelle materie scientifiche come in quelle umanistiche. Non si può agire nel mondo se non conosci la lingua, l’arte, la cultura, le tradizioni dei Paesi in cui devi operare e per cui devi operare. Vent’anni fa un mio articolo sul Corriere aveva fatto scalpore perché dicevo che la materia scolastica più importante doveva essere l’inglese. Oggi ripeto quanto detto allora, e aggiungo che ogni genitore dovrebbe lasciare come patrimonio ai suoi figli la conoscenza perfetta di due lingue. A scelta, oltre l’inglese, il francese, lo spagnolo, l’arabo, il russo e il cinese. Tenendo presente che, se non si insegnano a scuola, si possono imparare con ottimi corsi audiovisivi. Forza, uno sport e un videogioco in meno, e una lingua in più.

www.corriere.it/alberoni[addsig]




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