Mentre si studia l’inglese…

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Ca’ Foscari Il linguista Cortelazzo: indice di scarse competenze profonde «Il passato di cuocere: cucinai»

Gli svarioni delle matricole Test d’italiano a Venezia, bocciato il 44% degli iscritti

Lo scrittore Culicchia: faremo come le compagnie aeree, che traducono le istruzioni con i disegnini Il docente «La sezione di ortografia era zeppa di errori, confusione tra “dà” e “da”…. Problemi anche nel coniugare i verbi»

di Gabriela Jacomella

C’ è da riconoscere che, a quelle due matricole capaci di scrivere «io cucinai» come passato remoto di «cuocere», verrebbe quasi da dare un premio alla creatività. Non fosse che l’obiettivo di un test d’italiano sarebbe misurare il rispetto delle regole: grammatica, sintassi. Insieme alla capacità di capire un testo, di analizzarne il contenuto. E invece: facoltà di Lettere di Ca’ Foscari, 30 gennaio scorso, 830 matricole affrontano l’esame d’accesso. I bocciati sono il 44%. «Il risultato peggiore in tre anni; nel 2008 eravamo a quota 30%», commenta Lorenzo Tomasin, professore associato di Linguistica presso l’ateneo veneziano e tra gli autori del test. «La sezione di ortografia era zeppa di errori tipici, la confusione tra “dà” e “da”, doppie, apostrofi. Ma anche la coniugazione dei verbi ha dato problemi, così come il riconoscimento degli elementi della frase». Per non parlare del settore in cui il crollo è stato più marcato: la comprensione testuale. «Se questi sono i ragazzi che alle superiori andavano meglio nelle materie letterarie, c’ è da preoccuparsi…». Che il problema esista, lo conferma da Padova il linguista Michele Cortelazzo: «Da noi, le domande del test di area logico-linguistica hanno avuto tutte oltre il 25% di risposte sbagliate». Studenti che ignorano il significato di «maliardo», o restano interdetti di fronte a una «questione di lana caprina». «Ecco, io però non mi straccerei le vesti sull’ortografia: la lingua, anche nella scrittura, si sta semplificando… Temo piuttosto che queste lacune siano un indicatore di scarse competenze più profonde». «L’italiano senza dubbio sta cambiando», concorda lo scrittore Giuseppe Culicchia. «Quindici anni fa, i personaggi del mio Tutti giù per terra parlavano in un modo; ora, per Brucia la città, i loro dialoghi sono più influenzati dalle chat, dagli sms. Ma le regole si possono stravolgere se si conoscono; poi magari ci si ritrova con la laurea in tasca e senza saper scrivere un curriculum, o capire un testo. Forse faremo come le compagnie aeree, traducendo le istruzioni in disegnini…», scherza un po’ amaro. Perché il problema, a questo punto, è tutto nel recupero. «E l’università non può certo accollarsi un lavoro di alfabetizzazione», chiarisce al Corriere del Veneto il preside della facoltà, Filippo Maria Carinci. «E dire che abbiamo perfino abbassato la soglia della sufficienza, perché più di 10 corsi non li potevamo programmare…», sospira Tomasin. «Il problema – chiude Cortelazzo – è che la scuola non sviluppa più le competenze di riflessione sulla lingua. Tutto si ferma alla terza media. E chi arriva all’università l’ ha dimenticato».

(Dal Corriere della Sera, 2/3/2009).

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