messaggio di Guido Sgaravatti

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Un problema linguistico che uccide

Nel 1830 quando si formò il Belgio, come nazione, la sua popolazione era di 3.500.000 abitanti.
Per quanto l’incremento da allora sia stato notevole, si tratta pur sempre di uno stato piccolo ma con grandi problemi linguistici perchè‚ al nord si parla un dialetto germanico, il fiammingo mentre al sud si usa il vallone, altro dialetto ma di ceppo neo-latino. Questo è detto per semplificare le cose, dato che la Babele risulta ancora più complessa, anche senza contare il problema degli immigrati; e siamo nel Belgio, piccola nazione nella grande Europa Unita che al momento di unito ha poco più che un’intenzione sul piano economico.
L’episodio di cronaca che ci impone una riflessione è dato dallo scontro frontale di due treni in località Pecrot, avvenuto il 27 marzo 2001. Un macchinista parte col rosso e sbaglia binario; dall’altra parte si muove un altro convoglio. Alla direzione del traffico ci si rende conto della situazione e si fa il possibile per avvertire i macchinisti ma chi parla lo fa in vallone e l’altro sa solo il fiammingo: Bang! Otto morti. Una delle maggiori difficoltà e grossa fonte di spese che si ha negli organismi burocratici che tentano di unire questa nostra complessissima Europa è dato proprio dal problema linguistico. Una lingua è il risultato di una storia secolare, raccoglie in s‚ un patrimonio emotivo formato da una miriade di sfumature, è viva, articolata, cangiante, in un certo senso inafferrabile. La conoscenza di una nuova lingua immette chi la studia in un mondo nuovo, emotivamente tutto da esplorare. Un termine, in una lingua, ti dà un’ immagine che è tutta diversa cambiando lingua. Il pane sarà pressappoco pane ma a Parigi, detto in francese, ha una forma, in toscano, ne ha un’altra. Una lingua ha aspetti di alta cultura che però sarebbe stata sprecata nel caso dei due treni, dove sarebbe stato sufficiente far capire ad un macchinista: guarda che vai a sbattere! In Europa si sente profondamente la necessità di una lingua comune e ci è capitato addosso l’inglese per una serie di disgraziate circostanze: perchè‚ tendiamo ad essere una colonia statunitense e ci sembra snob fare gli americani, perch‚ l’inglese è la lingua dei computer, perchè‚, specie a noi italiani, manca il rispetto per la cultura di origine, eccetera, eccetera, eccetera. Ora, l’inglese è la lingua internazionale più sbagliata a cui si possa pensare. Sembra facile per la sua struttura grammaticale molto semplificata ma è tutta un arbitrio sul piano della pronuncia, basti pensare che si scrive enough e si pronuncia inaf. A conoscerla bene, a livello di alta cultura, è ricca, difficilissima ed è anche un peccato umiliarla ed impoverirla. Dovremmo distinguere bene questi due livelli, quello, elitario, culturale, raffinato e quello pratico, che serve a stabilire un accordo con meno garbugli possibili e che permette di non andare a sbattere. Per questo secondo livello abbiamo già la soluzione, l’esperanto, definito ironicamente "la lingua di tutti che nessuno parla". Basterebbe una direttiva comunitaria che lo rendesse obbligatorio nelle scuole elementari e nel giro di due generazioni gli europei potrebbero comunicare tra loro senza difficoltà. Bisognerebbe però avere politici capaci di guardare lontano, ben più delle prossime elezioni.
Dove sono? In Italia vedo che solo Pannella ha messo attenzione all’esperanto e i sondaggi non gli diano grande peso. L’esperanto ha una grammatica più semplice di quella inglese, può essere appreso in tempi brevissimi, darebbe pari dignità a tutte le nazioni europee, ci sottrarrebbe dalla dipendenza linguistica anglo-americana. Non ha il blasone storico di una lingua ,o anche di un dialetto, ma potrebbe svolgere in tutta umiltà una funzione essenziale, antibabelica.
Pensaci Prodi e pedala!

Guido Sgaravatti




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