Meno inglese nei musei

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Troppi termini inglesi, eccesso di tecnicismi o di burocratese. «Bookshop? No, meglio usare il termine libreria»

Basta parole straniere, nei musei solo l’italiano

Rutelli nomina una commissione per riscrivere il linguaggio dei beni culturali

di Paolo Conti

Basta con i «bookshop», con i «giacimenti culturali», con i «contenitori museali», addirittura con la «ticketeria» (i non addetti ai lavori sono pregati di non spaventarsi: si tratta solo di una banale biglietteria), increscioso neologismo che provocò il sarcasmo di Indro Montanelli nel 1998 e più recentemente, nel 2003, di Giulio Nascimbeni. Il ministro Francesco Rutelli ha nominato ieri una commissione tecnica che procederà, entro il 27 febbraio 2007, a una revisione complessiva del linguaggio e della terminologia non solo degli atti amministrativi del suo dicastero, ma anche della vita quotidiana dei musei. La commissione sarà presieduta dal linguista Luca Serianni, da Giuseppe Proietti (che ora guida tutti e quattro i Dipartimenti del ministero), dal direttore della Scuola Normale di Pisa Salvatore Settis (presidente designato del Consiglio nazionale dei beni culturali), dalla lessicografa Valeria Della Vallera, dal giornalista Riccardo Chiaberge che guida l’inserto «Domenica» del Sole-24ore e da Paolo Peluffo, direttore del Dipartimento dell’ informazione presso la presidenza del Consiglio. In sostanza Rutelli invita, in una lettera circolare inviata dal suo Gabinetto ai direttori generali, a rispettare «il linguaggio adoperato dal Codice dei beni culturali e del paesaggio e soprattutto a usare una terminologia che risponda il più possibile a criteri di chiarezza e di trasparenza». Un modo per combattere i vizi di quel circuito che proprio Settis ha recentemente individuato nel fenomeno del «benculturalismo»: un vocabolario infarcito di invenzioni e insieme di arcaismi. Nella circolare si suggerisce: «Meglio evitare l’utilizzo di termini stranieri, in particolare di inutili anglicismi, qualora non si tratti di neologismi correnti privi di una corrispondente espressione in italiano». E si spiega: meglio dire «carta» invece di «card», «libreria» invece di «bookshop», «biglietti» invece di «tickets». E sarà bene anche archiviare per sempre «ipertecnicismi o arcaismi tipici del linguaggio burocratico». Meglio «patrimonio culturale» di «giacimenti culturali», meglio il tradizionale e ovvio «museo» rispetto a quel «contenitore» così di moda. Nel testo si ricorda infatti che uno dei compiti del ministero è «contribuire a formare e diffondere una cultura nazionale della quale la lingua italiana rappresenta un fondamento imprescindibile». Il ministero è una vetrina di cultura italiana, insomma, ed è bene che usi la lingua italiana. Spiega Luca Serianni, neo presidente della commissione e ordinario di Storia della lingua italiana alla Sapienza di Roma: «Prendiamo la Costituzione italiana. È scritta benissimo, bisognerebbe ispirarsi a quella forma linguistica così chiara e accessibile. Invece nell’assetto linguistico dei beni culturali sono intervenuti inutili anglicismi ma soprattutto un gergo burocratico sempre più oscuro. Tenendo conto che parliamo, appunto, di beni culturali italiani l’aspetto linguistico non è secondario: rivedere alcune espressioni partendo da quel comparto ha un chiaro significato umanistico. Prendiamo i “giacimenti”: è un vocabolo che nega la straordinaria capacità di rapporti e di opzioni che il patrimonio culturale italiano può avere nel nostro contesto quotidiano». In quanto agli anglicismi? «C’ è una indubbia rincorsa anglicizzante che spesso viene usata come vernice e non come scelta funzionale e doverosa. Riguardo al nostro compito, l’essenziale sarà contribuire a semplificare le formulazioni». Aggiunge Valeria Della Valle: «Non saremo certo noi a imporre sostituzioni “da regime”. Proporremo consigli per arginare un fenomeno che altrove è incomprensibile. Prendiamo il museo del Prado. Tutto è indicato in spagnolo con le doverose traduzioni. Ma il punto vero è la mania del “benculturalismo”, come dice Settis. Che senso ha spacciare sempre un “evento” quando esiste la parola “mostra” o “manifestazione”? Un “evento” è tutto e niente nello stesso momento. Speriamo di poter contribuire a fermare un uso sconsiderato di parole inutili e infarcite di burocratese, una battaglia che conduce da anni per esempio Tullio de Mauro. Il motivo è alla fine semplice: il nostro patrimonio culturale e artistico è così ricco e complesso da non avere alcun bisogno di vocaboli-etichetta».

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93 MILIONI L’ incasso lordo in euro di musei, monumenti e circuiti archeologici italiani

89 PER CENTO È l’indice di gradimento: quasi nove turisti su dieci si sono detti soddisfatti

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(Dal Corriere della Sera, 1/11/2006).

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