Maturità in inglese? Il segno dei tempi e dell’irriverenza verso il tempo.

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Maturità in inglese? Il segno dei tempi e dell’irriverenza verso il tempo. 

di Marina Santi  
Filosofa, educatrice, teorica dello sviluppo cognitivo dell’Università di Padova.

C’è qualcosa che mi stupisce, molto che mi preoccupa, troppo che mi indigna nella nuova “trovata” ministeriale in merito all’esame di maturità: la materia non linguistica da “portare” in lingua inglese. Un correttivo in-itinere all’insignificanza indotta dalle restrizioni di mobilità dei commissari? Un tentativo di innovazione che non fa i conti con la storia? Storia di vita personale degli allievi e allieve. Storia culturale collettiva delle comunità.

Stupisce che in tempi così brevi e con deliberazioni altrettanto repentine si passi dalla già problematica introduzione di una materia curricolare in lingua inglese, alla sua “traducibilità” in termini di prova sottoposta a valutazione di un percorso finale e conclusivo di un ciclo di studio secondario. Ciclo che soprattutto nel triennio dovrebbe dar prova di aver condotto gli studenti al diritto non solo di sapere, ma di comprendere in modo durevole e significativo un sapere. Questa comprensione è la porta fondamentale verso l’internalizzazione dei concetti come strumenti di pensiero, prima e più ancora della loro internazionalizzazione. Solo grazie a questa comprensione culturale si aprono per gli esseri umani le possibilità “traduttive” come opportunità di arricchimento creativo e generativo di nuovo pensiero. Pensandoci bene, però, questa assenza di priorità culturale nei piani di azione ministeriali mi stupisce meno e ben si inserisce nell’idea di “buona scuola” che questo paese continua a coltivare.

Preoccupa che si consegni in mano ad una traduzione necessariamente “non nobile” di contenuti disciplinari l’esito valutativo del percorso di apprendimento, anzi di “imparamento” che grazie ai suoi insegnanti ogni studentessa e studente dovrebbe poter raggiungere. Mi preoccupa molto la loro preoccupazione e paura di inadeguatezza in questo momento che rappresenta una tappa, un passaggio e una condizione di accesso ad altri progetti di vita, che non è timore di non saper dire, ma di non poter esprimere. Il dramma che conduce a tanto del disagio scolastico ed esistenziale che la scuola dovrebbe contrastare. Spero intensamente che il loro insegnanti altrettanto preoccupati, da veri “maestri” saranno capaci delle tranquillizzazioni opportune contenute non tanto nelle “norme transitorie” di questo dispositivo ministeriale ben poco didattico, ma nella loro passione per le discipline e nei diversi modi di impararle che saranno riusciti a percorrere insieme nelle classi, spero anche liberi di attingere ai lessici più raffinati, alle etimologie più significative, alle esemplificazioni più vivide che la lingua madre e il vissuto contestuale consente. Libertà che dovrebbe essere garantita e sostenuta ad ogni allievo e allieva nei momenti più intensi della sua esistenza.

Preoccupa anche che si induca un allievo a pensare che la lingua “veicolare” coincida con la lingua di produzione culturale, equazione possibile solo laddove le esperienze di familiarizzazione con i “giochi linguistici” che determino i significati del dire consentono di “fare cose con le parole” e lasciarsi cambiare da esse. Mi preoccupa che una simile leggerezza rischi di contaminare il senso stesso dei curricoli scolastici intesi non solo come programmi di istruzione ma come percorsi culturali autentici su cui gli alunni possono costruire i propri curriculum vitae. Ovvero, traducendo, della vita. Mi preoccupa la conseguente individuazione di materia di serie E o I, esaminabili in English o Italian… preoccupazione tutto sommato secondaria rispetto alla prima, ma consistente.

Ma è evidente che questo non è un paese sufficientemente e adeguatamente preoccupato per la sua gioventù e per la propria giovinezza.

Indigna l’ennesima iniziativa che sembra ignorare la realtà e avvallarne le contraddizioni: si dimentica che la lingua veicolare è strumento di cittadinanza e accoglienza sociale prima ancora che di certificazione di competenze disciplinari e che in tal senso semmai andrebbe valutata; si dimentica che inevitabilmente ciò aumenta il language divide – traducibile in distanza linguistica? – ampliando la zona di inequità di opportunità che un simile provvedimento autoreferenziale innesca, tra chi gode di possibilità di acquisire competenze linguistiche adeguate alla performance richiesta grazie a mezzi economici propri sedimentati nella propria classe socio-economica e storia precedente, che hanno consentito o negato possibilità di soggiorni all’estero, corsi aggiuntivi con docenti di madre-lingua e quant’altro. Per non parlare del carattere esclusorio di un provvedimento che aumenta gli ostacoli anziché introdurre facilitatori per coloro che già vivono contesti dis-abilitanti per le proprie specificità di funzionamento. Mi fermo qui. Immagino già la corsa al ribasso degli “obiettivi minimi” per gli studenti certificati in questa come in altre occasioni.

Scrivo queste poche considerazioni in un bel locale del centro padovano, dove insegno all’università Didattica generale e speciale, preparandomi come madre di tre figli ad affrontare il tema a cena. Qui, la più sorpresa, preoccupata e indignata non sono io ma i lettori del quotidiano al banco del caffè e le giovani e vivaci bariste diplomate, al liceo artistico e altrove… After all, I’m happy about this and I hope that the worry for the future of humanity and humanism would become a communal commitment of our country in a period of values crisis and need of perspective vision.

 

 

 




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