Meglio che l’imam parli italiano

Posted on in Politica e lingue 12 vedi

Più trasparenza nelle moschee, sul velo libera scelta: questa la piattaforma del leader moderato. Izzeddin Elzir è il nuovo presidente delle comunità islamiche in Italia. Mi hanno premiato per il modello toscano basato sulla interreligiosità Chi tende all’estremismo è su una strada sbagliata

E´ appena diventato il presidente nazionale di quella che, a torto o a ragione, è considerata la più radicale (oltre che più numerosa) delle organizzazioni islamiche presenti in Italia, ma Izzeddin Elzir, imam di Firenze neoeletto alla guida dell´Ucoii (con 105 voti su 113 espressi dai delegati di 134 comunità), di cui era già portavoce nazionale, è in realtà quello che si può definire un islamico moderato. Trentanove anni, in Italia dal ´91, palestinese di Hebron dove ha ancora la sua famiglia di origine, sposato, con tre figli che frequentano le scuole pubbliche fiorentine, e titolare di un banco al mercato di San Lorenzo, negli ultimi anni è stato in prima fila nella promozione del dialogo interreligioso. E la sua parola d´ordine, anche ora che ricopre una responsabilità nazionale, resta quella di sempre: «La ristrutturazione della comunità islamica italiana sulla base della convivenza civile e della fratellanza, per farne un modello per tutte».

E un modello che a sua volta si ispira a un altro modello, quello delle comunità islamica di Firenze e della Toscana, nella cui costruzione Izzeddin ha svolto un ruolo di primo piano, ora premiato dal consenso appena ricevuto, e che dovrà diventare «un esempio da ‘esportare´ in tutta l´Italia». Elzir ne è convinto: «Noi siamo cittadini, parte integrante della società italiana»
"Cittadini di fede musulmana come ce ne sono di tante altre fedi". Cittadini che ovviamente si impegnano a osservare le leggi del loro paese: bene, perciò, dice il presidente dell’Ucoii, il nuovo permesso di soggiorno a punti, da rilasciare sulla base della conoscenza della lingua italiana e della Costituzione, perché è ovvio che, per una piena cittadinanza, servono "l’uso della lingua" e "il rispetto delle regole di base della convivenza". Purché, però, sull’immigrazione, "si smetta con la propaganda, e si proceda a vere politiche, attraverso un lavoro sul territorio, con le istituzioni, i datori di lavoro, e a leggi praticabili, che non si limitino a creare solo nuovi clandestini come è accaduto finora".

Il nuovo messaggio, da inviare sia dentro che fuori dalle moschee, dovrà essere insomma della massima trasparenza: "Non posso negare" ammette Elzir, "che, talvolta, elementi estremisti siano riusciti a inserirsi all’interno delle comunità islamiche". Ma proprio per scongiurare questo rischio, occorre da parte della società italiana il contrario della chiusura e dei ‘respingimenti’, ovvero il massimo dialogo, "in modo da convincere anche chi tende all’estremismo che la sua strada è sbagliata". Ed è proprio questa, del resto, secondo il neopresidente, la funzione che garantita dall’Ucoii, spesso considerata con sospetto e invece capace di "coinvolgere in un processo di confronto civile anche settori meno inclini al dialogo". Nella sua piattaforma programmatica, Elzir ha messo l’estensione dell’uso della lingua italiana da parte degli imam, per trasparenza, e per necessità, visto che l’arabo è parlato da una minoranza in una comunità che conta oltre 50 nazioni di lingua diversa, e di cui "solo l’italiano è l’idioma comune".

Quindi, il raggiungimento di un’intesa con lo Stato italiano che preveda anche finanziamenti per i luoghi di culto islamici. Un punto caldo, che ha suscitato ovunque conflitti (vedi il caso della moschea di Colle Val d’Elsa), ma che, secondo Elzir, può essere affrontato su scala nazionale di nuovo secondo la linea seguita in Toscana, "dove si è cercato di coinvolgere il più possibile le comunità locali, in un riflessione collettiva sull’importanza, per una pacifica e civile convivenza, di garantire a tutte le religioni un adeguato luogo di culto". Ma anche sulle questioni più dibattute il nuovo presidente si mostra conciliante, come quella del crocifisso nelle scuole, che lui non toglierebbe, perché, dice, "è giusto che ogni religione esponga il proprio simbolo dove è culturalmente prevalente", sapendo che "ciò di cui c’è bisogno è una cultura diffusa in cui ciascuno sappia di potersi realizzare non escludendo l’altro, ma solo se c’è l’altro". E come quella del velo: "Noi" dice Elzir, "siamo dell’idea che il volto debba essere scoperto", ma anche che "questa materia non sia da regolare per legge, bensì da lasciare alla libera scelta".

http://firenze.repubblica.it/cronaca/20 … o-2863714/




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.