Marani non sa quel che dice sull’Eo ma lo scrive su La Stampa.

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Sostenere che la nazionalizzazione linguistica inglese dell’Europa sia interesse dei popoli europei e delle loro lingue è come sostenere che il monopolio è l’essenza della libertà di mercato.

Esperanto, l’utopia fallita della lingua unica europea.

Cento anni fa moriva il suo geniale inventore Ludwik Zamenhof La sua idea di un mondo senza confini non è arrivata alle masse

di Diego Marani.

“L’avevi creduto davvero che avremmo parlato Esperanto, l’avevi creduto davvero o l’avevi sperato soltanto?». Così cantava Francesco De Gregori nella sua canzone “Rumore di niente” e così verrebbe da chiedere oggi, nel centenario della morte, a Ludwik Zamenhof, l’ebreo polacco-lituano che nel 1887 pubblicò in russo la grammatica dell’Esperanto, l’unico tentativo di lingua universale che ebbe qualche successo.
Governata da 16 regole senza eccezioni e fondata su un vocabolario di radici latine, germaniche e slave, capace di produrre da sé neologismi comprensibili per tutti i suoi locutori, l’Esperanto aveva tutto per diventare la lingua comune dell’Europa intera, dall’Atlantico agli Urali. Non andò così e malgrado la nobiltà dell’idea e i grandi riconoscimenti di cui godette il suo inventore, l’Esperanto non riuscì mai a svilupparsi come lingua internazionale.
Il mondo di Zamenhof era l’universo poliglotta e multiculturale dell’Europa Centro Orientale dove si concentrava anche la diaspora ebraica, sui confini degli imperi russo, tedesco e austriaco che si spostavano senza sosta da una guerra all’altra. In questo contesto culturale, immaginare una lingua che le travalicasse tutte e che non appartenesse né all’una né all’altra potenza dominante era la cosa più naturale del mondo, il passo successivo dopo lo sviluppo dello Yiddish che in ambito ebraico era già un Esperanto in nuce. Del resto altri tentativi erano stati fatti in precedenza con il Volapük del prete cattolico tedesco Johann Martin Schleyer e, tra i più fantasiosi, anche con l’aberrante Solresol del francese Francis Sudre, la lingua che si poteva parlare perfino con i colori e suonare con gli strumenti musicali.
Il giovane medico Zamenhof chiamò la sua invenzione Lingvo universala e ne pubblicò la grammatica con lo pseudonimo «Doktor Esperanto». Dottor Speranza voleva dire, ma i progrom e la nascente ideologia del nazionalismo lasciavano ben poca speranza a chi come Zamenhof rifiutava ogni appartenenza esclusiva, perfino la sua, quella ebraica. Le due Guerre mondiali, l’Olocausto e i Gulag spazzarono via la società poliglotta e cosmopolita che avrebbe potuto fare dell’Esperanto la propria lingua per lasciare il posto a nazionalità ben distinte, etnicamente ripulite da ogni allogeno e rinchiuse in confini ermetici.
Con la scomparsa del suo mondo, l’Esperanto è così morto sul nascere e i moderni sviluppi politici non gli lasciano grandi speranze. Molti sostengono che il fallimento dell’Esperanto fu dovuto anche al fatto che è una lingua codice, senza una cultura, in altre parole senz’anima, sempre e solo lingua seconda, mai lingua di pancia. In verità l’Esperanto una ben ricca cultura ce l’aveva ed era il miscuglio ebraico-balto-slavo su sfondo germanico-prussiano che si rimescolava fino e oltre i Carpazi esprimendo una società variegata e complessa, di popoli senza frontiere certe e soprattutto senza un netto sentimento di appartenenza statale.
E forse è proprio questo l’elemento che ha condannato l’Esperanto: il suo carattere rivoluzionario e anti-statuale. Infatti, la prima cosa che l’Esperanto nega è lo Stato-nazione che si appropria della lingua, ne fa un elemento identitario e pone la frontiera a sua guardia e limite. Questo è il modello politico che esce dalla Prima guerra mondiale con la «Primavera delle nazioni» che divenne poi la prigione dei popoli. La Seconda guerra mondiale lo conferma e lo inasprisce con la Cortina di ferro. La fine degli imperi, dove le lingue erano tante e una sola la lingua del potere, segna l’inizio dei nazionalismi dove la lingua è una e sacra e le lingue diverse sono percepite come minacce. Non c’è posto qui per una lingua universale che pretende di unire popoli. Nell’Europa dei due blocchi l’Esperanto fu addirittura preso in ostaggio dai russi e ridotto a lingua di propaganda della pax sovietica.
Oggi l’Europa potrebbe permettersi una lingua di comunicazione comune, ben diversa dalla lingua unica che non può esistere e soprattutto una maggiore condivisione delle sue lingue. Ma la crisi che attraversa fa riemergere l’eterna contraddizione tra l’Europa dei popoli e quella delle nazioni. Proprio quella che voleva superare Schuman quando disse che il progetto europeo doveva unire popoli, non governi. Se l’Europa oggi è costretta alle due velocità è forse ancora per queste due anime che la caratterizzano, una che ha superato il nazionalismo e tende a cancellare le frontiere nella mescolanza, l’altra che invece non ha ancora esaurito l’esperienza del nazionalismo e dell’esclusività culturale. Difficile negare quale delle due continui a seminare divisione e morte. Basti pensare alle guerre dei Balcani e all’altro fallito esperimento di lingua comune del serbocroato, spazzato via dalle micro identità immaginarie di Stati grandi come francobolli.
Quanto all’Esperanto, oggi sicuramente ne sopravvive lo spirito se non la lingua, ridotta ormai a intellettuale passatempo per pochi appassionati. Ma se lo volessimo, un nuovo Esperanto ce l’abbiamo a portata di mano. È l’inglese che i britannici ci hanno imposto e che ora ci lasciano andandosene. Prendiamocelo dunque, e facciamone la lingua condivisa della nuova Europa. Nostro, non britannico, più nessuno a dirci come si pronuncia, un inglese europeo nato dal miscuglio e dalla contaminazione, come del resto è già diventato. Proprio come l’Esperanto e se il vecchio Zamenhof potesse sentirci parlarlo, sarebbe fiero di noi. Del resto è lui che per primo ce l’ha insegnato: le lingue non si fermano alle frontiere, non appartengono a Stati o governi, ma sono della gente che le parla.

(Da La Stampa, 14/4/2017).

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