Manuale per cinesi in Italia

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Realizzato dall’Istituto di cultura: Venezia città della gondola, Milano ha le modelle

Manuale per cinesi in Italia «Ho comprato il limoncello»

di Maurizio Caparra

SHANGHAI – Qual è la frase che può aver bisogno di dire in italiano un cinese in viaggio da Fiumicino e intrappolato nel traffico in un taxi di Roma? Ma è chiaro: «Ho comprato una bottiglia di limoncello». Che cosa può chiedere se vuole capire quanto manca al suo albergo e il suo aereo è sceso invece a Malpensa? Ovvio: «Ho comprato una maglietta di Armani». Proviamone un’altra. Mettiamo che il cinese abbia la necessità di cambiare i suoi yuan in euro. Che cosa desidererebbe essere in grado di garantire a un impiegato di banca? Scontato: «Ho fotografato il Colosseo». Sì, sono proprio queste tre delle 17 «frasi utili», fatte stampare su un volantino pieghevole destinato al pubblico della Repubblica popolare per presentare l’ «Anno dell’Italia in Cina», una serie di manifestazioni organizzate per far conoscere il nostro Paese, attrarre attenzione e, in prospettiva, investimenti. Se quella del volantino è la risposta alla «sfida cinese» evocata da ogni dirigente politico in visita nel Paese la cui economia cresce del 9% annuo, siamo messi bene. Ritiriamoci con divertimento. Siamo noi a investire: in un’auto-satira lievemente masochista. Per illustrare le città d’Italia sono state scelte alcune foto formato francobollo. Roma ha il Colosseo, Venezia le gondole, e fin qui, tutto normale. Napoli? Una pizza. E passi pure questa. Pisa? Una torre, certo. Ma raddrizzata da un grafico premuroso. E Milano? Milano batte perfino le quattro arance scelte per Palermo. È rappresentata con una signorina dalla spalla scoperta, con abito nero vagamente sado-maso. Nelle intenzioni doveva essere una modella, per dire che ci si riferisce alla città della moda. La professione della signorina, a prima vista, potrebbe essere fraintesa con una più antica. L’ideale, per il manager cinese che telefona alla consorte: «Sono a Milano per lavoro». Prima di arrivare al logo dell’Istituto italiano di cultura di Pechino in fondo al pieghevole, e meno male che non è dedito ad altro, non ci si può non soffermare su quelle «frasi utili» con versione italiana e testo cinese. Nel blocco «Visitare la città» si pone una domanda che ricorda la barzelletta «Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?». Testualmente, c’ è scritto: «Dov’ è il Duomo di Milano?». Niente, rispetto alla risposta: «Il teatro La Fenice è a Venezia». Rassicurante. Come l’introduzione «Conoscersi»: «Ciao, come ti chiami? Mi chiamo Italia!». Già. Come altro dovrebbe presentarsi, in un contesto surreale, un cinese normale?

(Dal Corriere della Sera, 15/11/2006).

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