Maggiani: non fu Mike a insegnarci l’italiano

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Ieri mattina alle dieci in punto il Paese si è fermato, raccolto in un afflato unisono di commozione e rispetto, come solo accade quando è chiamato a considerare la perdita di un grande bene comune, la tragedia di se stesso riflessa nella tragedia di un lutto. Ieri mattina alle dieci, il Paese ha dato il suo addio a Mike Bongiorno, l’immortale genio della televisione a scopo di lucro, creatore del quiz a premi in lingua italiana, antesignano della formula dello show musicale con ospiti, maestro e mentore di tre generazioni di concorrenti alla Ruota della Fortuna.

E il Paese, nella forma più alta della sua unità di Nazione, lo ha onorato dei funerali di Stato, il meno che poteva fare. Come da legge 7 febbraio 1987, n. 36, in riguardo di “personalità che abbiano offerto particolari servizi alla Patria o cittadini che abbiano illustrato la Nazione, o cittadini caduti nell’adempimento del dovere o vittime di azioni terroristiche o di criminalità organizzata”, il Consiglio dei ministri ha emanato decreto di lutto nazionale, disponendo l’ottemperanza degli atti dovuti in coincidenza dei funerali.

Il ministero degli Esteri ha informato del lutto le rappresentanze diplomatiche accreditate nel nostro paese, i rappresentanti del governo si sono astenuti da manifestazioni pubbliche che non fossero di beneficenza, le bandiere degli edifici pubblici (“ferma la disciplina delle bandiere militari”) sono state esposte a mezz’asta, e quelle all’interno dei medesimi edifici, “abbrunate con due strisce di velo nero a cravatta”.

Personalmente non ho avuto modo di assistere alle esequie, ma voglio sperare che in osservanza al succitato decreto, il feretro sia stato traslato dal duomo di Milano da “sei carabinieri, o altri militari di un’unica arma, in alta uniforme”. Ho visto in vita mia le riprese di un unico funerale di Stato, quello del presidente degli Stati Uniti J. F. Kennedy, e ne sono stato commosso fino alle lacrime; spero che in questa tristissima occasione il mio Paese non abbia sfigurato in quanto ad austera pompa e commossa dignità.

Ho voluto bene da ragazzino a Mike Bongiorno, e gliene ho voluto ancor di più da adulto, quando mi è riapparso sotto le spoglie del genio suo competitore Fiorello, ragion per cui cerco di astenermi da considerazioni sarcastiche sugli eroi nazionali della contemporaneità italiana. Del resto i funerali di Stato sono già stati a suo tempo accordati alla grata memoria di un altro uomo dello spettacolo, Alberto Sordi, l’attore che più di ogni altro ha saputo tratteggiare, come dice la menzione ufficiale, il carattere degli italiani; anche se un po’ mi turba l’idea di appartenere a un popolo di ruffiani, trafficoni, imbelli “chiagn ‘e fuotte”, arrangisti, irosi, traditori, e quant’altro il grande Sordi ha così sapientemente interpretato nelle sue mille pellicole.

Ma c’è una cosa che mi dà scandalo e non riesco a tacere; ed è l’idea che si debba a Mike Bongiorno, e alla televisione da lui intrapresa, il merito della creazione di una lingua italiana nazionale, democraticamente parlata e capita. Fosse vero, allora il signor Bongiorno avrebbe meritato l’ostracismo a vita, la dispersione delle ceneri, l’interdizione dalla memoria nazionale, perché quell’italiano lì, quello dei quiz e degli show, è il livello più basso possibile dell’espressività di una lingua, l’omologazione all’infimo comun denominatore. Ma non credo sia vero; non lo credo nonostante l’augusto parere di molti accreditati intellettuali. Sempre che possa essere un merito, Mike Bongiorno e la sua televisione hanno inventato un gergo, un sottoprodotto dialettale della lingua italiana.

Io credo invece che la formazione di una lingua nazionale, abbastanza ricca nella sua universalità, abbastanza complessa da consentire un’espressività creativa, sia merito dei 150 mila maestri di scuola elementare che dal 1945 al 1965 hanno insegnato l’italiano alle generazioni figlie dell’analfabetismo, nate nelle lingue locali. Un italiano sufficientemente ricco da consentire a quelle generazioni di farsi una cultura, di accedere per la prima volta in massa agli studi superiori, quando potevano ancora dirsi tali.

L’italiano con cui scrivo e parlo, me lo ha insegnato la maestra Fabbri, non Mike Bongiorno. Quell’italiano della maestra Fabbri mi ha consentito di leggere Dante Alighieri con buone possibilità di comprenderlo, e di non farmi fregare dalla parlantina di un avvocato; di firmare sapendo quel che facevo un atto notarile, e di guadagnarmi la vita scrivendo romanzi. Immagino che con il mio italiano avrei potuto esprimermi correttamente anche nell’ambito della “Ruota della Fortuna”, se ne avessi avuto voglia. Questo senza che io abbia dimenticato la mia lingua materna, che ancora uso per ciò che mi serve, per i moti profondi e ancestrali della mia anima.

Oggi sappiamo che l’attuale primo ministro, il magnate della televisione commerciale che ha tratto grandi fortune dall’uomo di cui ha firmato le esequie di Stato, è il più grande statista italiano degli ultimi 150 anni. Ma sarebbe carino, simpatico meglio ancora, che non cadessero nell’oblio i primi dieci ministeri della Repubblica, quelli che hanno costruito e ricostruito 30.000 scuole, imposto l’obbligo scolare, distribuito gratuitamente a chi ne aveva bisogno gli strumenti della scolarizzazione, e dato pure una tazza di latte e orzo a tutti gli scolari che a casa non avevano di che fare colazione.

Mi piacerebbe che questo Paese, o magari anche solo i suoi intellettuali più accreditati, quelli che galleggiano da decenni sugli escrementi della contemporaneità beati come rane su una foglia di loto, avendo finito di piangere Mike Bongiorno, si lasciassero una lacrima da parte per commemorare la sepolta decenza e il defunto senso delle proporzioni.

(Maurizio Maggiani, da “Il Secolo XIX”, 13 settembre 2009 – http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com).

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