Mariuoli e birbantelli

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Inchieste e tormentoni Dopo il ’92, i pm hanno esteso il loro ruolo di supplenza a cinema e letteratura

Da «dazione» a «gelatinoso» Le parole che segnano un’era

di Pierluigi Battista

Una festa, per gli scrittori e gli sceneggiatori. Possono smettere di lavorare, e vivere parassitariamente alle spalle degli investigatori, dei tecnici adibiti alle intercettazioni telefoniche, dei decrittatori che lavorano nell’ombra per afferrare i brandelli del nuovo italiano, i tic linguistici, i sospiri, i modi di dire, le frasi a effetto, le manie lessicali rubate nelle conversazioni al telefono e restituite in tanti nuovi capitoli della commedia all’italiana. Ora è il turno del «sistema gelatinoso» (con «i birbantelli» di Berlusconi). Ma non è un’espressione suggestiva coniata dal Censis: è una locuzione estratta dall’arsenale dei magistrati fiorentini che si occupano di appalti e scambi di favori, a sua volta ricavata da una delle intercettazioni che riempiono ventimila pagine di materiale sonoro intercettato. Ora è la «gelatina», la parola destinata a fare epoca. E a togliere inventiva e lavoro al mondo del cinema e della letteratura, un tempo deputato a comprendere come parlassero gli italiani, come si comportassero, che relazioni intrecciassero, di quali parole e volgarità fossero capaci. Si dice che la magistratura si balocchi in un ruolo di «supplenza» rispetto alla politica. Quel che è certo è che da un quindicennio a questa parte le inchieste fanno da «supplenza» ai romanzi, ai film, alla commedia, e anche alla fotografia e agli affreschi di costume. Quando infuriava «Mani pulite» gli italiani si familiarizzarono con l’espressione «dazione ambientale», la «gelatina» dell’epoca. L’allora pm Di Pietro divenne famoso con una trovata del suo vernacolo: «che c’ azzecca», destinata a diventare ben presto frase fatta. «Io a quello lo sfascio», sempre di matrice dipietresca, entrò nella memoria collettiva. E ancora ci si accapiglia tra linguisti e decifratori dell’animo umano, se Pacini Battaglia, durante una conversazione telefonica intercettata, abbia detto «sbancato» o «sbiancato»: solo una «i» di differenza, ma un abisso sul piano dei significati. Come parlano gli italiani? Non chiediamolo agli scrittori o agli sceneggiatori. Chiediamolo a chi si occupa delle inchieste e delle intercettazioni: al di là, come si dice con una certa ipocrisia, della «rilevanza penale» delle parole adoperate. Per decifrare il senso segreto della celeberrima «abbiamo una banca», espressione sfuggita dal seno di Piero Fassino in una chiacchiera telefonica con il banchiere Consorte, si scomodò Luciano Violante per interpretare quella frase scavando nei chiaroscuri delle connotazioni piemontesi. Degli incontri proibiti a Palazzo Grazioli, resterà scolpito negli annali della lingua italiana «il lettone di Putin». Se ai posteri si chiederanno dettagli sul modo di vivere di Stefano Ricucci, gli archivi risponderanno con il popolarissimo «furbetti del quartierino». Oppure, per i più sboccati: fare qualcosa con quello degli altri (omissis). «Gelatina», «dazione ambientale», «furbetti». «A Fra’ che te serve» è la bandiera di un’epoca pre-Tangentopoli (che poi finì con un’assoluzione per il povero Caltagirone, scomparso proprio in questi giorni). Su «rivolteremo l’Italia come un calzino» si è scatenata da tempo la tempesta delle attribuzioni, avendo negato Pier Camillo Davigo di averla mai detta secondo l’interpretazione della vulgata a lui più ostile. «Gelatina», del resto, l’ ha avuta vinta sulla «ripassata», mediaticamente in auge per qualche giorno, prima che si appurasse la totale estraneità della povera Francesca l’estetista, messa in croce e stritolata da una maldicenza da cui è difficile difendersi. Difficile che l’opinione pubblica identifichi con esattezza qual è il reato (non l’illecito sportivo) di cui si sarebbe macchiato Lucianone Moggi, ma tutti ricordano la frase burbanzosa e impunita: «Ho chiuso l’arbitro nello spogliatoio e mi sono portato le chiavi in aeroporto». Le inchieste giudiziarie sono diventate una grande fabbrica di modi di dire. E le carte processuali il grande romanzo dell’Italia contemporanea: gli scrittori veri possono starsene a braccia conserte e aspettare che dai faldoni sia estratto il jolly narrativo che manca alla loro ispirazione un po’ inerte. D’altronde ventimila pagine di intercettazioni sono, parlando di dimensioni cartacee, venti volte «Guerra e pace» di Tolstoj, che non è esattamente un racconto breve. Dalle bocche degli indagati e dalle ordinanze dei magistrati escono le parole di cui l’Italia si nutrirà a prescindere dalla specificità del reato contestato. Attraverso un radicale rovesciamento di ruoli, nell’opinione pubblica il compito della giustizia non sembra più (o non solo più) l’accertamento dei reati, ma il lavoro dei linguisti, dei semiologi e degli analisti di costume. Dello scandalo che in Campania ha coinvolto Alfredo Romeo e la «Global Service» e da cui emerse un abbozzo, anche lì, di sistema «gelatinoso», resta scolpito nella memoria un imprudente e impudico «siamo un sodalizio». Quella vicenda giudiziaria, invece, ha perso smalto e mordente nei media. Se ne è avvalso il vocabolario, soprattutto. Un’eredità di parole, mollicce e viscide come una «gelatina».

(Dal Corriere della Sera, 19/2/2010).

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Redazione Forum
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Inchieste e tormentoni Dopo il '92, i pm hanno esteso il loro ruolo di supplenza a cinema e letteratura<br /><br />
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Da «dazione» a «gelatinoso» Le parole che segnano un'era<br /><br />
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Una festa, per gli scrittori e gli sceneggiatori. Possono smettere di lavorare, e vivere parassitariamente alle spalle degli investigatori, dei tecnici adibiti alle intercettazioni telefoniche, dei decrittatori che lavorano nell'ombra per afferrare i brandelli del nuovo italiano, i tic linguistici, i sospiri, i modi di dire, le frasi a effetto, le manie lessicali rubate nelle conversazioni al telefono e restituite in tanti nuovi capitoli della commedia all'italiana. Ora è il turno del «sistema gelatinoso» (con «i birbantelli» di Berlusconi). Ma non è un'espressione suggestiva coniata dal Censis: è una locuzione estratta dall'arsenale dei magistrati fiorentini che si occupano di appalti e scambi di favori, a sua volta ricavata da una delle intercettazioni che riempiono ventimila pagine di materiale sonoro intercettato. Ora è la «gelatina», la parola destinata a fare epoca. E a togliere inventiva e lavoro al mondo del cinema e della letteratura, un tempo deputato a comprendere come parlassero gli italiani, come si comportassero, che relazioni intrecciassero, di quali parole e volgarità fossero capaci. Si dice che la magistratura si balocchi in un ruolo di «supplenza» rispetto alla politica. Quel che è certo è che da un quindicennio a questa parte le inchieste fanno da «supplenza» ai romanzi, ai film, alla commedia, e anche alla fotografia e agli affreschi di costume. Quando infuriava «Mani pulite» gli italiani si familiarizzarono con l'espressione «dazione ambientale», la «gelatina» dell'epoca. L'allora pm Di Pietro divenne famoso con una trovata del suo vernacolo: «che c' azzecca», destinata a diventare ben presto frase fatta. «Io a quello lo sfascio», sempre di matrice dipietresca, entrò nella memoria collettiva. E ancora ci si accapiglia tra linguisti e decifratori dell'animo umano, se Pacini Battaglia, durante una conversazione telefonica intercettata, abbia detto «sbancato» o «sbiancato»: solo una «i» di differenza, ma un abisso sul piano dei significati. Come parlano gli italiani? Non chiediamolo agli scrittori o agli sceneggiatori. Chiediamolo a chi si occupa delle inchieste e delle intercettazioni: al di là, come si dice con una certa ipocrisia, della «rilevanza penale» delle parole adoperate. Per decifrare il senso segreto della celeberrima «abbiamo una banca», espressione sfuggita dal seno di Piero Fassino in una chiacchiera telefonica con il banchiere Consorte, si scomodò Luciano Violante per interpretare quella frase scavando nei chiaroscuri delle connotazioni piemontesi. Degli incontri proibiti a Palazzo Grazioli, resterà scolpito negli annali della lingua italiana «il lettone di Putin». Se ai posteri si chiederanno dettagli sul modo di vivere di Stefano Ricucci, gli archivi risponderanno con il popolarissimo «furbetti del quartierino». Oppure, per i più sboccati: fare qualcosa con quello degli altri (omissis). «Gelatina», «dazione ambientale», «furbetti». «A Fra' che te serve» è la bandiera di un'epoca pre-Tangentopoli (che poi finì con un'assoluzione per il povero Caltagirone, scomparso proprio in questi giorni). Su «rivolteremo l'Italia come un calzino» si è scatenata da tempo la tempesta delle attribuzioni, avendo negato Pier Camillo Davigo di averla mai detta secondo l'interpretazione della vulgata a lui più ostile. «Gelatina», del resto, l' ha avuta vinta sulla «ripassata», mediaticamente in auge per qualche giorno, prima che si appurasse la totale estraneità della povera Francesca l'estetista, messa in croce e stritolata da una maldicenza da cui è difficile difendersi. Difficile che l'opinione pubblica identifichi con esattezza qual è il reato (non l'illecito sportivo) di cui si sarebbe macchiato Lucianone Moggi, ma tutti ricordano la frase burbanzosa e impunita: «Ho chiuso l'arbitro nello spogliatoio e mi sono portato le chiavi in aeroporto». Le inchieste giudiziarie sono diventate una grande fabbrica di modi di dire. E le carte processuali il grande romanzo dell'Italia contemporanea: gli scrittori veri possono starsene a braccia conserte e aspettare che dai faldoni sia estratto il jolly narrativo che manca alla loro ispirazione un po' inerte. D'altronde ventimila pagine di intercettazioni sono, parlando di dimensioni cartacee, venti volte «Guerra e pace» di Tolstoj, che non è esattamente un racconto breve. Dalle bocche degli indagati e dalle ordinanze dei magistrati escono le parole di cui l'Italia si nutrirà a prescindere dalla specificità del reato contestato. Attraverso un radicale rovesciamento di ruoli, nell'opinione pubblica il compito della giustizia non sembra più (o non solo più) l'accertamento dei reati, ma il lavoro dei linguisti, dei semiologi e degli analisti di costume. Dello scandalo che in Campania ha coinvolto Alfredo Romeo e la «Global Service» e da cui emerse un abbozzo, anche lì, di sistema «gelatinoso», resta scolpito nella memoria un imprudente e impudico «siamo un sodalizio». Quella vicenda giudiziaria, invece, ha perso smalto e mordente nei media. Se ne è avvalso il vocabolario, soprattutto. Un'eredità di parole, mollicce e viscide come una «gelatina». <br /><br />
(Dal Corriere della Sera, 19/2/2010).<br /><br />
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